La lotta come dimensione strutturale della vita monastica

Tutte le armi per salire
sulla scala di Giacobbe


Pubblichiamo stralci di una delle relazioni presentate nel corso della giornata di studi dedicata alla "Lotta politica nell'Italia medievale" e organizzata a Roma dall'Istituto  Storico  Italiano  per  il  Medio Evo.

di Umberto Longo
Università di Roma La Sapienza

Contro di te, o mondo immondo, noi protestiamo! Così comincia un celebre testo monastico, la Vita di san Romualdo di Ravenna scritta nel 1042 da san Pier Damiani, monaco e protagonista della riforma della Chiesa nel pieno del medioevo. La testimonianza agiografica su un monaco che con la sua azione e i suoi ideali di riforma ha meritato la santità si apre con una contrapposizione netta, radicale che inserisce subito l'esperienza esistenziale del santo monaco in un contesto di lotta, di conflitto rifacendosi a una tradizione retorica antica quanto il monachesimo.
A ben vedere una scelta così radicale, totalizzante genera per forza conflitti:  quella della lotta è una dimensione costitutiva, strutturale della vita monastica al punto che la si può considerare una cifra caratterizzante.
Il fine ultimo del monachesimo è la pace dell'anima nel porto celeste, ma per giungervi non sono possibili compromessi; dunque va riconsiderato e/o ricontestualizzato l'atteggiamento un po' oleografico, agiografico nel senso deteriore e non etimologico del termine - buonista si direbbe oggi - che contraddistingue certo modo di considerare il chiostro e la vita monastica.
Se il chiostro evoca valori come la mitezza, l'umiltà, l'equilibrio, virtù cardini che tutte le fonti monastiche propugnano senza sosta come ingredienti necessari, e indispensabili per la vita monastica, allo stesso tempo i monaci sin dalle origini si sono autorappresentati e concepiti come soldati, come atleti di Cristo, perennemente in guardia contro una nutrita schiera di nemici. Sin dai primordi i testi che riguardano il monachesimo sono intessuti di linguaggio e metafore militari:  la stessa vita monastica è indicata come una milizia spirituale.
Ogni monastero è una piccola Gerusalemme celeste in terra, è un orto delle delizie spirituali, una riproduzione del giardino dell'Eden, un hortus conclusus, ma è anche un luogo di scontro, un teatro di guerra, un avamposto, una roccaforte dove si combatte una lotta senza quartiere, sotto l'insegna della categoria dell'urgenza, della fretta, del correre verso Dio (festinare ad Deum) e dell'estrema bellicosità contro se stessi e i nemici di Dio. Negli e dagli avamposti del cielo in terra, i monasteri, parte una lotta senza tregua. Il monaco pugna, combatte contro una miriade di nemici più o meno insidiosi:  primo fra tutti se stesso, poi - e insieme - il demonio, l'antico nemico, il nemico per eccellenza, quindi un gradino più sotto tutti gli altri nemici di Dio:  i pagani, gli eretici, i laici prepotenti, le donne, gli altri monaci, gli ordini diversi, i vescovi rapaci, la natura implacabile e incontrollabile, gli infedeli.
I monaci si impongono una strada difficilissima:  quella della perfezione spirituale. Salgono una ripida e impervia scala che conduce a Dio. È un'immagine ricorrente nel mondo monastico quella della scala di Giacobbe, della salita dei gradini, delle tappe, dell'ascesa/ascesi al cielo verso la Gerusalemme celeste. Gerusalemme c'entra sempre:  ieri come oggi è un ombelico sensibile del mondo per un eccezionale insieme di motivi.
La scala però è stretta; nel senso che molte sono state le vie e le formule elaborate per realizzare il fine ultimo dell'esperienza monastica che è l'affrettarsi verso Dio:  ma molteplici sono state anche le forme e i modi della partecipazione del monachesimo alla costruzione della società.
Ma torniamo alla Vita di Romualdo che è un'opera esemplare per mettere in risalto una serie di caratteristiche fondamentali del monachesimo e dei suoi rapporti con la società. Il santo protagonista e l'agiografo, lo scrittore della sua biografia spirituale, sono monaci impegnati nella riforma del monachesimo e più in generale della società cristiana; riforma cioè ritorno alla primitiva forma, all'origine apostolica della Chiesa e agli esordi del movimento monastico. È un procedere caratteristico questo dei riformatori monastici, ma più in generale degli uomini del medioevo:  la riforma con i suoi immancabili esiti innovativi si concepisce e si presenta come una rincorsa ai modelli autoritativi antichi, una corsa in avanti con lo sguardo a ritroso.
Innanzitutto, il santo protagonista è nobile, non c'è santità senza nobiltà tra alto e pieno medioevo, le componenti aristocratiche forniscono i quadri delle élites monastiche ed ecclesiastiche. Romualdo fugge dalla società e dal mondo cittadino con le sue contese politiche, le faide, la violenza per ricercare i recessi remoti, gli spazi incontaminati dalla presenza sociale umana dove costruire la sua santità. Se rifugge la violenza del mondo e della società cittadina che al suo tempo comincia a fermentare - l'occasione della conversione avviene dopo aver partecipato a un omicidio perpetrato dalla fazione del padre - tuttavia non rinuncia alla forza caratteristica del gruppo sociale da cui proviene; il santo trasferisce queste virtù su un altro piano, più alto. Romualdo lotta. Incessantemente, per tutta la vita, a cominciare dai soprusi dei potenti. Ma se vive separato, se si è escluso con pia fierezza dal secolo, non ha abbandonato il mondo. Il santo monaco consiglia e ammonisce i potenti, primo tra tutti lo stesso imperatore Ottone iii e cerca di convertirli; anela la missione, evangelizza le distese da cristianizzare, fonda monasteri, senza tregua. La dimensione della contesa non si limita all'opposizione ai soprusi di una società violenta, ma Romualdo lotta contro tutti:  nemici, monaci sordi al progetto di rigenerazione spirituale e morale che egli propone e che tentano di assassinarlo, ma anche contro i suoi discepoli, all'interno delle comunità da lui stesso fondate. Dovunque egli vada e fondi eremi e monasteri deve poi andarsene perché rischia la vita; nella sua inquieta ansia di convertire il mondo in un eremo vive sulla sua pelle tutta la drammaticità del lacerante rapporto tra intuizione e istituzione.
Volgiamoci allora alle origini. Il movimento monastico nasce come contrapposizione radicale e inconciliabile alla società tardoromana e ai suoi valori non solo religiosi ma anche etici, politici e culturali. I primi monaci si considerano dei transfughi e si autodefiniscono dei profughi, solitari in rotta di collisione con la società cittadina del loro tempo. La loro contestazione radicale non si limita ai valori pagani ma i monaci si ribellano, in nome del desiderio di vivere più profondamente possibile la propria fede, anche all'acquiescenza degli altri cristiani e soprattutto delle gerarchie ecclesiastiche che si sono troppo presto e troppo facilmente integrate nelle strutture culturali e politiche di un mondo rispetto a cui dovrebbero sentirsi estranee. I monaci compiono un'azione assurda. Edificano una città nel deserto; abitano il deserto, lo spazio esterno e opposto alla polis, e a quello che lì si svolge:  la politica, proponendo un modello antitetico sia spiritualmente che culturalmente. I monaci scelgono come spazio in cui articolare la propria esperienza un "non luogo", un'assenza, secondo i criteri della società coeva. Il deserto diviene il teatro della contesa tra i monaci e un antagonista temuto della società tardoantica, il demonio, e un teatro ha sempre il suo pubblico. La fama della intransigente potenza del modello ascetico monastico fa breccia nella scala dei valori della società. La scelta del luogo, il contesto geografico, spaziale della vita monastica si rivela un elemento cardine nell'esperienza monastica. Questa alterità, contrapposizione tra deserto e spazio urbano della società resterà un elemento costante dell'identità monastica, pronto a riemergere, come il disprezzo per il mondo e i suoi valori tra cui spiccano la politica e la cultura.
Nel passaggio dai deserti orientali alle campagne dell'occidente l'inconciliabile alterità del monachesimo rispetto alla società si viene ricomponendo attraverso intuizioni e mediazioni epocali come quella di Papa Gregorio Magno che alla fine del vi secolo rivela e consegna alla società dell'altomedioevo il tesoro dell'esperienza monastica benedettina. Il monachesimo viene smussato delle sue asperità radicali e contestatarie e la sua forza d'urto prorompente viene recuperata all'interno dei quadri della società mediante la missione dell'evangelizzazione che permette di unire all'urgenza della salvezza l'inquadramento sociale, politico e culturale della società occidentale.
Nell'altomedioevo i monaci acquistano un ruolo sempre più importante all'interno della società per la loro radicale, statutaria, ontologica, differenza dichiarata rispetto a essa e ai suoi valori che li rende tanto più preziosi modelli cui ricorrere per equilibrare i conflitti, gli squilibri e molte delle urgenze della società. E li rende necessari interlocutori. Altro capo dialettico. Da qui le ingenti donazioni di beni e di oblati, la richiesta di intercessione di preghiera, i compiti di insediamento negli spazi incolti, la missione, la cultura.
Lo spazio di azione privilegiato del monachesimo è la campagna che per molti secoli è il luogo per eccellenza della santità e della civiltà rappresentata dall'istituzione monastica che trasforma il paesaggio, lo cristianizza, lo sacralizza. Il monachesimo fino almeno al xii secolo svolge una funzione e ricopre un'importanza e un'autorità nella società medievale davvero imponente. Questo anche perché nei suoi quadri dirigenti si inseriscono i rampolli dei ceti dominanti. Intorno al 1000 il monachesimo in Italia, ma in tutto l'Occidente, è un fattore di coesione politica e sociale strettamente coinvolto negli equilibri politici. In questa attitudine, dopo l'anelito al deserto, si rivela il secondo elemento fondamentale e costitutivo del monachesimo medievale costituito dal suo pieno coinvolgimento nella strutturazione degli equilibri economici e sociopolitici. Il monachesimo con le sue estese proprietà e il suo consolidato e antico radicamento è un elemento fondamentale della costruzione sociale e politica del territorio. È diretto dagli appartenenti ai gruppi preminenti della società, è proprietario terriero, è investito di autorità dai sovrani di cui spesso i suoi esponenti sono ascoltati consiglieri spirituali, contende agli episcopati la cura delle anime, la gestione dei santuari e delle rendite, è pienamente coinvolto nel processo di ridefinizione dei diritti della società signorile. Accanto a questa nevralgica funzione politica nel tornante tra primo e secondo millennio la preminenza del monachesimo si consolida anche per un compito specifico che assolve una funzione fondamentale nella rigida articolazione della società:  la preghiera. I monasteri costituiscono l'aristocrazia della preghiera, secondo l'efficace espressione coniata dal medievista Giuseppe Sergi. I monaci pregano, non solo per la loro personale salvezza, ma per quella di tutta la società. Sintesi di questa concezione del monachesimo santificante è Cluny. L'abbazia di Cluny con la sua liturgia complessa, sfarzosa, perpetua e trionfante si pone come signora dell'aldilà, intermediario principe tra la terra e il cielo e tra i vivi e i defunti, al punto che la sua potenza è tale da poter intercedere con successo per i dannati alle fiamme eterne. Nel quadro del processo che porterà alla nascita del Purgatorio i monaci cluniacensi grazie all'efficacia della loro preghiera lottano e vincono con il diavolo ottenendo la facoltà di liberare le anime dannate. Il risultato di questi sforzi è l'omogeneizzazione delle pratiche religiose dell'Europa occidentale e il disciplinamento della vita di laici da parte di monaci e chierici. Le pratiche rituali e liturgiche elaborate dal monachesimo danno coesione religiosa alla società, ma forniscono anche un apparato su cui sperimentare le pratiche e le simboliche del potere politico. In questa prospettiva il monachesimo è pienamente coinvolto nella sfera del potere e del suo esercizio in una società in cui religioso e politico non sono ancora ambiti concettuali distinti ma presentano intrecci e sovrapposizioni. Accanto e insieme alla funzione di mediatore tra l'umano e il divino il monachesimo partecipa attivamente alla costruzione e alla rappresentazione ideologica del potere laico.



(©L'Osservatore Romano 21 febbraio 2010)
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