Il segretario di Stato Pacelli e la seconda Repubblica spagnola

Un Governo da riconoscere
(per forza)


di Vicente Cárcel Ortí

Nominato segretario di Stato il 9 febbraio 1930, il cardinale Eugenio Pacelli fu il più stretto collaboratore di Pio xi. Dal 10 agosto 1930 fino al 3 dicembre 1938 scrisse su piccoli fogli sciolti, dopo gli incontri quasi quotidiani col Papa, la sintesi degli argomenti trattati. Appunti simili lasciò sulle udienze concesse a ministri, ambasciatori e altri personaggi politici ed ecclesiastici. Questo ingente materiale, finora in gran parte inedito, conservato nell'Archivio della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, è fondamentale per scoprire la complessa personalità del futuro Pio xii e aspetti sconosciuti dell'atteggiamento della Santa Sede di fronte alle grandi questioni politico-religiose degli anni Trenta.
Per quanto concerne la Spagna, si tratta di una fonte archivistica di prim'ordine per capire i rapporti conflittuali della seconda Repubblica con la Chiesa. A questi appunti bisogna aggiungere i voti redatti da Pacelli per le Plenarie della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari nonché i suoi dispacci e cifrati in risposta ai rapporti diplomatici del nunzio Tedeschini.
La tragedia vissuta dalla Chiesa spagnola a partire dalla proclamazione "illegittima" della Repubblica, secondo l'espressione del medesimo Pacelli (nel voto della Plenaria del 13 aprile 1931), fu una delle questioni centrali della sua azione diplomatica, insieme con altre spinose questioni di quel decennio:  i rapporti con la Germania nazista e con l'Italia fascista, nonché la gravissima situazione della Chiesa nell'Unione Sovietica sotto la dittatura del comunismo stalinista. Pacelli seguì giorno dopo giorno l'evolversi della complessa situazione spagnola, caratterizzata da una aperta ostilità verso la Chiesa e i cattolici, definita dalla Santa Sede come autentica persecuzione; situazione che sfociò tragicamente il 18 luglio 1936 in una crudele guerra civile.
Tutto ebbe inizio dopo le elezioni municipali dell'aprile 1931, che nelle intenzioni di chi le aveva indette dovevano segnare la ripresa della vita costituzionale, ma condussero invece inaspettatamente alla proclamazione della Repubblica. Alle elezioni si era dato da tutti i partiti, sia costituzionali che anticostituzionali, un significato politico perché si svolsero con programmi monarchico e repubblicano.
Il generale Primo de Rivera aveva deciso di lasciare il potere verso il settembre 1930, per dar luogo a un ministero di transizione, che dovesse preparare la nazione al ritorno al regime costituzionale, dopo sette anni di dittatura militare. Ma egli dovette anticipare le dimissioni, e gli succedette un Governo col compito di indire le elezioni comunali, poi le provinciali e infine quelle politiche. Ma il ritorno alla normalità si verificò con qualche precipitazione. Vi furono diversi tentativi rivoluzionari, alcuni dei quali vennero repressi nel sangue. Non poche personalità politiche che erano monarchiche fecero aperte dichiarazioni di fede repubblicana e il re Alfonso xiii, nella formazione dei ministeri, dovette scendere a trattative con elementi di sinistra, giungendo ad affidarne a essi la costituzione. Ma l'offerta non fu accettata.
Le elezioni amministrative ebbero luogo il 12 aprile 1931. La grandissima maggioranza dei votanti - che secondo i giornali raggiunse l'ottanta per cento degli iscritti - fu favorevole alla monarchia per causa del contributo offerto dai piccoli centri; mentre nelle principali città ebbero la prevalenza i repubblicani, specialmente a Madrid, dove la maggioranza riuscì schiacciante. La maggioranza dei municipi monarchici risultò così superiore a quella dei municipi repubblicani che il nuovo Governo provvisorio non volle pubblicare il risultato delle elezioni, e si fondò sulle votazioni delle città, disprezzando antidemocraticamente il voto dei paesi rurali.
Il risultato delle elezioni sorprese tutti, persino gli stessi vincitori, che non speravano in un trionfo così assoluto nelle grandi città.
L'inatteso esito delle elezioni municipali sgomentò i monarchici. Mentre il re e i ministri si stavano consultando, la Repubblica venne praticamente proclamata, e prese possesso della cosa pubblica con un Governo nominato dai repubblicani fin dal dicembre 1930. Il re chiuse il suo trentennio di regno abbandonando la Spagna per l'esilio il 14 aprile. Si costituiva intanto il nuovo Governo provvisorio, che raccoglieva repubblicani e socialisti. Il suo presidente, già ministro della Corona, da un anno era passato ai repubblicani. Era persona di sentimenti moderati e cattolico praticante. Di questi sentimenti era pure il ministro dell'Interno, Miguel Maura. Gli altri ministri erano noti per il loro passato di agitatori di masse, e di leader socialisti e repubblicani. Erano gli elementi che più avevano combattuto lo Stato e la Chiesa, e che si vantavano di essere gli esponenti più accesi della rivoluzione, per la quale avevano anche preso la via dell'esilio. Inutile aggiungere che essi erano tutti anticlericali, e parte di essi massoni.
Il giorno dopo la proclamazione repubblicana, Pacelli inviò un telegramma all'amico Tedeschini per manifestargli solidarietà:  "In questo momento grave condivido sua preoccupazione immagino sua apprensione spero pertanto le giunga gradita espressione mio sentimento solidarietà amico, assicurazione mia preghiera voto per lumi conforto del cielo".
Riguardo alla stabilità del nuovo Governo repubblicano, nessuno poteva pronunciarsi nei primi momenti. Il nunzio Tedeschini si limitò a dire:  "A mio umile parere, il peggiore e ignominioso comunismo potrà venire; il meglio, compresa la restaurazione monarchica, Dio solo lo sa". Da quanto si poteva ricavare dai giornali, sembrava che le intenzioni dei repubblicani fossero di arrivare a una Repubblica federale. Di fatto la Catalogna si dichiarò Repubblica separata da Madrid e fu rimesso alla Costituente di decidere quali dovevano essere le sue relazioni con quella di Madrid. Del resto anche il Governo monarchico, che tanto si era adoperato per combattere il catalanismo, si era ultimamente dichiarato favorevole a un'ampia autonomia dei catalani.
Il nuovo ministro di Grazia e Giustizia telefonò al nunzio Tedeschini per assicurargli che il Governo provvisorio della Repubblica avrebbe rispettato e fatto rispettare la Chiesa e le persone ecclesiastiche, ma che, a sua volta domandava che la Chiesa e i suoi ministri rispettassero nella maniera più assoluta la Repubblica e si astenessero dal servirsi di qualunque mezzo e specialmente di quelli che il ministero sacro metteva nelle loro mani per combattere la Repubblica. Pregò inoltre il nunzio di informare il primate di Spagna, cardinale Segura, e di dirgli che era desiderio del Governo che tali assicurazioni e preghiere fossero da lui comunicate ai vescovi del Paese.
La complessità della nuova situazione spagnola indusse la Santa Sede ad agire con molta prudenza. Impressionò e preoccupò l'apprendere dalla stampa che il Governo provvisorio aveva già deciso di attuare la separazione Chiesa-Stato, di misconoscere le prerogative della Chiesa, di laicizzare i cimiteri e così via, ignorando la Santa Sede. Questa riteneva che se il Governo provvisorio e quello successivo si fossero intesi lealmente con essa per risolvere i gravissimi problemi ecclesiastici che sarebbero sorti dal nuovo stato di cose, si poteva mantenere e rafforzare la pace religiosa, fattore importantissimo, specialmente in Spagna, di pubblico benessere. In attesa pertanto di esaminare con il Governo l'eventuale sistemazione integrale e definitiva dei rapporti tra la Chiesa e il nuovo regime, la Santa Sede si mostrò disposta a iniziare trattative con lo stesso Governo per addivenire alla scelta dei mezzi pratici transitori allo scopo di provvedere ai più urgenti bisogni nei riguardi dell'amministrazione ecclesiastica. Ma, in attesa delle Costituenti il Governo si doveva impegnare a non far niente contro i diritti della Chiesa.
Pio xi decise di affrontare subito la "Questione della Spagna" convocando la Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari per esaminare l'eventuale riconoscimento diplomatico della Repubblica, già concesso dalla Francia, dall'Inghilterra, dal Portogallo, dalla Cecoslovacchia e dall'Uruguay. La Santa Sede in analoghi casi di cambio di Governi con i quali manteneva relazioni diplomatiche, prima di decidere in merito aveva atteso di sapere se anche altre potenze fra le maggiori avessero concesso il riconoscimento. All'ambasciatore di Francia, che gli chiedeva notizie sulla Spagna, Pacelli rispose:  "Ho detto che la Santa Sede è in attitudine di attesa. Ha domandato se la Santa Sede riconosce al nuovo Governo i privilegi del Re di Spagna. Ho risposto che, a mio parere, no, secondo i principi stessi dell'Allocuzione di Benedetto xv" (appunto del 18 aprile).
La Plenaria si svolse il 23 aprile con la partecipazione dei cardinali Granito Pignatelli di Belmonte, Boggiani, Pietro Gasparri, Bisleti, Frühwirth, Cerretti, Locatelli, Enrico Gasparri, Lauri, Marchetti Selvaggiani, Rossi, Serafini, Ehrle e Pacelli.
Il decano Granito Pignatelli di Belmonte, dopo alcune considerazioni d'ordine generale disse che sembrava opportuno prendere atto del fatto compiuto, facendo voti che i diritti della Chiesa fossero rispettati. Il cardinale Boggiani ricordò i precedenti colpi contro la monarchia, la previa preparazione a Jaca del programma repubblicano, al fine di mettere in evidenza l'illegittimità del regime e dichiarare che era una rivoluzione nel vero senso della parola; ricordò anche che il nuovo ministro di Stato, Lerroux, era noto per le tragiche giornate del 1909 a Barcellona, quando disse ai suoi seguaci:  "Prendete d'assalto i conventi, strappate i veli alle monache, restituite loro la dignità di madre". E concluse affermando che il Governo era illegittimo ma era Governo di fatto; quindi, i vescovi dovevano evitare inconvenienti, richiamando il clero al dovere di pregare. Inoltre, poiché il programma governativo era equivoco e ambiguo, il Governo desiderava il riconoscimento della Santa Sede per valersene. Ma la Santa Sede doveva riconoscere solo lo stato di fatto, o prenderne atto finché la Costituente non si fosse pronunciata. Si doveva, pertanto, evitare di fare qualsiasi atto che potesse lasciar credere che i privilegi concessi al re cattolico continuassero a valere.
Il cardinale Cerretti, già nunzio in Francia, rilevò che in Spagna vi era un Governo di fatto, sia pure illegittimo. Occorreva riconoscerlo sebbene il riconoscimento della Santa Sede avesse più valore che quello di altri Governi. Ma era conveniente nello stesso tempo predisporre la seguente comunicazione scritta:  "Se il Governo desidera evitare conflitti con la Santa Sede e le conseguenze gravissime che ne deriverebbero anche d'indole politica, deve astenersi dal prendere unilateralmente qualsiasi misura o introdurre qualsiasi modifica sostanziale nelle relazioni tra la Chiesa e lo Stato e nel complesso delle leggi e disposizioni che regolano il culto e l'amministrazione ecclesiastica in Spagna".
Gli avvenimenti di Spagna preoccupavano giustamente il Papa. Inizialmente la Segreteria di Stato rimase in prudente attesa. L'atteggiamento della Santa Sede in simili congiunture, era di aspettare più o meno a lungo secondo le circostanze e non riconoscere il nuovo Governo, se non dopo che era stato riconosciuto da tutti o quasi i Governi civili; sia perché nel caso della Spagna sembrava certo che nelle ultime elezioni la Repubblica non aveva avuto che una minoranza e perciò non conveniva che la Santa Sede si mostrasse più solerte di altri nel riconoscere un simile Governo, sia perché era prudente vedere prima quale atteggiamento avrebbe assunto il nuovo Governo di fronte alla Chiesa di Spagna e alla Santa Sede. Ma dopo la comunicazione ufficiale del Governo provvisorio e dopo che tutti o quasi i Governi civili lo avevano riconosciuto, anche Pacelli ritenne che convenisse alla Santa Sede riconoscere il Governo, continuando le tradizionali relazioni diplomatiche con la Spagna. D'altronde restava chiaro che la Santa Sede riconosceva il Governo come Governo di fatto, prescindendo in tutto dalla sua legittimità. Il Governo repubblicano occupava il potere, sia pure non iure sed iniuria, e la Santa Sede per il bene civile e religioso di tutto il popolo spagnolo acconsentiva ad aver rapporti diplomatici. Il riconoscimento di un nuovo Governo da parte di diverse potenze non aveva per sé altro significato giuridico; e così pure il riconoscimento da parte della Santa Sede. Frattanto, sia prima di questo riconoscimento sia dopo, il comportamento dell'episcopato e del clero, qualunque fosse l'opinione sulla legittimità del nuovo Governo e sulla convenienza della Repubblica per la nazione spagnola, doveva essere quello che si doveva avere verso un Governo anche illegittimo, che reggeva il Paese; cioè l'episcopato e il clero dovevano astenersi dalla politica, rispettare il Governo, osservare le leggi promulgate dal medesimo e in particolare non dovevano mai per combatterlo servirsi di quei mezzi che il ministero sacro poneva nelle loro mani. Era proprio quello che il ministro di Grazia e Giustizia auspicava nella telefonata al nunzio.
Questo fu in sintesi il parere espresso dal cardinale Pietro Gasparri, maestro e predecessore nella Segreteria di Stato di Pacelli, che lo fece proprio, aggiungendo però:  "Sarebbe una pazzia pensare ora a opporre un nuovo Governo. Si può e si deve riconoscere il Governo e richiamare a tutti il dovere di assecondarlo per il mantenimento dell'ordine".
A eccezione del cardinale Ehrle, che si manifestò contrario - "Non si deve riconoscere perché è un Governo provvisorio" - tutti gli altri membri della plenaria furono favorevoli al riconoscimento e Pio xi approvò la risoluzione dei cardinali, comunicata il giorno successivo all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede con una nota di Pacelli che registrava il ricevimento della nota del 15 aprile con la quale l'Ambasciata medesima aveva comunicato la proclamazione della Repubblica. "La Santa Sede - disse Pacelli - prende atto di questa comunicazione. Essa è disposta ad assecondare il Governo provvisorio nell'opera del mantenimento dell'ordine, nella fiducia che anche il Governo vorrà da sua parte rispettare i diritti della Chiesa e dei cattolici in una nazione in cui la quasi totalità della popolazione professa la Religione cattolica". Questa nota diplomatica fu l'atto formale di riconoscimento del Governo provvisorio della seconda Repubblica spagnola da parte della Santa Sede.
Secondo Pacelli era importante soprattutto che i cattolici, prescindendo da personali tendenze politiche, nelle quali potevano rimanere liberi, si unissero seriamente ed efficacemente per ottenere che alle Cortes costituenti fossero eletti candidati i quali dessero piena garanzia di difendere i diritti Chiesa e l'ordine sociale. Nella scelta dei candidati non si doveva dare importanza alle tendenze monarchiche o repubblicane, ma tenere presenti le garanzie descritte. Pacelli ricordò l'esempio della Baviera, dove egli era stato nunzio dal 1917 al 1924 (nominato nunzio in Germania nel 1920, continuò a reggere la nunziatura fino al termine delle trattative del Concordato bavarese del 1924 e alla nomina del successore nel 1925). Dopo la rivoluzione del 1918 i cattolici uniti prepararono le prime elezioni, alle quali ottennero un'ampia maggioranza (sebbene relativa) di modo che gli eletti, costituendo il più ampio gruppo parlamentare, poterono salvare il Paese dal bolscevismo minacciante e anzi per certo tempo dominante, e tutelare gli interessi della religione fino alla conclusione del Concordato assai favorevole alla libertà della Chiesa e della scuola confessionale. In quella campagna elettorale non si parlò di monarchia o repubblica, sebbene la maggioranza dei candidati fosse di sentimenti monarchici e rimpiangesse la caduta monarchia, il cui ristabilimento allora difficilmente si poteva sperare. Tutta la campagna elettorale fu invece basata sulla difesa della religione e dell'ordine sociale. "È da sperare - scriveva Pacelli a Tedeschini in un messaggio cifrato del 26 aprile 1931 - che Episcopato e cattolici sotto saggio impulso V.E. potranno trovare via per ottenere simile esito, nonostante difficoltà ostacoli che la Santa Sede comprende perfettamente".
Il radicale cambiamento politico della Spagna, dovuto al numero dei voti riportati dai partiti antidinastici non si spiega senza i voti dei monarchici. "Questa gente - affermava il nunzio - che, pur essendo cattolica non si è arrestata dal dare il voto ai rappresentanti della irreligiosità spagnuola, si era fatta la illusione di dare una semplice lezione ai propri correligionari. Invece si è arrivati al disastro". Tedeschini concludeva il suo primo rapporto sulla nuova situazione politica spagnola, indirizzato a Pacelli, con queste parole:  "Il Signore abbia pietà della Nazione ritenuta tradizionalmente cattolica per eccellenza; e se l'ora della prova deve venire, sia non solo per chiudere un periodo storico, per iniziare lo Stato alle tristezze del laicismo e per vulnerare i diritti della Chiesa, ma anche, anzi soprattutto, per purificarla, abbellirla e illuminarla col fuoco del dolore santamente sopportato e superato, e per arricchirlo coi doni della grazia divina che si guadagna e splende nelle prove".



(©L'Osservatore Romano 24 marzo 2010)
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