Nuove prospettive per l'Occidente dopo la globalizzazione

Luci e ombre di un'idea


Nella traduzione di Emilio Bettini pubblichiamo stralci di uno degli interventi tenuti all'incontro sul tema "Crisi dell'Occidente? Luci e ombre di un'idea" il 26 novembre presso il Teatro Argentina a Roma. L'incontro è stato il primo dei "Giovedì culturali" organizzati dal Coordinamento dei collegi universitari di Roma in collaborazione con l'Ufficio diocesano per la pastorale universitaria.
 

di Philippe Nemo
European School of Management (Paris)

Quale può essere il posto dell'Occidente nel mondo attuale caratterizzato dalla globalizzazione e dai rischi dello "shock delle civilizzazioni"?
La globalizzazione o mondializzazione è un avvenimento assolutamente nuovo e unico nella lunga storia dell'umanità. È la prima volta, da tre o quattro milioni d'anni, che gli uomini prendono coscienza del fatto che sono una sola e medesima specie e che abitano una sola e medesima Terra. Essi scoprono anche, in ragione dei problemi relativi all'ambiente e anche all'esistenza di armi di distruzione di massa - nucleari, chimiche, biologiche - che devono giungere a cooperare pacificamente ed efficacemente. Ma essa non è possibile se gli uomini non possiedono delle regole di condotta comune, comprensibili a tutti per mezzo della comune ragione perché inscritta nella loro natura. Ben inteso, le diverse comunità umane continueranno a essere differenti e rivali. Ma esse non possono più considerare la guerra come un mezzo normale e accettabile di competitività, giacché se essi impiegano un tale mezzo moriranno, sia direttamente per causa della guerra, sia indirettamente per la mancanza di un accordo e di un'azione efficace sui soggetti ambientali. È ciò che ricorda con estrema chiarezza l'Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate.
Si pongono due questioni di fondo:  Che cosa significa essere "razionale" nel mondo d'oggi? Quali culture possono e intendono essere "razionali" nel mondo d'oggi?
Per ciò che riguarda la prima questione, io dirò che essere "razionale" significa avere la volontà e la capacità di sviluppare la scienza, le tecnologie, l'efficienza economica e di mettere in gioco le istituzioni politiche e giuridiche che lo consentono. Queste istituzioni sono lo Stato e il diritto, i diritti dell'uomo, la democrazia, il diritto civile, le regole dell'economia di mercato, la scuola, la libera ricerca scientifica, la stampa libera, la libertà religiosa.
Ora la maggior parte delle istituzioni de facto sono state create dall'Occidente, che ha promosso un progresso di cui ora l'intera umanità sta godendo, così come cinquemila o seimila anni or sono la Mesopotamia ha dato al mondo intero gli strumenti che hanno premesso la precedente tappa dell'evoluzione:  l'agricoltura, l'allevamento, la sedentarizzazione, la città, lo Stato, la scrittura.
Oggi la popolazione mondiale conta 6-7 miliardi di abitanti. Nel XVIII secolo, essa ne contava 650 milioni. Questa crescita straordinaria è dovuta alla democrazia liberale e all'economia di mercato e al fatto che questa logica societaria inventata in Europa ha toccato passo dopo passo il mondo intero prima attraverso la colonizzazione e poi attraverso la mondializzazione.
Dunque, oggi, se il mondo volesse ritornare allo stato culturale in cui si trovava prima della colonizzazione da parte dell'Occidente, potrebbe farlo, ma sarebbe necessario eliminare i nove decimi della popolazione.
Quindi, la modernizzazione razionale del mondo presuppone, in un certo grado, la sua "occidentalizzazione". Dire ciò non significa affermare in modo imperialista una qualsiasi superiorità intrinseca dell'Occidente. È semplicemente un fatto storico. L'Occidente ha dato origine ad alcune invenzioni - la scienza, il diritto formale, la democrazia - che hanno un valore universale, esattamente come l'agricoltura, l'allevamento, la città, lo Stato, la scrittura, che hanno un evidente valore universale e, a suo tempo, sono state inventate non da tutta l'umanità ma dai mesopotamici.
Ora che altre culture hanno compreso e adottato alcune delle invenzioni occidentali, possono adattarle ai loro valori, migliorarle, completarle. Ma se in nome di un odio ingiustificato verso l'Occidente, l'umanità di oggi decidesse di rigettare in blocco tutti i valori e le istituzioni di origine occidentale, o anche di metterle sullo stesso piano di ogni altra cultura, l'umanità arretrerebbe.
Con riferimento alla seconda domanda, constato che ogni cultura non ha lo stesso accesso alla razionalità. Credo che nell'attuale dialogo fra le civiltà, l'Asia ha e avrà per lungo tempo ancora un rapporto privilegiato con l'Occidente.
Il mio volume Cos'è l'Occidente? non integra nessuna parte della civiltà dell'Estremo Oriente nella sua problematica, se si esclude una breve allusione alla morale giapponese nelle ultime pagine. È una lacuna grave.
C'è per questo una ragione contingente. Quando ho scritto questo libro non conoscevo nulla dell'Asia. Qualche giorno dopo avere consegnato il manoscritto all'editore, ho fatto il mio primo viaggio in Giappone. Eravamo nell'agosto 2004. Da allora, appassionato da quanto avevo scoperto in estremo Oriente, sono ritornato una dozzina di volte in Giappone, in Corea, a Taiwan e in Cina. Sono rimasto sorpreso da ciò che vi ho trovato:  società sviluppate, urbane, ordinate, a ben vedere "occidentali", e anche più "occidentali" dell'Occidente stesso.
Lavorando sulla storia e sulla cultura di queste società, ho scoperto poco a poco la ragione di questa situazione. Il fatto è che queste sono società "confuciane", in cui esiste già da molto tempo lo Stato laico, poiché vi è nato circa tremila anni fa, e in modo indipendente da come si è affermato nel bacino mediterraneo e in Europa. Ho pertanto compreso per quale motivo il Giappone e la Cina avevano potuto, così velocemente e totalmente, beneficiare della scienza e delle tecniche originarie dell'Occidente. Avendo già un approccio razionale verso il mondo, gli asiatici hanno percepito gli occidentali come più avanti rispetto a essi e non come esseri provvisti di poteri soprannaturali. È una differenza fondamentale rispetto alla reazione di altre civiltà non occidentali circa l'intrusione dell'Occidente esploratore e coloniale. Per esempio gli Aztechi percepivano i conquistadores spagnoli come degli dei e anche i neri d'Africa erano convinti che i bianchi fossero degli esseri divini, che non avevano il sangue ma il fuoco nel loro corpo - si veda a questo proposito la meravigliosa recita di Amadou Hampaté Bâ - e oggi ancora, il mondo musulmano percepisce la superiorità tecnologica, militare, economica dell'Occidente come l'effetto di una diavoleria (l'Occidente non è forse stato definito da Osama bin Laden e i militanti di Al Qaeda come "satana", e gli Stati Uniti come il "grande satana"?). Mentre per gli asiatici gli occidentali sono semplicemente persone avanzate con cui è utile colloquiare.
L'esempio paradigmatico di questa percezione è l'atteggiamento dei giapponesi. Vedendo nel 1853 lo squadrone del commodoro Perry - composto da grandi navi corazzate e a vapore, capaci di rimontare a tutta velocità, contro vento, la Baia di Tokyo - i responsabili giapponesi dello Shogunato di Erdo si persuasero che era del tutto inutile e stupido resistere, diversamente da quanto fece la corte di Kyoto, città interna, dove le persone non avevano visto con i propri occhi la flotta americana. Coloro che decisero di arrendersi compresero immediatamente che, se avessero resistito, sarebbero stati vinti e colonizzati dagli americani. Al contrario, se avessero concesso agli americani ciò che chiedevano, in sintesi poche cose - l'autorizzazione di approdare in due o tre porti e di commerciare - avrebbero invece potuto avere con loro delle relazioni pacifiche, mettendosi alla loro scuola e recuperare il ritardo. È ciò che fu fatto inviando ambasciatori in America e in Europa, facendo partire alcuni studenti per le scuole e le università occidentali e invitando professori e esperti occidentali a insegnare in Oriente. Reazione intelligente che ha permesso la succes story dell'era Meiji, appannata in seguito, ahimé, dal nazionalismo giapponese (i giapponesi hanno avuto la pessima idea di imitare altri nazionalismi, il militarismo e il colonialismo delle nazioni occidentali dell'epoca). Ma, avendo ormai voltato pagina, il Giappone ora è uno dei Paesi più avanzati e più ricchi del mondo.
All'università Keio di Tokyo, il fondatore, Fukusawa Yukichi, ha fatto installare nell'edificio principale una immensa vetrata (di quattro o cinque metri di altezza). Vi si vede un samurai di spalle, riconoscibile da due sciabole che sporgono dal corpo. Egli è a piedi e tiene il cavallo per la briglia, in un atteggiamento pieno di modestia. Rappresenta l'atteggiamento della cultura tradizionale del Giappone. Egli avanza verso un curioso personaggio di cui si vede il volto, un giovane biondo dalla figura totalmente abbagliante, una sorta di angelo. Questo personaggio è una allegoria della scienza occidentale. L'insieme della tavola significa dunque che la vecchia cultura giapponese riconosce tutto il profitto che ha ottenuto dalle scienze occidentali e che accetta di apprendere da esse. Ma - come recita l'adagio "tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato" - il fascino del samurai per la scienza prova che questi è già uno spirito scientifico.
Per ciò che riguarda la Cina - e anche Taiwan, Singapore o la Corea del Sud - abbiamo esattamente lo stesso scenario, anche se i ritmi e la modalità sono stati diversi. Dall'arrivo dei gesuiti nel XVI e XVII secolo, i cinesi hanno saputo riconoscere perfettamente e apprezzare gli apporti scientifici dell'Occidente. La Cina era stata la culla della stessa civiltà "confuciana" con la stessa esperienza di gestione razionale dello Stato e di realizzazioni scientifiche e tecniche. Sfortunatamente il governo imperiale, aggredito dalle guerre per l'oppio, dal XIX secolo in poi, non ha voluto o non ha potuto più fare ciò che fecero i governi giapponesi dell'era Meiji. La società cinese ci mise dunque più tempo a reagire allo shock dovuto al contatto con gli occidentali e a modernizzarsi. Ma la modernizzazione ha finalmente avuto luogo con la creazione della Repubblica e con ogni episodio della storia della Cina dal 1911 ad oggi.
In ogni caso, dal XIX secolo, il ritardo delle culture asiatiche rispetto a quella dell'Occidente è stato ampiamente colmato. A ben vedere, inoltre, il Giappone e la Cina sono avanti rispetto all'Occidente. Quando si vedono le fabbriche giapponesi ultra moderne o le immense torri di Hong Kong, Seoul, Taipei, Shangai, o il treno a sostegno magnetico di Shangai, o i primi voli spaziali cinesi, si prende coscienza di questo straordinario sviluppo. La Cina, ormai, è al primo posto della scienza mondiale e i suoi scienziati cooperano regolarmente con gli omologhi degli altri grandi Paesi scientifici. Certamente l'umanità non è politicamente unita e non so se sia auspicale che un giorno lo sia; ma l'avventura scientifica è già da ora vissuta in comune da tutta l'umanità, preludio, con la mondializzazione dell'economia, a un riavvicinamento spirituale portatore di pace e prosperità.
Mi auguro pertanto che gli occidentali siano più coscienti di quanto non lo sono ora dell'esistenza di performance e di potenzialità delle società asiatiche. L'Asia, ancora oggi, è troppo poco conosciuta in Europa.
Io non mi considero affatto un occidentale poco colto. Devo confessare che, prima dei miei viaggi recenti, non conoscevo nulla dell'Asia. Ben inteso, avevo imparato, all'università, qualcosa riguardo alla storia della Cina moderna, avevo sentito parlare di Sun Yat-sen e, di più ancora, di Mao Zedong. Allo stesso modo conoscevo solo due o tre cose riguardo al Giappone, soprattutto in riferimento alla seconda guerra mondiale, da Pearl Harbour fino a Hiroshima. Sul piano culturale, conoscevo soprattutto il Giappone e la Cina per mezzo della Madama Butterfly e della Turandot di Puccini. Avevo sentito parlare dello judo e delle altre arti marziali e del suicidio attraverso il seppuku. Avevo letto, quando ero studente, senza comprendere granché i Dialoghi di Confucio. Ma era pressoché tutto. Il resto della mia conoscenza dell'Asia era puramente giornalistico. Anche quando sbarcai per la prima volta a Tokyo e a Kyoto, poi, qualche settimana più tardi, a Hong Kong, fu per me, lo ripeto, un vero shock. Non supponevo affatto l'esistenza di tali civiltà. Era come se stessi visitando un altro pianeta. In un certo senso ero come un boscimano delle steppe d'Africa del Sud, di cui si fa menzione in un celebre film, che sbarca in una città moderna ed è completamente disorientato e abbagliato.
Penso pertanto che gli occidentali abbiano un deficit di conoscenza dell'Asia e ciò è un segno di inferiorità rispetto a tanti asiatici che, oggi, hanno una conoscenza dell'Occidente pari a quella che hanno della loro civiltà. Restai molto colpito quando, visitando a giugno 2006 un collegio a Tokyo, vidi una classe in cui dei bambini di 11-12 anni stavano facendo una composizione di storia. Il soggetto erano le guerre dei Medi, che hanno opposto i Greci e i Persiani all'inizio del V secolo prima dell'era cristiana. Passai tra le file e osservai le copie. Ogni studente aveva disegnato accuratamente il piano di battaglia di Maratona. Pensavo che in Francia il degrado dell'insegnamento fa si che, probabilmente, pochi bambini di quell'età apprendano così accuratamente questo episodio della storia della Grecia. Ma soprattutto, nessun bambino francese apprende a quell'età la storia della Cina e del Giappone. Quei giovani giapponesi erano dunque più preparati degli studenti francesi a vivere nel mondo del XX secolo, ristretto dalla mondializzazione e in cui le civiltà sono oramai obbligate a rapportarsi e comprendersi.
Io non vorrei che capiti agli Occidentali ciò che è accaduto agli Ottomani nel XIX secolo. Costoro, reggitori di un vasto impero, erano persuasi della superiorità della loro civiltà islamica e della loro invincibilità. Certo, dopo l'arrivo di Napoleone in Egitto, a causa del riversarsi dei russi verso il Mar Nero, della conquista di Algeria, dell'intervento delle potenze cristiane a Levante, ebbero molte occasioni per allarmarsi a causa delle continue intrusioni di una civiltà militarmente più potente. Ma per lungo tempo ancora, come dimostra Bernard Lewis, essi non credettero che costoro rappresentassero la civiltà più avanzata del mondo e un impero legittimo. Si racconta la storia di un ambasciatore turco a Vienna che, essendo nella scorta dell'imperatore, assistette nelle strade della capitale austroungarica a una scena normale per un occidentale, ma scioccante per lui, indigesta al suo spirito. A un bivio, una signora aveva cominciato ad attraversare la strada, non avendo visto la scorta dell'imperatore che si stava avvicinando. Francesco Giuseppe, che procedeva per primo, fermò subito il suo cavallo, immediatamente imitato da tutti i cavalieri del seguito, composto da grandi signori e da alti dignitari di corte. Egli si tolse il cappello per salutare cortesemente la signora, la quale, avendolo infine riconosciuto, gli rese cortesemente il saluto. Poi la signora finì tranquillamente di attraversare la strada e, al segnale dell'imperatore, la scorta riprese la sua marcia. La sera stessa, l'ambasciatore scrisse uno dispaccio al sultano, rassicurandolo:  "Non bisogna temere nulla da questo popolo, poiché essi cedono il passo a una semplice donna". Fu ben poco lungimirante da parte sua, come gli stessi arretramenti ripetuti degli Ottomani nei decenni seguenti, nei Balcani, nel vicino Oriente e nell'Africa del Nord avrebbero dimostrato. L'ambasciatore aveva giudicato l'impero austroungarico secondo le sue categorie mentali, senza fare lo sforzo di rimetterle in gioco. Sarebbe dovuto arrivare Mustapha Kemal Ata Türk perché i turchi giungessero ad adottare un atteggiamento diverso, più prossimo a quello dei giapponesi dell'era Meiji.
Credo che dobbiamo meditare queste lezioni. Mi auguro che gli occidentali, di fronte al risvegli dell'Asia, non manifestino la stessa cecità degli ottomani di fronte al risveglio dell'Europa.
Oggi nel dialogo tra le civiltà, le società di stampo confuciano e l'Occidente hanno uno status privilegiato. Esse rappresentano i due grandi poli della civiltà mondiale e hanno, perciò, una responsabilità condivisa. Devono far trionfare la voce della ragione nel mondo difficile in cui noi viviamo, minacciato dallo shock delle civiltà, ma portatore di immense speranze e grandi potenziali.



(©L'Osservatore Romano 29 novembre 2009)
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