A proposito di una rilettura del rapporto tra romani e giudei

Scontro di civiltà (antiche)


di Manlio Simonetti

Paolo Mieli ha pubblicato sul "Corriere della sera" un'ampia e più che lusinghiera presentazione della recente traduzione italiana della monografia di Martin Goodman intitolata Rome and Jerusalem e pubblicata a Londra nel 2007 (Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche. Traduzione di Michele Sampaolo, Roma-Bari, Editori Laterza, 2009, pagine x+738, euro 35). La valutazione favorevole appare ben meritata in considerazione dell'ampiezza inusitata del libro, che fornisce gran copia di notizie riguardanti i più vari aspetti della vita, non soltanto comunitaria ma anche privata, di romani e giudei nel mondo antico, per cui questa monografia viene a collocarsi in posizione di spicco nell'ambito di una bibliografia tutt'altro che scarsa riguardante l'antigiudaismo nell'antichità.
All'inizio del libro Goodman spiega che il primitivo obiettivo della sua ricerca, analizzare le differenze tra la civiltà giudaica e quella romana, si è rivelato inadeguato a fronte della constatazione di non poter prescindere dalla dimensione storica del contrasto tra le due civiltà, culminato nella catastrofe dell'anno 70. Quanto a questa, l'autore, considerando che la fonte di gran lunga più importante di questi fatti, Flavio Giuseppe, era troppo coinvolta nei fatti che narrava per poterne fornire una presentazione distaccata e serena, si è chiesto se non convenisse ripensare tutta la vicenda, utilizzando il materiale fornito dall'antico storico ma interpretandolo in modo autonomo. Di qui una presentazione del rapporto tra giudei e romani largamente originale, sulla quale intendo ora soffermarmi, sia pure in breve.
Ma preliminarmente non posso esimermi dall'osservare che il serrato e documentato confronto tra i vari aspetti delle civiltà rispettivamente giudaica e romana presenta un evidente squilibrio in quanto mette a confronto, perciò su un medesimo livello, le due entità quasi fossero politicamente paritarie, mentre da una parte abbiamo la città imperiale e dall'altra una delle tante città dell'impero, centro ancestrale di un popolo che era soltanto uno dei tanti sui quali si estendeva il dominio romano. Non poco ci sarebbe da rilevare circa questa evidente forzatura, ma qui preferisco concentrarmi sull'interpretazione che l'autore propone del rapporto conflittuale tra romani e giudei.
Goodman afferma che i giudei della diaspora avevano trovato un accomodamento coi loro vicini, per cui, se non benvoluti, erano per lo meno tollerati dai pagani in mezzo ai quali vivevano, così come erano tollerati, fuori dell'impero, dal governo dei parti. Al tempo di Gesù i giudei non si sentivano oppressi dai romani, che non li consideravano pericolosi e ostili, e Gerusalemme era una città gloriosa e ricca. La rivolta dell'anno 66 fu determinata non dal rifiuto giudaico del dominio romano ma dalla reazione alle malversazioni di un governatore disonesto, che faceva seguito ad altri pessimi governatori. L'incapacità del magistrato di reprimere  subito  la  rivolta  e  la  perdita di un'intera legione imposero ai romani una risposta adeguata, che portò all'assedio e alla distruzione di Gerusalemme.
A causare questo crescendo di violenza non fu tanto la resistenza dei giudei quanto la particolare situazione nella quale si venne a trovare Vespasiano, prima comandante dell'esercito romano incaricato di reprimere la rivolta ma nel 69 acclamato imperatore dalle legioni d'oriente in opposizione a Vitellio:  "La totale sconfitta dei giudei gli era necessaria per costruirsi l'aura di generale vittorioso che potesse giustificare la sua ascesa al potere" (p. 660). Di qui la spietata violenza con cui fu assalita, conquistata e distrutta Gerusalemme, senza che si tenesse conto che la città, ormai ridotta agli estremi, di lì a poco si sarebbe dovuta arrendere per fame. "Una volta che i Flavi avevano stabilito il loro potere sulle spalle della sconfitta dei giudei, non fu nell'interesse della maggior parte degli imperatori successivi manomettere l'immagine così accuratamente costruita e tanto meno sfidarla direttamente permettendo ai giudei di ricostruire il loro Tempio" (pp. 660-661). All'antigiudaismo romano fece seguito quello cristiano, con una graduale crescendo di ostilità destinato a prolungarsi e intensificarsi nel mondo medievale e in quello moderno.
Il presupposto sul quale fonda questa interpretazione di Goodman, cioè che i giudei avrebbero trovato un accettabile modus vivendi con i pagani in mezzo ai quali vivevano, mi sembra ben poco solido. Infatti egli qui si distacca completamente da Flavio Giuseppe, fonte pressoché unica, il quale afferma a chiare lettere che i giudei erano del tutto malvisti in oriente, e soltanto la protezione dell'autorità romana li metteva a riparo dalle violenze alle quali le popolazione pagane li avrebbero volentieri assoggettati.
Lo storico riporta nelle Antichità giudaiche più di trenta decreti emanati dalle autorità romane per tutelare i giudei dalle vessazioni e dalle angherie di cui i pagani, appena se ne presentasse l'occasione, li facevano oggetto. E che questa condizione di vita precaria dei giudei non fosse ristretta all'impero romano ce lo dice ancora lo storico giudeo, il quale racconta che nel 40/41 dell'era cristiana a Seleucia, nel regno dei parti, cinquantamila ebrei furono massacrati in una sola notte dai siriani e dai greci (18, 376). Anche se la cifra potrebbe essere esagerata e non di poco, il fatto è significativo del malvolere che circondava i giudei anche fuori dell'impero romano.
Non è qui il caso d'indagare le cause di questo malvolere, tanto più che molto se n'è scritto, e che esso va fatto risalire già al tempo della rivolta dei cosiddetti Maccabei, e comunque ben prima della comparsa dei romani nella regione. Mi limito perciò a osservare che, a mio avviso, Goodman ha anche sottovalutato la conflittualità che s'instaurò in Palestina dopo la morte di Erode, per sfociare infine nella ribellione del 66. Non definirei semplici operazioni di polizia episodi come la cosiddetta guerra di Varo alla fine della quale il comandante romano fece crocifiggere ben duemila persone (17, 295). Quanto poi Goodman osserva circa la sopravvalutazione dell'importanza della guerra giudaica da parte degl'imperatori Flavii per motivazione politica, è pura ipotesi:  quella giudaica fu una guerra vera e propria e come tale fu combattuta, perciò senza mezze misure e tanto meno preoccupazioni umanitarie.
Sta il fatto che i giudei, pur accuratamente tutelati dall'autorità romana e autorizzati a praticare usanze che li isolavano dalle popolazioni entro le quali vivevano, rappresentarono per i romani un problema sempre aperto fino alla grande repressione del 135, stante proprio - soprattutto in Palestina dove i giudei erano largamente maggioritari e dove c'era il Tempio - la difficoltà di convivenza con i romani e con gli stranieri in genere, proprio a causa di quelle peculiari usanze e, conseguentemente, l'insofferenza per la dominazione romana.
Sono d'accordo con Goodman nel ritenere che in grande maggioranza i giudei di Palestina fossero ben lungi dal sentirsi spinti da questa insofferenza fino alla rivolta armata, ma fu sufficiente che lo fossero alcune minoranze di fanatici, perché la storia c'insegna che troppe volte sono state proprio queste minoranze di estremisti a trascinare, più spesso alla rovina che al successo, le maggioranze incapaci di far valere la loro moderazione.
Goodman si meraviglia e s'indigna perché, dopo la distruzione del Tempio nel 70, le autorità romane non ne permisero più la ricostruzione, manifestando un'intolleranza che contrastava con la tolleranza praticata nei confronti di altre popolazioni dell'impero. Ma il divieto di ricostruire il Tempio può essere valutato da un punto di vista perfettamente opposto:  vale a dire, ci si può chiedere perché i romani, tanto tolleranti nei confronti delle altre etnie, non lo siano stati su questo punto con i giudei. Evidentemente c'era una ragione.
In effetti per i romani i giudei erano qualcosa di diverso da quelle altre popolazioni e, a differenza di quelle, rappresentavano un problema di difficile soluzione:  perciò, risolto a modo loro, con i massacri del 70 e del 135, il problema, era naturale che essi volessero evitare ogni gesto che in qualche modo potesse riproporlo, e la ricostruzione del Tempio poteva essere valutata in questa ottica. A proposito della durezza con la quale i romani trattarono i giudei dopo i fatti del 66-70 e di cui farebbe fede l'imposizione del fiscus Iudaicus, Goodman avrebbe dovuto rilevare più significativamente di quanto non abbia fatto che anche dopo i gravissimi eventi del 66-70, del 115 e del 135, i romani continuarono a mantenere in vigore i provvedimenti che autorizzavano i giudei a vivere a modo loro nell'ambito dell'impero, ivi compresa l'esenzione di fare atto di ossequio all'imperatore in quanto dio.
Concludo perciò che l'interpretazione dei fatti che Goodman propone non mi sembra convincente là dove diverge da Flavio Giuseppe, e preferisco attenermi alla ricostruzione tradizionale del rapporto conflittuale tra romani e giudei, fondato sul dato di fatto che i giudei erano molto malvisti dai pagani, soprattutto in oriente, e che soltanto la protezione dei romani assicurava la loro incolumità, protezione che non venne meno neppure dopo le grandi ribellioni del I e II secolo. È fuor di dubbio che i tragici fatti di un passato ancora troppo prossimo invitino a riesaminare criticamente anche i fatti di un passato molto più remoto, ma non a punto tale da alterarne il significato al di là della verità storica.



(©L'Osservatore Romano 30 gennaio 2010)
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