Pubblicato il carteggio tra Giorgio Montini e il figlio Giovanni Battista tra il 1900 e il 1942

Un dialogo di anime e di affetti


di Paolo Vian

Nel 1986 Nello Vian pubblicò nelle Lettere ai familiari, edite dall'Istituto Paolo VI di Brescia, 1.098 documenti (fra lettere, cartoline, telegrammi) che Giovanni Battista Montini scrisse fra il 1919 e il 1943. Per "familiari" si intendevano quanti, singolarmente o collettivamente, al momento della stesura dei testi, si trovavano in famiglia, quindi i genitori, Giorgio Montini e Giuditta Alghisi Montini, la nonna paterna Francesca Buffali Montini, gli zii paterni Maria, Giuseppe ed Elisabetta Montini, i fratelli Lodovico e Francesco per il periodo in cui rimasero in casa con i genitori. L'anno dopo, nelle Lettere a casa, Vian portò alla luce altri diciotto messaggi, indirizzati dal giovanissimo Montini ai familiari fra il 1915 e il 1919. Il benemerito istituto bresciano pubblica ora il carteggio intercorso fra Giovanni Battista e il padre Giorgio (G. Montini - G.B. Montini, Affetti familiari spiritualità e politica. Carteggio 1900-1942, a cura di Luciano Pazzaglia, Brescia-Roma, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, 2009 [Quaderni dell'Istituto, 30], pagine 683, euro 50). Nel complesso 427 documenti, di cui 106 scritti da Giovanni Battista - tutti già pubblicati nel 1986, tranne i primi dieci, dagli anni infantili al 30 aprile 1918, dei quali solo una lettera era stata edita nel 1987 - e 321 da Giorgio, tutti inediti. Rispetto alle edizioni del 1986 e del 1987, si ascolta così, per la prima volta ricostituita nella sua interezza, la conversazione epistolare fra padre e figlio. Accanto a queste lettere, esistono altri carteggi individuali, non ancora pubblicati, di Giovanni Battista con la madre e con ciascuno dei due fratelli.
Si potrebbe e dovrebbe scrivere a lungo del volume, nel quale l'ormai lungamente sperimentata pratica di edizione di carteggi e testi montiniani maturata all'Istituto Paolo VI ha una compiuta espressione. A esso hanno collaborato in maniera diversa tutti gli esperti membri dell'Istituto, da Renato Papetti a Caterina Vianelli (che ha curato l'edizione filologica delle lettere, offrendo un prezioso contributo nella redazione delle note), a Lino Albertelli (che ha agevolato la consultazione della biblioteca personale di papa Montini e di quella dell'Istituto). Un'opera, dunque, in qualche modo corale, di squadra (e vanno ancora ricordati i contributi di Anna Brichetti, Elisabetta Luzzago Montini, Maria Ludovica Snider, Carissimo Ruggeri, Renata Bressanelli e Sara Lombardi):  nella quale l'accuratezza della presentazione dei testi si accompagna con una minutissima illustrazione di fatti, circostanze, situazioni, relazioni, dalla "grande storia" a quella locale e familiare. Un carteggio esemplare, dunque, nella forma, ma straordinariamente ricco anche nel contenuto.
Luciano Pazzaglia, nell'ampia introduzione di quasi duecento pagine che assume le forme quasi di una monografia, ripercorre puntualmente il fecondo intreccio degli itinerari dei due protagonisti nell'arco di tempo rappresentato dal carteggio. Giorgio dalla direzione de "Il cittadino di Brescia" (dal 1881) e dalla guida del movimento cattolico bresciano (nel quale raccoglie il testimone di Giuseppe Tovini, morto nel 1897) passa naturalmente all'assunzione di responsabilità in campo nazionale, con la presidenza, nel 1917, dell'Unione Elettorale (per l'organizzazione della partecipazione dei cattolici alle battaglie amministrative e politiche) e poi con l'elezione, nel 1919, a deputato nelle fila del Partito Popolare di Luigi Sturzo. Nel frattempo il piccolo Battista cresce, fra la casa, il Collegio Arici, l'Oratorio della Pace e il seminario, sino all'ordinazione (29 maggio 1920) e l'invio a Roma per proseguire gli studi. Padre e figlio, agli inizi degli anni Venti, si ritrovano così per brevi periodi insieme a Roma. Fra i due s'instaura un dialogo maturo che attraversa le grandi esperienze e prove dell'avvento del fascismo in Italia, della Conciliazione, del consolidarsi dei totalitarismi negli anni Trenta, mentre si prepara, con chiare avvisaglie, la catastrofe della guerra, nel cuore della quale, il 12 gennaio 1943, Giorgio muore, a ottantaquattro anni (seguito il 17 maggio dalla moglie Giuditta).
Di tutte queste esperienze il carteggio ci offre una testimonianza e un'interpretazione nelle quali, come efficacemente indica il titolo del volume, gli affetti familiari - quanta umana e tenera affettuosità si respira nelle lettere - si coniugano a una spiritualità che tutto, veramente tutto, orienta al servizio di Dio, alla comprensione e all'adempimento della sua volontà, illuminando anche le valutazioni storiche e politiche, le scelte, i giudizi e gli stati d'animo. Il padre (come mostra il numero delle lettere inviate dall'uno e dall'altro) scrive al figlio più di quanto il figlio scriva al padre:  mentre il primo col progredire degli anni riduce i suoi impegni, il secondo è sempre più assorbito dalle cure delle crescenti responsabilità (dal 1937 è Sostituto della Segreteria di Stato), impelagato tra carte e affari "che - se non fossero sempre collegati al pensiero superiore donde partono e a cui tendono - riempiono, non soddisfano il cuore" (Giovanni Battista, 1 dicembre 1942). A più riprese Battista, tentato di smarrimento "in mezzo a questo incessante e implacabile lavoro burocratico" (Giovanni Battista, 13 luglio 1940), si scusa della scarsità delle sue lettere, a causa di un impegno "che invade ogni disponibilità di tempo, di quiete, di pensiero, ed è così esigente per le troppe e gravi cose che impone alla mente e all'opera da lasciare sempre insoddisfatto l'animo e incompiuta la fatica" (Giovanni Battista, 22 aprile 1938). Ma tale è l'unanimità di sentimenti e di spirito che prova col suo mondo di origine, tanto presenti sono nel suo affetto e nel suo pensiero i familiari, da non potere mai avere il rimorso di dimenticarli.
Impossibile nel breve spazio di una presentazione, che vuole solo essere un invito a prendere in mano il volume, procedere a un'analisi più accurata dei testi. Che si potranno leggere in molti modi, su diversi piani, seguendo le molteplici piste di lettura che Pazzaglia acutamente indica e suggerisce. Si potrà seguire la lenta maturazione di posizioni sulla democrazia e sull'impegno politico dei cattolici, le reazioni e i commenti agli avvenimenti del giorno; ma si potrà anche osservare come gli eventi della "grande storia" si mescolino alle piccole vicende familiari, in un dialogo che ha sempre sullo sfondo, espressa o non espressa, la volontà di entrambi i corrispondenti di servire il Signore lungo le vie che la sua Provvidenza mostrerà. Nel confronto il padre sembra il più lieto, il più animoso, il più sereno, anche nelle prove della vecchiaia, nella progressiva solitudine provocata dalla scomparsa di tanti suoi compagni di strada (Defendente Salvetti nel 1933, Giovanni Grosoli nel 1937, Filippo Meda nel 1939, Filippo Crispolti nel 1942), nelle ore più fosche della patria italiana che da cattolico ha servito e amato. Documento di storia, quindi, ma anche di spiritualità, nel quale l'intimità familiare di una cerchia discreta e aliena da esibizioni si rivela con naturalezza nella luce di una fede che costantemente anima ogni passo, dall'inizio alla fine, e proprio per questo unisce i diversi percorsi. Il 30 novembre 1919, nel giorno della tonsura, Battista esprime "la gratitudine che debbo avere per chi mi educò a godere di tanta fortuna [scil. il destino soprannaturale, e la vocazione], per la mia famiglia, per Te, caro Papà, per i nostri vecchi che nella fede ci legarono sempre in eredità il Signore, e il suo Vangelo". E subito dopo collega la militanza politica del padre, nel "frastuono" della vita romana, al cammino sacerdotale che va intraprendendo:  "Ma so che da Te ho imparato a riferire gli avvenimenti esteriori ed umani ai principi spirituali della coscienza cristiana e che questo appunto è ciò da cui trae scopo e forza la nostra politica; e spero, anzi il tuo telegramma m'assicura, d'avere presso di Te un continuo ricordo, che allacci l'occupazione di costì e il tuo lavoro, al lavoro umilissimo della mia vita spirituale, come due forze, pur tanto disuguali e diverse che cospirano a un medesimo fine sociale:  il regno di Dio". All'altro capo del gomitolo di questo commovente dialogo tra il "caro Papà mio" e il "Papà tuo", anche Giorgio, dopo aver rivolto lo sguardo sulla tragica situazione dell'Europa contemporanea, collega l'opera del figlio lontano alla sua, quasi come una continuazione vicaria:  "Io mi sento stringere il cuore innanzi agli avvenimenti odierni che mostrano quale dissoluzione fermenti nella società in cui viviamo:  Russia, Messico, Spagna, anche la povera Spagna cattolicissima che doveva avere in sé tante riserve di resistenza. E l'Italia resisterà al contagio? Conserverà la sua provvidenziale funzione religiosa in seno al Cattolicesimo? Quanto è necessario lavorare in profondità mentre si vive tanto superficialmente da cattolici! - Vorrei poter fare anch'io qualche cosa, e sento ora tutta la verità di quell'apostrofe di S. Filippo ai giovani:  - Beati voi, che avete tempo di far bene! Tu, carissimo, ne fai e ne farai. Abbi fiducia nella Provvidenza che non ti lascierà mancare le forze:  fa['] qualche cosa anche in vece mia, che, quando avrei potuto, ho sciupato tanto tempo inutilmente" (Giorgio, 28 aprile 1936, p. 535).
Documento di grande rilievo storico, dunque, questo carteggio, ma anche di particolare e struggente bellezza umana, con tratti di delicata tenerezza e affettuosità. Che si rivela soprattutto nei momenti della prova. Quando, nel 1932, viene scatenato il primo attacco a don Battista, accusato di "liturgismo" nella sua opera fra gli universitari cattolici, Giorgio nella tempesta lo consola:  "Caro D. Battista, puoi bene credere se il cuore della Mamma e del papà, sempre accanto al Tuo cuore, non ne hanno diviso la pena:  ma, sapendoTi sincero, abbiamo anche avuto la consolazione di vedere che hai presa la tribolazione con fortezza virile e con pazienza cristiana, difendendoTi come di dovere, e soffrendo in umiltà. Anche noi abbiamo cercato di imitarTi; soffrire insieme è alleviarne il peso, offrire al Signore la sofferenza è farne tesoro per la vita e al di là della vita. Noi non dubitiamo che tutto Ti ritornerà in benedizione. Nella mia lunga e movimentata esistenza il Signore, sapendomi debole, ha voluto più d'una volta farmi vedere anche quaggiù come dal male, o da ciò che urtava contro la nostra angusta visione, doveva uscire il meglio. Da ciò un grande conforto a confidare:  vedrai che sarà così anche per te:  ma Tu sai che il Signore abbonderà in grazie quanto più tu avrai abbondato in devozione e umile pazienza. Preghiamo tutti per te e per l'opera Tua" (Giorgio, 18 maggio 1932). Ma verso la fine del cammino le parti si invertono ed è lui, il "Tuo vecchio Papà", ad affidare alla pietà filiale e allo zelo sacerdotale di Battista "la mia debolezza, la mia inerzia, la incuranza tanto facile e tanto pericolosa quando un relativo benessere fisico maschera la realtà e non richiama l'inevitabile tramonto", affidando così alla carità delle preghiere del figlio "queste ultime tappe che non possono essere né lunghe né numerose, e che sono le decisive" (Giorgio, 3 luglio 1939).
Il figlio divenuto Papa ricorderà, con pudica discrezione, il padre dal quale, il 29 giugno 1963, riconoscerà di aver ricevuto "con la vita naturale, tanta, tanta parte della Nostra vita spirituale". E a Jean Guitton, nei Dialogues avec Paul VI, confiderà di dovere a Giorgio "gli esempi di coraggio, l'urgenza di non arrendersi supinamente al male, il giuramento di non preferire mai la vita alle ragioni della vita. Il suo insegnamento può riassumersi in una parola:  essere un testimone. Mio padre non aveva paura". Questo straordinario carteggio - in cui un padre e un figlio, un vecchio e un giovane, un laico e un sacerdote, si spronano, si edificano e si confortano nel cammino verso il Regno di Dio - lo conferma.



(©L'Osservatore Romano 24 febbraio 2010)
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