Un incontro in Laterano sulla "Caritas in veritate"

L'autismo del mercato
genera mostri


di Luca M. Possati

Il modello economico che si è venuto affermando negli ultimi quarant'anni ha prodotto paradossi teorici e lacerazioni sociali. Mettendo al centro il profitto e l'efficienza, ha diffuso quelle idee che stanno alla radice dell'attuale crisi economica. Occorre sovvertire i principi, tornare alle radici, là dove sono sorte le idee di mercato e di bene comune:  la scuola francescana del xiv secolo. Questa esigenza di rifondazione è stata richiamata con forza da Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia politica all'università di Bologna, durante l'incontro "Sviluppo economico e società civile" introdotto dal cardinale Agostino Vallini e tenutosi lunedì in Laterano. È stato l'ultimo appuntamento di una serie di meditazioni sulla "Caritas in veritate" organizzate dalla diocesi di Roma.
"La novità dell'enciclica - dice Zamagni - è che si tratta del primo documento di dottrina sociale della Chiesa in età postmoderna; è il primo tentativo di interpretare fenomeni nuovi, come la globalizzazione e la terza rivoluzione industriale, quella delle nuove tecnologie, alla luce della dottrina sociale con l'obiettivo di offrire una risposta concreta alla nostra epoca piena di paradossi". Paradossi, fratture radicate nel nostro agire sociale e nel senso comune. Abbiamo sistemi economici molto sofisticati, in grado di produrre un'enorme ricchezza, ma incapaci di distribuirla. Un recente rapporto della Fao mostra che le risorse alimentari del pianeta potrebbero nutrire dodici miliardi di persone l'anno. Eppure i beni scarseggiano e in milioni soffrono la fame. E nelle aree più sviluppate si assiste all'effetto esattamente opposto:  più cresce la ricchezza, più aumenta il disagio. "È il paradosso della felicità", spiega Zamagni. "I ricercatori hanno dimostrato che al di là di una certa soglia in positivo di reddito pro capite il livello della felicità cala mentre aumentano l'uso degli psicofarmaci, il ricorso agli antidepressivi e i casi di suicidio".
Ecco allora che la "Caritas in veritate" ci aiuta a focalizzare meglio queste fratture, a ricondurle alla loro autentica forma, a individualizzarle. "Anzitutto - afferma Zamagni - dobbiamo parlare della scissione tra la sfera economica e la sfera sociale". La prima rivoluzione industriale ha alimentato l'idea, ora divenuta patrimonio comune, per cui l'economico è sinonimo di profitto e di efficienza. Il mercato, la piazza degli affari, è territorio degli efficienti. Gli altri, i non-produttivi, vanno relegati al sociale, cioè alla dimensione della filantropia, della donazione gratuita, del regalo che infine offende la dignità della persona. "Questo modello dicotomico dev'essere superato" e l'enciclica "non dà ricette, ma un'indicazione chiara:  la fraternità va reintrodotta nell'economia". Si deve guardare a un sistema inclusivo, fondato sul dono inteso come reciprocità. Il Papa "lancia un appello al mondo dell'impresa affinché a tutti sia data l'opportunità di lavorare". Per fare questo bisogna capire che "il principio dello scambio non è la categoria prima dell'economia; esso dipende dal principio di reciprocità, e non viceversa".
Ma ancora non basta. Ci sono altre sfide che impongono di riflettere meglio e di agire. Decenni di new economy hanno prodotto un'altra conseguenza spaventosa:  la separazione tra il lavoro e la causa della ricchezza. "Gli economisti - dice Zamagni - hanno iniziato a pensare che l'origine della ricchezza non sia l'attività lavorativa ma la finanza; si può diventare ricchi solo utilizzando abilmente gli strumenti finanziari". Si è prodotta così una sottovalutazione del lavoro che ha generato un'altra conseguenza:  la ridefinizione del ruolo dell'impresa. Quest'ultima "non è più intesa come un insieme di persone destinato a restare a lungo sul mercato; si è iniziato a pensare che l'impresa non sia un'associazione ma una merce a se stessa che può essere comprata o venduta secondo il momento, senza tenere conto dei lavoratori". Tutto è nelle mani del manager e della sua unica logica:  la massimizzazione del profitto.
La terza grande scissione, più radicale, è quella tra il mercato e la democrazia. Si pensa "che la democrazia, in virtù della sua natura deliberativa, non possa essere efficiente", dice Zamagni. Il mercato corre, non può aspettare e tende a darsi da solo delle regole. Si chiude in un circolo autistico. "Prendiamo il noto caso di Basilea2, quando si decisero nuove norme per le transazioni bancarie; in quel caso furono i banchieri a operare, a dare regole a se stessi". La crisi non è scoppiata per mancanza di controlli, perché l'idea era che i controlli non dovessero esserci. L'antidoto può essere soltanto il ritorno ai francescani, "che furono i primi a pensare il mercato come istituzione", spiega Zamagni. "L'antica scuola francescana è stata la prima a credere che per risolvere problemi specifici è necessario organizzare l'economia" in vista del bene comune.



(©L'Osservatore Romano 10 marzo 2010)
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