Perché l'ortodossia ebraica deve accettare il dialogo

I cattolici ci porgono la mano
sarebbe insensato non afferrarla


Pubblichiamo un articolo dell'ambasciatore d'Israele presso la Santa Sede scritto per il numero di febbraio di "Pagine ebraiche", il mensile dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale.

di Mordechay Lewy

L'ebraismo si fonda sul riconoscimento dell'unità del genere umano, dell'aderenza ai principi morali e della verità, che regnano supreme sopra ogni uomo, a prescindere dalla razza o dalla religione. I Giusti non sono tali in virtù dei propri natali. I gentili possono aspirare a divenire Giusti come gli ebrei, secondo quanto citato nel Tosefta, Sanhedrin, 13, "I giusti tra i Gentili hanno il loro posto nel mondo a venire". Nel Levitico "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (19, 18), si applica a ogni essere umano. Quei principi sono riconducibili a un rispettoso trattamento dell'"altro". Nonostante le mutate condizioni di vita in Europa, le fonti rabbiniche medievali mostrano rispetto verso le altre religioni. Non solo Maimonide, ma anche Rabbi Menachem Hameiri di Perpignan (1249-1315) riconobbe nel suo commento al Talmud Beit Habechira che i musulmani e i cristiani meritano onestà nelle transazioni economiche, come "popoli definiti dai modi della religione" (commenti sui trattati Baba Metzia, 27a e Baba Kama, 113b).
Rabbi Moshe de Coucy nel XIII secolo proibiva "di ingannare sia l'ebreo che il gentile" (Semag, 74). Rabbi Joseph Caro (1488-1575) nello Shulchan Aruch dichiara che "i gentili di oggi non sono considerati idolatri in riferimento alla restituzione degli oggetti perduti e di altre questioni" (Hoshen Mishpat, 266). Rabbi Moses Rivkes (1600-1684), autore di un commento sullo Shulchan Aruch, scrisse nella Beer Hagolah che i cristiani "credono nella creazione del mondo, nell'Esodo, nella Rivelazione sul  Sinai  e  pregano  per  il  Creatore" (7, 7).
Rabbi Jacob Emden (1698-1776), in una lettera alla comunità ebraica polacca, si appella ai cristiani per trattare i sabbatiani come apostati, "Poiché è riconosciuto che anche il Nazzareno e i suoi discepoli, in particolar modo Paolo, hanno ammonito sulla Torah degli Israeliti a cui tutti i circoncisi sono legati. E se sono veri Cristiani, essi osservano la loro fede con la verità e non permettono tra i loro confini questo nuovo messia inadatto (...) Sabbatai Zevi (...) Invero, anche secondo gli scrittori dei Vangeli, ad un ebreo non è permesso di lasciare la sua Torah". Questo passaggio è tratto da un'appendice al Seder Olam Raba di Emden (Hamburg, 1757, p. 33).
Nel suo commento, Lechem Shamajim sul Mishna Tractate Avot (Amsterdam 1751, p. 41), Emden loda la dottrina musulmana e cristiana:  "I saggi di Edom e gli Ismaeliti parlano in nostro favore (...) grazie al comune insegnamento divino che condividono (...) Benché alcuni stolti abbiano quasi cercato di annientarci (...) I saggi tra di loro sono stati forti come leoni contro i malvagi, specialmente i saggi cristiani che seguono sempre la verità (...) Essi sono stati i nostri protettori e ciò sarà considerata un'azione caritatevole da parte loro".
L'ortodossia ebraica, un tempo pluralistica nel suo approccio verso i cristiani, dopo la Shoah è divenuta, a dir poco, meno flessibile. Nonostante ciò, dei tre atteggiamenti prevalenti verso i cristiani, solo l'attitudine degli Charedim ultraortodossi può considerarsi completamente negativa. Questa corrente è guidata dallo Psak Halacha (verdetto halachico) del 1967, del Rabbino Moshe Feinstein (1895-1985). Questo verdetto, pubblicato nel Igrot Moshe, Yore Dea (3, 43) proibiva perfino gli incontri con i preti.
Per il momento, l'attitudine degli Charedim, che delegittimizzano persino altre denominazioni ebraiche ortodosse, persiste. La corrente principale dell'ebraismo ortodosso esprime il suo atteggiamento attraverso Rabbi Joseph Ber Soloveitchik (1903-1993) e il suo articolo programmatico Confrontation ("Tradition. A Journal of Orthodox Thought", 1964) viene considerato una risposta alle riflessioni precedenti a Nostra aetate. Benché egli neghi la possibilità del dialogo religioso, che considera dottrinale per natura, suggerisce una piattaforma comune di azione concertata nella sfera pubblica secolare.
I parametri di Soloveitchik sono:  1) Il raggio d'azione ebraico-cristiano per il bene comune è ristretto alla sfera secolare, come Dio ha comandato all'umanità nella Genesi:  "riempite la terra e rendetevela soggetta" (1, 28). 2) Relazioni rispettose tra le religioni necessitano di una rigorosa non interferenza. Ci si dovrebbe astenere dal suggerire alle altre fedi cambiamenti relativi ai rituali o emendamenti ai testi.
Quaranta anni di dialogo ebraico-cattolico dopo Nostra aetate sono stati un periodo di prove ed errori reciproci in cui si è sviluppato un proprio dinamismo. L'emergente ortodossia moderna si è spinta oltre i confini delineati da Soloveitchik, diventando il nucleo delle correnti ebraiche ortodosse che portano il messaggio del dialogo attuale.
Uno dei loro celebri portavoce, Rabbi David Rosen, ha spiegato le ragioni fondamentali del dialogo con i cattolici in questo modo:  1) L'ignoranza genera il pregiudizio e pertanto minaccia il benessere delle comunità, specialmente per le minoranze. Attraverso il dialogo, le barriere dei pregiudizi e degli stereotipi vengono rimosse e si incoraggia il rispetto reciproco. 2) Una base ulteriore per le relazioni interreligiose è la percezione di una "agenda comune", poiché nessuna religione è un'isola. Tutte le religioni dell'Occidente sono diventate delle minoranze in un mondo sempre più secolarizzato. 3) Ogni religione è uguale davanti a Dio con la sua propria verità. La rivendicazione del monopolio sulla verità equivale a limitare l'incontro con il Divino. 4) L'identità del cristianesimo è legata in maniera unica alla storia ebraica e alla rivelazione, nonostante le nostre differenze fondamentali. Poiché l'ebraismo ci insegna che è un nostro dovere testimoniare la presenza di Dio e santificare il Suo nome nel mondo, abbiamo l'obbligo di lavorare insieme.
I cristiani e gli ebrei guardano indietro a duemila anni di traumatico passato comune. Dopo la Shoah la Chiesa cattolica ha avviato negli anni Sessanta un cambiamento radicale nei riguardi degli ebrei. La conversione è bandita a un orizzonte escatologico distante e sconosciuto. La capacità di sopravvivenza dell'ebraismo è garantita dalla fondazione dello Stato Ebraico. I cattolici ci porgono la mano. Sarebbe insensato non afferrarla, a meno di non voler ipotecare il nostro futuro con una costante animosità con il mondo cattolico. I primi duemila anni non legittimano una ripetizione. Entrambi meritiamo di meglio.



(©L'Osservatore Romano 20 gennaio 2010)
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