Il tomismo nella Scuola romana

Quel Novecento sedotto dal pensiero dell'Aquinate


Pubblichiamo stralci della conferenza che si tiene il 25 marzo presso la Pontificia Università Lateranense sul tema "Il tomismo nella "scuola romana" del Novecento", nell'ambito di un ciclo di incontri dedicato a san Tommaso nel xx secolo.

di Brunero Gherardini

Tomisti "romani" nel Novecento; sarebbe interessante delineare, anche solo sommariamente, la storia delle maggiori figure che hanno attinto alla ricca fonte del pensiero dell'Aquinate accanto a una visione storica dei lontani inizi di questa scuola filosofico-teologica, del suo consolidarsi nel Collegio romano e quindi nelle due Pontificie Università di Sant'Apollinare e della Gregoriana, dei suoi uomini, del suo declino - che però non fu la sua morte - negli anni successivi al Vaticano ii.
Vorrei fissare l'attenzione sul periodo che chiamerei aureo di questa scuola, il secolo scorso, ma non posso parlarne senz'aver prima osservato che nei secoli XVII XVIII, sotto l'urto di correnti varie e spesso contrapposte, la teologia s'inaridì nella controversia, preparando, ciò nonostante, l'avvento di quello che Otto Dibelius avrebbe più tardi definito "il secolo della Chiesa".
La preparazione immediata e diretta di esso appartiene a due scuole d'altissima qualità e non univoco indirizzo:  la scuola di Tubinga e quella romana. L'indirizzo di quest'ultima espresse subito un tomismo serio e conseguente, prevenendo la felice ripresa dell'interesse all'Angelico, che l'enciclica Aeterni Patris di Leone xiii avrebbe presto avviato. E l'epocale intervento leoniano fu il suggello della Scuola romana.
Nei secoli xii e xiii la Scolastica aveva avuto il suo massimo splendore; declinò nei secoli successivi, sotto i colpi del nominalismo e quindi del protestantesimo. Il concilio di Trento tentò di risollevare le sorti del sapere cattolico, incontrando la pronta risposta dei somaschi, dei barnabiti, degli scolopi  e soprattutto dei gesuiti. La ripresa, peraltro, nel XVIi-XVIii secolo rivelò  difetti di metodo, contro i quali teologi come Billuart e Gotti, religiosi come i benedettini di Salzburg e i gesuiti di Würzburg e santi come Alfonso Maria de' Liguori, instradarono la teologia in senso speculativo e positivo.
È questa l'atmosfera che prelude all'Aeterni Patris:  quella del Collegio romano, dei suoi più celebrati esponenti e quindi della Scuola romana; sostantivo e aggettivo vengono usati in riferimento a una corrente di pensiero filosofico e teologico che ebbe in Roma il suo principale centro d'irradiazione  e  amplificazione,  ma  annoverò  cultori e perfino promotori anche fuori dell'urbe; i suoi echi, inoltre, si diffusero felicemente un po' dovunque.
Romana non definisce, quindi, anche se non li esclude, i confini geografici della scuola, il cui indirizzo ideale fu condiviso, per esempio, anche da Matthias-Joseph Scheeben (1835-1888) "romano" e tomista a tutti gli effetti, non come un arido ripetitore, ma come un pensatore che nutre della dottrina dell'Aquinate il proprio genio speculativo per affrontare decisive questioni di metodo nella scienza teologica. C'è, tuttavia, un motivo diretto che giustifica il nome dato a questa corrente di pensiero:  Roma è il suo terreno di coltura e la romanità è la scaturigine della sua tensione ideale universale.
Tra l'Otto e il Novecento, ricordiamo, tra gli altri, Riccardo Tabarelli (1851-1909), stimmatino, professore di filosofia e di teologia dogmatica sia all'Apollinare, sia all'Accademia di San Tommaso d'Aquino, e come tale partecipe al rinnovamento neoscolastico per neutralizzare i crescenti influssi del pensiero tedesco, ch'egli conosceva perfettamente.
E proprio perché aveva una diretta conoscenza di tutto il movimento culturale dell'epoca, non solo non fu sfiorato dal pericolo modernista, ma lo combatté efficacemente, così come combatté ciò che d'insicuro e discutibile trovava in Rosmini, da lui onestamente scagionato dall'accusa di panteismo.
Superata la soglia del Novecento, vanno ricordate anzitutto le due Pontificie Accademie, la Teologica Romana e quella di San Tommaso d'Aquino, che prima e dopo il Vaticano ii, in un contesto storico non sempre favorevole, hanno contribuito con intelligenza e costanza all'affermazione del tomismo, l'una soprattutto con "Divinitas", fondata da Antonio Piolanti nel 1957 e tuttora validamente sulla breccia, e l'altra con i memorabili congressi tomistici e con il suo prestigioso organo "Doctor communis".
Ambedue rifondate nel 1999, hanno perso non poco della loro motivazione originaria. Epigoni della scuola furono pure alcuni grandi maestri; pongo in prima linea Cornelio Fabro (1911-1995) che, nella nostra epoca, fu il più originale, il più profondo, il più creativo fra i pur dotti e fedeli tomisti. Nessuno, infatti, riuscì come lui a coniugare "essere" e "libertà" come fondamenti di quello ch'egli chiamava tomismo essenziale.
Sul versante più teologico che filosofico operò Pietro Parente (1891-1986), insigne dogmatico di Propaganda Fide e del Laterano, che presentò - Thoma magistro - l'intero curricolo teologico in chiave cristologica, espositore brillante, mai chiuso ma capace d'"inverare" nei limiti del possibile gli sforzi talvolta devianti dell'intelletto umano. Fu vescovo di Perugia, assessore al Sant'Uffizio e cardinale di Santa Romana Chiesa.
Colonna della Lateranense come professore e come rettore, nonché rinomatissimo professore di Propaganda Fide, fu Antonio Piolanti (1911-2001), il più infaticato cultore di san Tommaso d'Aquino. Succedendo a un altro benemerito del tomismo, il gesuita Charles Boyer, divenne l'anima dei congressi tomistici, il motore dell'interesse all'Aquinate, il promotore delle più varie iniziative per la diffusione del pensiero tomista e dell'amore a san Tommaso.
Anche altri, e non pochi, tra i quali Luigi Bogliolo, Dario Composta e Raimondo Spiazzi, da vario tempo mancati, hanno tenuto alta la bandiera della Scuola romana.



(©L'Osservatore Romano 25 marzo 2010)
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