Empietà dell'uomo e grazia di Dio

Quando Paolo scriveva ai Romani


di Inos Biffi

Lo si proclama da ogni parte:  finalmente si legge la Bibbia; la Scrittura è tornata a essere la fonte della teologia e della spiritualità cristiana; la meditazione è diventata contemplazione della Parola. Da qui il pullulare delle scuole della Parola. E questo è certamente un bene, quando significhi un'intima comunione con Colui che è predicato dalla Parola e non comporti il misconoscimento della tradizione spirituale e della letteratura cristiana, che nella Bibbia ha trovato la sua inesauribile risorsa:  la Bibbia come attestazione ispirata e scritta della Rivelazione divina. Ciononostante, avviene di constatare che ci sono testi biblici raramente dimenticati, e quasi oscurati.
Si pensi, per esempio, ai testi ecclesiologici della lettera agli Efesini:  su di essi si sorvola facilmente e, pure, insegnano che "la Chiesa ha la sua origine nel mistero della provvidenza e predestinazione divine", dal momento che "da sempre Dio (... la) vede davanti a sé e la vuole" (Heinrich Schlier). La Chiesa - secondo la lettera (1, 23) - è "il corpo di lui (Cristo), la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose", mentre più avanti nella stessa lettera Paolo afferma:  "A me (...) è stata concessa questa grazia (...):  illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell'universo, affinché, per mezzo della Chiesa (dià tes ekklesìas, per ecclesiam) sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno (katà pròthesin ton aiònon, secundum praefinitionem saeculorum) che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore" (3, 8-11). In un terzo versetto (21) si legge:  "A (Dio) la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni e per sempre".
Non è però sul sorvolo di questi testi ecclesiologici che qui intendo fermare l'attenzione, ma su quello del primo capitolo della lettera ai Romani, che oggi sarebbe attuale rileggere e richiamare, ed esattamente là dove Paolo parla dell' "ira di Dio" "contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia" (v. 18):  uomini, ossia i pagani, che si sono rifiutati di riconoscere e di contemplare le perfezioni di Dio palesi nelle opere da lui compiute, e quindi "non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio" (v. 21).
Al contrario, presi dai loro ragionamenti vaneggianti, ottenebrati nella loro "mente ottusa" e divenuti stolti - a dispetto della loro pretesa sapienza - essi "hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili" (v. 23). Un antecedente, verrebbe da dire, di quegli atteggiamenti aberranti dei nostri giorni, che trepidano magari per la vita dei cardellini, e sono invece favorevoli alla eliminazione dei bambini nel grembo materno.
Ed ecco, secondo l'Apostolo, il contrappasso di quel rifiuto di dare gloria e di rendere grazie a Dio:  "Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, poiché hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore" (vv. 24-25).
Paolo si sofferma a precisare ulteriormente la forma di questa "impurità" e di questo disonore riflesso nell'uomo come conseguenza del suo rifiuto di onorare Dio:  "Per questo - scrive - Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento" (vv. 26-27).
La convinzione e l'insegnamento di Paolo sono chiari:  il comportamento omosessuale è variamente definito:  cedimento a "passioni infami"; ignominioso; "rapporto contro natura"; reciproco disonore; manifestazione di una menzogna e di un'inversione della verità; cambiamento che rivela nella condotta una punizione corrispondente e coerente con un traviamento teologico. Osserva ancora Schlier:  "Nella motivazione specificamente teologica del suo rigetto delle perversioni sessuali Paolo non ha predecessori di sorta".
Gli accenti di Paolo nel dichiarare la condanna divina nei confronti dei rapporti omosessuali non potrebbero essere più forti. E, appartenendo questa valutazione, e questa condanna, all'immutabile Parola di Dio - non soggetta a oscillazioni culturali o mobilità di gusti - chi accolga tale Parola non può ovviamente né metterle in dubbio né proporne modifiche. Tale giudizio e tale disapprovazione fanno parte della fede cristiana, anzi della legge "naturale", visto che Paolo si riferisce alla "natura", e distingue tra "rapporti naturali" riconosciuti da Dio e "rapporti contro natura", da lui invece disapprovati e sanzionati, od oggetto della sua "ira".
Da questo, tuttavia, non deriva per nulla un'omofobia, avversa o irridente nei confronti delle singole persone; e neppure l'indisponibilità a considerare con rispetto, discrezione e saggia comprensione le concrete e varie situazioni, spesso dolorose e complesse. Conseguono, però, con lampante evidenza, e in rigorosa sintonia con la Rivelazione, una netta dottrina e un incontestabile giudizio. Secondo la Parola di Dio, l'inversione dei "rapporti naturali" (v. 26) è un comportamento "ignominioso", esito di un cuore ottenebrato, di una "intelligenza depravata" (v. 28) ossia del vaneggiamento di una ragione diventata insipiente con la sua idolatria:  un comportamento interpretato come castigo del "disprezzo della conoscenza di Dio", e assolutamente difforme dal "giudizio di Dio" (v. 32) e dal disegno originario del Creatore, che "creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò:  maschio e femmina li creò" (Genesi, 1, 27). Nulla dovrebbe annebbiare o attenuare nella coscienza cristiana questo "giudizio di Dio". Un simile annebbiamento e una simile attenuazione rappresenterebbero una distorsione destinata a colpire l'uomo nella radicale identità.
La via di soluzione, in qualsiasi circostanza, è quella stessa indicata da Paolo, cioè la via della fede e della grazia, che, risanando la ragione, la riportano a ritrovare Dio nelle creature, a onorarlo, a dargli gloria, a rendergli grazie, e a comprendere quello che è secondo e contro "natura". È come dire che nessun'altra strada è percorribile, se non quella del Vangelo, il cui annunzio, di là da ogni reazione o incomprensione della sapienza, come afferma Paolo, diventata stolta, è la missione incessante della Chiesa.



(©L'Osservatore Romano 14 marzo 2010)
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