La Santa Sede tra la fine del diritto di veto e del gallicanismo e le origini del Codice di diritto canonico

E Pio X
si sbarazzò dell'«ancien régime»


Pubblichiamo un estratto di una lezione tenuta mercoledì 24 febbraio all'università di Opole in Polonia sul tema «La sede Apostolica e l'Europa Orientale da Pio X alla nunziatura di Achille Ratti in Polonia».

di Gianpaolo Romanato

L'espressione "Europa orientale" divenne un concetto politico dopo la prima guerra mondiale, con la scomparsa dei grandi Imperi sovrannazionali - Reich tedesco, Austria-Ungheria asburgica, Russia zarista - e la nascita, sanzionata dalla Conferenza di pace di Parigi, di ben nove nuovi Stati nazionali - Finlandia, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Austria, Jugoslavia - nessuno dei quali era mai esistito prima con i confini stabiliti allora. A questi nuovi Paesi si aggiunse la Romania che incamerò regioni già asburgiche a nord - la Transilvania e la Bucovina - e zariste a est - la Bessarabia, cioè in larga misura l'attuale Moldavia - con il risultato di raddoppiare la superficie e di modificare radicalmente la propria configurazione territoriale. La geopolitica europea ne risultò sconvolta, con il risultato di innescare un processo di destabilizzazione degli equilibri continentali durato per tutto il secolo scorso e che neppure oggi possiamo considerare concluso.
Fino ad allora l'Europa orientale era stata soltanto un'espressione geografica priva di significato politico.
Ma per la Santa Sede l'oriente europeo aveva cominciato a essere un problema ben prima del 1918. Già all'inizio del XX secolo, nel pieno di quella che chiamiamo la belle époque, e quindi molto in anticipo sui tempi della politica, questa parte dell'Europa aveva fatto sentire la sua voce e i suoi diritti all'interno della Chiesa in forme talmente dirompenti che condizionarono il futuro del cattolicesimo per tutto il Novecento. Mi riferisco al conclave che ebbe luogo dopo la morte di Leone XIII, nell'agosto 1903, e dal quale uscì eletto Papa il patriarca di Venezia Giuseppe Sarto che assunse il nome di Pio X.
Quel conclave fu caratterizzato infatti dal drammatico episodio del veto posto dal Governo austriaco all'elezione a Papa del segretario di Stato di Leone XIII, il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro. Il veto imperiale determinò l'esito del conclave e molto probabilmente cambiò il corso della Chiesa:  Rampolla, infatti, grande favorito della vigilia e secondo tutti gli osservatori quasi certo della tiara, fu sconfitto. La sua sconfitta rimescolò le carte, sconvolse tutte le previsioni e portò al pontificato il semisconosciuto patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, che divenne Pio X (1903-1914). Latore in conclave del veto dell'Imperatore d'Austria-Ungheria fu l'arcivescovo di Cracovia, allora austriaca, cardinale Jan Puzyna, un "cardinale di corte", come si definivano allora i cardinali imposti alla Chiesa dalla volontà politica dei governi. Puzyna era insomma un prelato che doveva la nomina cardinalizia più a Francesco Giuseppe che alla Santa Sede.
A Roma la sua azione fu giudicata con grande severità e su di lui furono espressi giudizi pesanti:  Rafael Merry del Val e Pietro Gasparri, che diventeranno segretari di Stato di Pio X e di Benedetto XV - complessivamente dal 1903 al 1930 - lo definirono "disgraziato" (Merry del Val) e "povero uomo di triste memoria" (Gasparri).
Ma Puzyna giudicava in tutt'altro modo la sua azione e ai cardinali che lo apostrofavano con l'espressione pudeat te («vergognati»), replicava a testa alta con le parole honor meus ("ne sono fiero"). L'ambivalenza del giudizio sul suo operato non si è dissolta con il trascorrere del tempo e la sua memoria rimane tutt'ora controversa, anche se i pesanti giudizi dei contemporanei oggi si sono molto attenuati. È tuttavia significativo che le spoglie di Puzyna riposino con tutti gli onori nella cattedrale di Cracovia, mentre il suo nome è stato citato senza nessuna menzione negativa nelle memorie di Giovanni Paolo ii, che lo indica senza imbarazzi fra i suoi predecessori nella cattedra episcopale di Cracovia.
Tralasciamo allora la questione, storiograficamente ancora aperta ma che non interessa in questa sede, se si sia trattato di una "congiura polacca" - questa espressione viene usata nella storiografia italiana - o di una legittima difesa di interessi nazionali minacciati dall'elezione al papato di un cardinale notoriamente filorusso - cioè il Rampolla. Quest'ultima più benevola interpretazione oggi sembra prevalere ed è fatta propria anche da Roger Aubert, recentemente scomparso, il quale, nella sua Nouvelle Histoire de l'Eglise si limita a segnalare che secondo Puzyna "l'elezione del Rampolla sarebbe stata nefasta per la Chiesa", e aggiunge che il cardinale di Cracovia rimproverava a Rampolla "di aver sacrificato a una politica filorussa gli interessi polacchi". Secondo Aubert, Puzyna avrebbe chiaramente affermato che l'iniziativa del veto non era partita dall'Austria ma era stata una sua idea, per cui, disse, "non sono stato strumentalizzato dall'Austria ma sono stato io a strumentalizzarla". Quel che sembra insomma accertato è che fu la lobby polacca, tutt'altro che ininfluente allora presso il governo imperiale austriaco - il conte Agenor M. Goluchowski, ministro degli Esteri, era un polacco di Leopoli, la stessa città dove era nato Puzyna - a convincere l'Imperatore Francesco Giuseppe a esprimere il veto a Rampolla.
Parlando in Polonia ho affrontato il tema di questa conversazione partendo da quel lontano episodio perché credo che esso abbia contribuito più di quanto non si sia detto finora a cambiare la storia della Chiesa cattolica. A Roma ci si rese conto che la Santa Sede, che aveva perduto nel 1870 lo Stato pontificio, era drammaticamente disarmata davanti all'avanzare delle contrapposte aspirazioni nazionali e all'imminente sfacelo della vecchia Europa ottocentesca. Da questa consapevolezza derivò la decisione di Pio X, il pontefice eletto nel conclave del 1903, di rafforzare al massimo il centralismo romano. Ciò avvenne soprattutto attraverso tre passaggi assolutamente fondamentali.
Il primo fu la soppressione del diritto di veto. La norma fu emanata nella forma più solenne il 20 gennaio 1904 - non erano passati nemmeno cinque mesi dall'elezione - con la Costituzione Commissum nobis. Si tenga presente che nell'ordinamento canonico la Costituzione è il documento più alto e solenne. Nessun soggetto giuridico può modificare una Costituzione. Solo un Papa, in futuro, ha il potere di cambiarla. Durante il regno di Leone XIII si era presa in considerazione l'ipotesi di abrogare il diritto di veto, ma si era sempre ritenuto il passo molto rischioso e  si era preferito accantonare il problema. Decidendo per l'abrogazione, Pio X poneva fine definitivamente all'unione fra trono e altare. In pratica, poneva fine all'ancien régime della Chiesa, che così si riappropriava del proprio destino, escludendo per il futuro ogni possibilità di interferenza politica.
Il secondo passaggio fu il grandioso progetto del rifacimento del diritto canonico, della sua rifusione in un unico codice, pensato in forme simili ai moderni codici civili. Il progetto, come è noto, si concluse nel 1917 con il varo da parte del successore di Pio X, Benedetto xv, del Codex iuris canonici. Perché è importante il Codex? Perché rafforzò al massimo l'autocoscienza della Chiesa come soggetto giuridico autonomo e non derivato dal potere civile, come personalità internazionale sovrana, come ordinamento originario, libero e indipendente. Ma soprattutto perché rafforzò il centralismo romano facendo venir meno i diritti particolari, o locali, delle antiche chiese nazionali. In altre parole:  dal 1917 in poi la Chiesa latina operò uniformemente e allo stesso modo nell'Europa dell'Est come dell'Ovest, in America come in Africa e in Asia. Il Codex fu insomma un fondamentale strumento della riconversione verso Roma del cattolicesimo, prima diviso in un pulviscolo di chiese nazionali, che obbedivano ai rispettivi governi più che al Sommo Pontefice.
Il terzo passaggio è costituito dalla rottura dei rapporti diplomatici fra la Santa Sede e la Francia. Tale rottura, facendo venir meno il vecchio concordato napoleonico del 1801, in base al quale la scelta dei vescovi era una prerogativa dello Stato, restituiva alla Chiesa, cioè al Papato, il pieno controllo delle nomine vescovili in Francia. A partire dalla Francia, insomma, cioè dalla "figlia prediletta della Chiesa", il papato si riappropriava del diritto di scegliere e nominare i vescovi, escludendone il potere statale, al quale era stato demandato durante i secoli dell'ancien régime.
La storiografia su Pio X ha finora dedicato più attenzione alla questione del modernismo che a questa riconversione verso Roma che avviene durante il pontificato dell'ex patriarca di Venezia. A me sembra, invece, che sia questo secondo punto il nodo focale del pontificato, quello che ha influito in forma decisiva e irreversibile sul futuro del cattolicesimo.
Pio X morì pochi giorni dopo l'inizio della Prima guerra mondiale. La guerra acuì nella Curia romana la sensazione e la consapevolezza della propria debolezza. Tale sensazione era dovuta certamente all'irrisolta Questione romana, cioè alla mancanza di una piena e compiuta sovranità internazionale della Santa Sede. Ma era dovuta anche, e forse di più, al fatto che i vari episcopati nazionali, quasi tutti ancora di scuola ottocentesca, si sentivano vincolati ai rispettivi governi e alle politiche nazionali che questi perseguivano, molto più che alla causa della Chiesa e alla sua visione politica che andava oltre gli interessi dei singoli Stati. Ne è prova l'accoglienza che ebbe la celebre Nota di Benedetto xv alle potenze in guerra, emanata il 1° agosto 1917. In tale Nota si auspicava la cessazione immediata delle ostilità, lo sgombero dei territori stranieri occupati, la risoluzione delle vertenze di confine mediante arbitrato, il disarmo internazionale simultaneo. Oggi la leggiamo come uno dei documenti più lungimiranti, e addirittura profetici, della storia novecentesca; ma allora fu respinta da tutti, inclusi molti cattolici, al punto che il predicatore domenicano padre Antonin-Dalmace Sertillanges la commentò con l'arcivescovo di Parigi dicendo di non volerne sapere della "sua pace", cioè della pace proposta dal Papa, che sembrava ispirata agli interessi del nemico. Nella tragedia di quegli anni e nel gorgo degli opposti nazionalismi trionfanti, sfuggì a tutti che il Papa non faceva gli interessi di nessuna potenza, ma parlava in nome dell'umanità, difendeva gli interessi non delle singole nazioni ma della civiltà e dell'Europa, prevedendo che l'"inutile strage" della guerra, come si espresse Benedetto XV, sarebbe stato il "suicidio" del continente.
Il processo di riconversione verso Roma avviato da Pio X proseguì perciò con la massima decisione dopo la guerra. Esso culminò nel 1929 con la stipula dei Patti Lateranensi, che chiudendo la Questione romana e dando vita alla Città del Vaticano restituirono alla Santa Sede la piena e completa sovranità internazionale, cioè la natura e il rango di Stato fra Stati, ciò che permise al Papato di essere un interlocutore diplomaticamente e giuridicamente alla pari con i governi dei nuovi Stati sorti nell'Europa orientale.



(©L'Osservatore Romano 25 febbraio 2010)
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