È morto Raimondo Vianello

Un maestro senza allievi


di Marcello Filotei

"Un maestro". È la definizione più ricorrente tra quanti commentano la morte di Raimondo Vianello, scomparso il 15 aprile poco prima di compiere gli 88 anni. Non è vero, o almeno non del tutto. Se Vianello è stato un maestro la classe in cui insegnava era vuota, o quasi. Elegante, garbato, ironico, mai una parola di troppo, questo romano atipico non ha praticamente eredi nella televisione italiana. Non solo per la sua classe, con quella ci si nasce e non si può emulare nemmeno volendo, ma anche per l'educazione:  ha saputo essere popolare senza essere volgare.
Un "signore" capace di essere sincero. "A me piace la musica classica", non ebbe paura di dichiarare alla vigilia del festival di Sanremo che si accingeva a condurre. Era il 1998 e Vianello sarebbe salito per la prima volta sul palco dell'Ariston in veste di presentatore. Sornione, in grado di gestire con disinvoltura ogni situazione, non si scompose nemmeno al bacio di Madonna, anzi fu accusato dalla stampa di averla congedata in modo troppo sbrigativo. Anche le regine del pop, ogni tanto, vanno tenute al loro posto.
Non era però la prima volta che andava a Sanremo. Negli anni Sessanta c'era stato con Tognazzi portando uno sketch che fu cancellato. Poi era tornato nella sezione dedicata ai giovani:  "Andai per la ricerca sul cancro. Raccontai che ero malato anch'io. Si sono divertiti molto".
Capace di sdrammatizzare tutto, anche l'unica cosa su cui in Italia proprio non si può scherzare:  il calcio. Dal 1991 per diverse stagioni condusse "Pressing" su Italia 1, a dimostrazione di come sia possibile, con un po' di misura e di buon senso, dare a goal e fuorigioco, veri o presunti, il giusto peso. Tra esagitati di vario genere, capaci di iperboli immaginifiche per argomentare la presunta superiorità di un colore rispetto a un altro, riusciva a mantenere quell'aria eterea che quasi quarant'anni prima, nel 1954, lo aveva portato al successo accanto al sanguigno Ugo Tognazzi in "Un, due, tre", il programma che ha segnato l'ingresso dello sketch nella neonata tv italiana.
Quando arrivò in televisione di esperienza non ne aveva molta. Attore per caso, dopo la guerra venne scelto per il ruolo di un ufficiale americano nella rivista satirica "Cantachiaro" di Garinei e Giovannini. Subito dopo fece coppia fissa con Tognazzi dal 1951 nel teatro di rivista e dal 1954, per 5 anni e 77 trasmissioni, in televisione. Non c'era la "spalla", un caso irripetibile, come i venticinque film che lo documentano.
Rotto lo storico duo, Vianello avrebbe avuto davanti a sé un'altra stagione di sketch, assieme alla moglie Sandra Mondaini. Un sodalizio più lungo e forse artisticamente meno esplosivo, ma che ha lasciato agli spettatori l'immagine di una coppia capace di affrontare, anche con l'autoironia, le difficoltà e sofferenze che non mancano mai nella vita. Anche questa una rarità che li rendeva così familiari e amati.
La storia della televisione, però, Vianello l'ha fatta negli anni in cui, assieme a Tognazzi, fu capace di una raffinata irriverenza che non mancò di essere punita. Quando nel 1959 i due allusero a una caduta del presidente Gronchi durante una serata alla Scala in onore del generale De Gaulle i dirigenti Rai dimostrarono poco senso dell'umorismo. Dote, allora come oggi, non particolarmente diffusa.
Dopo avere tolto la sedia a Tognazzi e averlo fatto cadere Vianello gli disse:  "chi ti credi di essere". Tanto bastò per porre fine a una trasmissione di successo. La premiata coppia "T&V", campione del piccolo schermo all'alba della sua storia, si congedava dal numeroso pubblico a modo suo:  "Come avete sentito abbiamo esposto il nostro programma con una canzoncina vanerella e banale. Lo abbiamo fatto apposta nel timore che, dicendole in prosa, le nostre sciocchezze possano essere scambiate per cose intelligenti, come è capitato ad altri". Parole che valgono oggi come allora, non solo per loro.



(©L'Osservatore Romano 16 aprile 2010)
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