I sacramenti e la risurrezione

Sette ragioni per dire
che il primo è anche l'ultimo

di Inos Biffi

Specialmente nel tempo pasquale, quando lo sguardo della Chiesa è rivolto con particolare intensità a Gesù risorto e assiso alla destra del Padre, ci è dato di comprendere l'origine e il senso dei sacramenti. Affidarsi, per una loro rinnovata intelligenza, alle varie e attuali filosofie del simbolo, o alle riflessioni sulla naturale ritualità dell'uomo, variamente assunte lungo la storia, significherebbe percorrere una via inconcludente, e persino deviante.
I sacramenti cristiani non trovano giustificazioni all'interno della natura umana; non valgono per una loro coerenza con la sua inclinazione cultuale:  se mai un confronto possa valere, esso sarebbe in ogni caso secondario.
La genesi dei sacramenti, il loro fondamento e la loro possibilità provengono radicalmente dall'intenzione di Cristo che li ha istituiti e dalla sua attualità gloriosa.
I sacramenti - a partire dall'Eucaristia - sono essenzialmente atti del Signore assiso alla destra del Padre, segni e impronta della sua signoria.
Né per questo si attenua l'opera storica di Gesù e, quindi, il suo sacrificio sul Calvario. Al contrario, proprio a motivo della sua gloria l'azione salvifica di Cristo e la sua immolazione possono risaltare nella loro singolare e inesausta efficacia.
Se Gesù Cristo non fosse risuscitato, nessun suo gesto sarebbe risultato valido per la redenzione:  tutta la sua esistenza sarebbe apparsa precaria e, come ogni altra, si sarebbe fatalmente dissolta nel flusso del tempo, lasciando spazio solo a un rammarico senza speranza.
Al contrario, la vita di Cristo, e in particolare il suo sacrificio in croce, avvenuti nel tempo, furono sottratti alle effimere vicissitudini della temporalità, bisognosa di sempre nuove energie che ne riparino la precarietà e ne rimedino l'esaurimento. E infatti - secondo il grandioso messaggio della Lettera agli Ebrei - l'evento del Calvario fu un evento "celeste", "spirituale", "glorioso".
Il suo compiersi storico, a differenza del sacrificio levitico, terreno, carnale e quindi dalle risorse esauribili e provvisorie, fu capace di perenne e insolubile validità, per la gloria che lo attraversava e lo costituiva. Non sarebbe esatto pensare che tale gloria si sia aggiunta in un tempo successivo al suo sacrificio dapprima puramente terreno. In realtà, essa era intrinseca a questo sacrificio, avvenuto certamente nella storia, ma in una storia intimamente trasfigurata in gloria.
La Chiesa può celebrare l'Eucaristia come sacramento del sacrificio della croce proprio perché questo è stato "storicamente" un sacrificio glorioso e ora, dalla destra del Padre, Gesù gli conferisce garanzia e presenza nel corso del tempo che ancora scorre per noi.
Da Gesù assiso alla destra del Padre provengono l'Eucaristia e gli altri sacramenti che la irradiano. Ogni forma di presenza sacramentale di Cristo è dono del Risorto e quindi reale inizio di una comunione con la sua gloria.
"Chi è l'autore dei sacramenti - si chiedeva sant'Ambrogio - se non il Signore Gesù?", e continuava, riferendosi in particolare all'Eucaristia ma nella prospettiva di tutti "i misteri dei cristiani (mysteria christianorum)":  "Questi sacramenti sono venuti dal cielo, poiché ogni disegno riguardo ad essi è dal cielo" (De sacramentis, iv, 4, 13).
Per capire questo occorre avere una concezione esatta della condizione gloriosa di Gesù.
Mentre la cronologia significa l'incompiutezza, la mobilità, l'incertezza, il divenire, il Cristo risorto rappresenta il compimento e la definitività.
L'ora della sua croce è l'ora della sua gloria (Giovanni, 12, 23 e seguenti). Una volta che Gesù è innalzato da terra, si avvera "il giudizio di questo mondo" e "il principe di questo mondo" è "gettato fuori" (Giovanni, 12, 31), mentre nel trionfo di Cristo, Principati e Potenze sono privati della loro forza (Colossesi, 2, 15)
In questa sua elevazione egli solleva e attrae tutti e tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32).
Allora diviene Signore del cielo, della terra e degli inferi (cfr. Filippesi, 2, 16), collocato "al di sopra di ogni Principato e potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro" (Efesini, 1, 21). E, sempre perché glorificato, si aprì come fonte dello Spirito (Giovanni, 7, 39).
Ma Gesù, con la sua esaltazione, non ha dato l'avvio a un'altra temporalità. Ha invece creato una dimensione totalmente differente rispetto a questa, conteggiata dalla cronologia, ossia la dimensione escatologica, disposta - si direbbe - tra il tempo e l'eternità. San Tommaso parlerebbe di "evo (aevum)", o di "eternità partecipata (quaedam aeternitas participata)" (1 Sententiarum, 8, 2, 2, c):  dimensione che trascende assolutamente il tempo e lo include, che lo "sovrasta" e vi è "imminente".
Per quanto la successione cronologica si estenda e si prolunghi, essa non giungerà mai a oltrepassare, o anche solo ad adeguare, i confini dell'escatologia che irraggiungibilmente comprende - anzi "precomprende" - tutta la storia, per quanto possa indefinitamente estendersi.
È il senso della signoria di Gesù - il Primo e l'Ultimo (Apocalisse, 22, 13) - che con la sua gloria si trova incessantemente presente nel fluire del tempo e nel succedersi della nostra storia ci associa al suo inesauribile sacrificio con la sua grazia perenne.
Tutti i sacramenti sono il frutto della gloria di Cristo, l'impronta viva del Crocifisso risuscitato. Essi vengono da un altro mondo. Sono l'Èschaton - ossia Gesù risuscitato - che opera nel tempo:  proprio a motivo di questo Èschaton i gesti del Signore sono attinti nella loro irrepetibile e inesauribile attualità salvifica.
I sacramenti non nascono da questo mondo. Come del resto la vita cristiana più autentica e vera appartiene al mondo di "lassù", come scrive Paolo, che così esorta i Colossesi:  "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Colossesi, 3, 1-3).
Per rinnovare l'intelligenza dei sacramenti non tanto si deve ricercare una più sottile e seducente filosofia o antropologia, quanto si deve ripensare la sostanza stessa della fede cristiana, e tenere la riflessione fissa sulle "cose di lassù", esistenti quaggiù solo in labile immagine.



(©L'Osservatore Romano 17 aprile 2010)
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