La libertà religiosa a sessant'anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo

Il midollo etico
della dignità umana


Il 10 marzo presso la Pontificia Università Lateranense si è tenuto un atto accademico sul tema "La libertà religiosa a sessant'anni dalla Dichiarazione universale". Sono intervenuti l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navi Pillay e il vescovo segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace del quale pubblichiamo la relazione.
 

di Mario Toso

Nello storico documento che è la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 si legge:  "Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati (...) possano essere pienamente realizzati" (articolo 28).
Domandiamoci subito:  cosa consente ai diritti umani e alle connesse libertà di potersi realizzare nella loro forma più compiuta? Secondo la Chiesa, tra tutti i diritti dell'uomo, riconosciuti dalla Dichiarazione universale, ve ne è uno che è punto di riferimento e al tempo stesso di raccordo  di  tutti  i  diritti e le libertà. Si tratta del diritto alla libertà religiosa.
Purtroppo un tale diritto sembra oggi essere messo in secondo piano, se non addirittura emarginato. Infatti, a causa di un laicismo dominante e di preconcetti nei confronti delle religioni, esso viene considerato pericoloso, fonte di conflittualità sociali, di sottosviluppo. La libertà religiosa è spesso considerata motivo di frammentazione dell'unità degli ethos civili e, pertanto, inadeguata all'affermazione di un ordine sociale e internazionale.
Al contrario, il diritto alla libertà religiosa tutela e promuove l'essenza etica della vita sociale, nazionale e internazionale; consente ai popoli, di convergere verso quel nucleo fondamentale  di  beni-valori che la Dichiarazione  universale  ha  il  merito di aver raccolto e considerato quali espressioni di una stessa dignità umana,  patrimonio  comune  di  differenti  culture, religioni, istituzioni giuridiche.
Il diritto alla libertà religiosa consente l'allargamento e il rafforzamento della piattaforma morale della famiglia dei popoli e, quindi, la sua strutturazione giuridica e politica, sia in quanto è espressione della dignità umana propria di ogni persona (qualunque sia il suo credo, il colore della sua pelle, la sua cultura), sia in quanto ne favorisce il compimento. La libertà religiosa non è solo radicata nella dignità umana quale sua derivazione, ma ne compatta e sorregge, in un certo senso, il "midollo" etico che l'attraversa tutta da cima a fondo.
Per comprendere la funzione positiva, antropologica e civile, della libertà religiosa nei confronti della persona - e, quindi, dei popoli - basta vederla proprio in riferimento alla dignità umana, che è data essenzialmente dalla capacità di ricercare il vero, il bene e Dio. Entro una tale tensione innata di ricerca e di crescita, l'apertura a Dio, tutelata dalla libertà religiosa, è fondamentale. Il colloquio con Dio offre il senso complessivo dell'esistenza, l'orientamento alla libertà. È l'unione della mente e del cuore con Dio, Sommo Vero e Sommo Bene, che compagina l'ordine morale, a partire dai primi principi morali ("fa il bene ed evita il male"; "fai agli altri ciò che desideri che gli altri facciano a te"), seminati dal Creatore nella coscienza di ogni uomo e donna. Il riconoscimento di Dio come ciò che è in cima alle aspirazioni consente il cambiamento degli atteggiamenti e degli stili di vita, di creare un'inversione nella scala dei beni-valori, mettendo al primo posto quelli spirituali, creando così per i diritti un fondamento morale solido. I diritti e le libertà rischiano di diventare deboli quando siano sradicati da esso. Diventano espressioni di un ordine morale disordinato, fatto di pretese assolute e arbitrarie.
Ecco in che senso la difesa e la promozione del diritto alla libertà religiosa consentono di rafforzare la morale dei popoli e di allargare la corretta percezione del bene comune universale.
Ecco, allora, perché la Chiesa ritiene che il diritto alla libertà religiosa sia fonte e sintesi degli altri diritti, delle altre libertà, a partire dal fondamento della dignità umana.
La dichiarazione del concilio Vaticano II sulla libertà religiosa è intitolata infatti Dignitatis humanae, quasi a significare che la dignità umana è sacra e religiosa, che la stessa libertà umana è libertà religiosa, espressione delle più alte facoltà dell'uomo. Tra libertà religiosa e dignità umana vi è un nesso intrinseco:  quest'ultima, mentre consente alla prima di essere, viene aiutata ad esistere, secondo autenticità e coerenza, dall'unione con Dio.
Per questo si legge nella Dignitatis humanae:  "Se si nega all'uomo il libero esercizio della religione nella società, quando è rispettato il giusto ordine pubblico, si fa quindi ingiuria alla persona umana (...) tutti gli uomini devono restare immuni da costrizione da parte sia dei singoli, sia dei gruppi sociali e di qualsiasi autorità umana, così che in materia religiosa, entro certi limiti, nessuno sia forzato ad agire contro la propria coscienza, né sia impedito ad agire secondo la sua coscienza, in privato e in pubblico, da solo o associato ad altri".
Non possiamo fare a meno di notare l'assonanza tra le affermazioni appena citate e la Dichiarazione universale, la quale esprime un autentico principio universale affermando che:  "Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti".
Questa norma appare purtroppo ancora oggi disattesa. In diverse regioni del mondo persone e comunità di persone non possono professare e manifestare pubblicamente la libertà religiosa. Non possono quindi cercare liberamente la verità, non possono essere pienamente umane.
Il fenomeno religioso è senza dubbio complesso. Bisogna essere fermi nella condanna di qualsiasi forma di strumentalizzazione e abuso della religione, che si traduce in strumentalizzazione e abuso della persona umana. Al tempo stesso bisogna promuovere e proteggere la libertà religiosa dove essa è minacciata o negata, dove gli esseri umani sono discriminati, perseguitati o privati dei beni essenziali e della stessa vita a causa delle proprie convinzioni religiose. Occorre riconoscere con coraggio la valenza pubblica della religione, ossia la sua funzione di purificazione e di consolidamento degli ethos civili.
Dalla libertà religiosa dipendono la felicità e la piena realizzazione dell'uomo, al quale non può essere negato di aspirare a ciò che è sacro, al significato profondo della vita e di se stesso. Potremmo affermare che la libertà religiosa è in fondo ciò che Jeanne Hersch ha definito Le droit d'être un homme.
L'anniversario della Dichiarazione universale ci offre una grande opportunità:  cioè quella di comprendere che le grandi religioni, nel rispetto delle rispettive sfere di competenza di Stato e Chiesa, nel rispetto, in una parola, del principio di laicità e delle regole della democrazia, possono offrire un grande contributo all'affermazione di un ordine sociale e internazionale fondato sulla dignità umana e nel quale i diritti e le libertà fondamentali possano essere pienamente realizzati.
Un autentico ordine sociale e internazionale non può fare a meno dell'apporto di sapienza e di esperienza, di valori e di principi, delle grandi religioni. Ciò è nelle previsioni della Dichiarazione universale. Ciò è un'aspirazione legittima e un diritto dell'uomo, che secondo Tommaso d'Aquino "significa quanto di più nobile c'è nell'universo".



(©L'Osservatore Romano 11 marzo 2010)
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