Il terremoto un anno dopo

Ritorno all'Aquila


A un anno dalla scossa di terremoto che colpì l'Abruzzo devastando la città dell'Aquila e molte altre cittadine, pubblichiamo una testimonianza del direttore dei Musei Vaticani. Questo testo - insieme ad altri contributi di personalità del mondo della politica e della cultura - sarà contenuto in un volume di prossima pubblicazione a cura della Presidenza del consiglio dei ministri della Repubblica italiana.

di Antonio Paolucci

Chi come me ha attraversato la storia della tutela negli ultimi quaranta anni con diversi ruoli (ispettore storico dell'arte, soprintendente, persino ministro) sa che quando si verificano le grandi catastrofi, dall'alluvione di Firenze del 1966 al terremoto dell'Aquila del 2009, entrano in gioco e si confrontano due velocità. C'è la velocità della emozione e della partecipazione - il dolore per le vittime, il clamore dei media, la solidarietà nazionale e internazionale, i provvedimenti di emergenza, i progetti di ricostruzione e di restauro - e c'è la velocità della persistenza. La prima dura relativamente poco, la seconda è lentissima nel suo processo e infinitamente durevole nei suoi effetti.
Mi spiego meglio. La memoria degli uomini è breve, l'emozione e la partecipazione passano, superate da nuove tragedie, messe in ombra da incombenti catastrofi, semplicemente dimenticate perché tutto si dimentica sotto il cielo. Del resto se la natura non avesse concesso a ciascuno di noi questa meravigliosa e misericordiosa capacità di dimenticare, la vita sarebbe impossibile.
Ciò che invece persiste e può durare per tempi infinitamente lunghi fino a diventare stabile e irreversibile, è l'effetto durevole delle grandi sciagure. L'alluvione fiorentina del 1966 ha cancellato - temo per sempre - le botteghe artigiane che abitavano le strade medievali dell'Oltrarno. Abbiamo salvato i cicli di affreschi e le tavole dipinte, i marmi del Bargello e le porte bronzee del Battistero di San Giovanni ma quel mirabile sistema di mestieri e di saperi che faceva la unicità della vecchia Firenze artigiana e che chi ha la mia età ha fatto in tempo a conoscere e a frequentare non c'è più, si è trasferito altrove. Sta nelle tristi periferie industriali dei comuni di cintura.
Il terremoto dell'Umbria e delle Marche ha visto prodigare risorse straordinarie di intelligenza, di generosità e di professionalità. E valga per tutti il restauro esemplare della basilica di San Francesco ad Assisi restituita al culto addirittura in anticipo sulla scadenza programmata. E tuttavia ciò che il terremoto ha prodotto in termini di definitivo spopolamento di frazioni rurali e di villaggi di montagna e quindi di interruzione di abitudini e di memorie, purtroppo rimarrà. Questo genere di minuziosi guasti ovunque diffusi e invisibili agli occhi dei più perché non percepiti dai media, è l'eredità non riparabile che il sisma umbro marchigiano ci ha lasciato.
A considerazioni analoghe ci obbligano L'Aquila e l'Abruzzo del dopo sisma. Questo Governo ha affrontato la catastrofe con lucidità, determinazione ed efficacia oggettivamente inusuali. È giusto riconoscerlo. La Protezione Civile è stata all'altezza delle attese e merita la nostra gratitudine. Ora però che la velocità della emozione, della partecipazione e dei conseguenti provvedimenti pubblici e privati sta esaurendosi e si esaurirà come è fatale che accada, la mia preoccupazione è che si esaurisca contemporaneamente l'attenzione agli effetti tendenzialmente durevoli del sisma. Cerchiamo di intervenire subito finché permane l'attenzione sull'Aquila e sull'Abruzzo ferito, affinché le negative conseguenze strutturali del terremoto siano, non dirò impedite del tutto perché questo è ad evidenza impossibile, ma almeno contrastate e per quanto possibile, corrette.
Il restauro dei monumenti si farà e sarà fatto bene perché questa è una delle poche cose che gli italiani sanno fare meglio degli altri. Facciamo in modo però che il centro storico dell'Aquila ritrovi i suoi abitanti. Impediamo che la gente si radichi nelle new towns fornite dal Governo con tempestività assolutamente lodevole. Se il risultato definitivo del terremoto fosse L'Aquila perfettamente restaurata nelle sue emergenze architettoniche, nei suoi monumenti identitari (il Castello, Santa Maria di Collemaggio, le Anime Sante e così via) però ridotta a città fantasma, allora il prezzo pagato alla sciagura del 6 aprile 2009, sarebbe davvero intollerabile.



(©L'Osservatore Romano 6-7 aprile 2010)
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