Sugli attacchi a Benedetto XVI

L'ultima beatitudine


di Fabrice Hadjadj

"Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli" (Matteo, 5, 10). Il credente non può dimenticarlo:  la bufera che sta travolgendo la Chiesa si riferisce a una beatitudine, all'ultima beatitudine.
Certo, i crimini commessi da sacerdoti non possono che suscitare orrore. Benedetto XVI lo ha sottolineato con parole terribili, che purtroppo non hanno avuto grande eco:  "Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione" (Lettera ai cattolici d'Irlanda, n. 4). Dobbiamo dunque piangere sui nostri peccati, perché quando i cristiani non lottano contro le tenebre diventano i loro peggiori complici e cadono più in basso di un persecutore pagano. Tuttavia, secondo le sorprendenti parole del discorso della montagna, anche noi dobbiamo rallegraci della persecuzione, poiché essa non è un ostacolo, ma lo spazio stesso in cui si può realizzare la radicalità della testimonianza, vale a dire l'occasione di una carità soprannaturale nei confronti del persecutore.
Di seguito vorrei riportare altri motivi per rallegrarsi persino in questo linciaggio mediatico.
I media più antipapisti diventano loro malgrado apologeti della fede. Che siano obbligati a deformare i fatti, che si accaniscano a troncare e a falsificare l'informazione per attaccare il Papa e infangare tutto il clero, è la prova che in realtà non hanno molto da rimproverare loro. Se si fosse in una controversia lucida e razionale, gli attacchi potrebbero andare a segno. Ma l'irrazionalità della loro reazione gioca a loro sfavore e fornisce alla  mente ragionevole motivi per credere alla verità del magistero pontificio.
Dopo tutto, quando il Papa parla, il non credente non si dovrebbe preoccupare. Dovrebbe dire che la cosa riguarda solo i cattolici, intrappolati nell'oscurantismo e nella rigidità. Ora, al contrario, eccolo che trema, s'innervosisce e non si quieta, come se la voce del Santo Padre lo toccasse personalmente. Da una simile reazione un osservatore esterno può facilmente dedurre quanto segue:  questo non credente non lo è poi così tanto; anzi si direbbe che ha l'istinto del magistero, della paternità spirituale del Sommo Pontefice, del suo ruolo di testimone universale.
Se le violenze subite dai bambini ci appaiono tanto gravi, come non riconoscere in ciò l'impronta del Vangelo? In molte società il bambino appare come un essere imperfetto, senza grande importanza, che si può sottoporre al lavoro e di cui si può persino abusare. Ma Cristo ha queste straordinarie parole (ci sono voluti secoli di cristianità, fino a Francesco di Sales e a don Bosco per trarne le conseguenze):  "Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Matteo, 18, 3). Il bambino non solo non è più un essere imperfetto, ma è anche il simbolo per eccellenza della perfezione della vita spirituale. Da qui il rispetto e l'attenzione profonda di cui ha beneficiato da parte degli adulti. Mostrandosi scandalizzati per il malconiato termine "pedofilia", i media dimostrano di essere ancora sotto il felice influsso della cristianità.
Se si scandalizzano specialmente del fatto che tali abusi siano commessi da sacerdoti è perché hanno in più l'istinto della dignità speciale del sacerdozio. I loro attacchi sono così un contributo involontario all'anno sacerdotale e un omaggio reso all'altissima vocazione di purezza del sacerdote.
Cosa favorisce oggi la tendenza ad abusare dei bambini? Il paternalismo? No, piuttosto una logica di società orizzontale, dove il senso della paternità si attenua, dove la gerarchia delle generazioni non è riconosciuta. Questa è la logica del "contratto sociale" dove la società non è un fatto naturale fondato sulla famiglia, ma un contratto sottoscritto da meri individui, senza appartenenza, sesso o filiazione. Tutti sembrano qui allo stesso livello. Perché quindi la relazione sessuale fra un adulto e un bambino non sarebbe possibile? Il contraente risponderà:  perché il bambino non è capace di consenso. Sia pure! Ma allora questa è la prova che la società non si fonda solo sul consenso individuale:  si fonda anche sulla famiglia naturale. Di conseguenza, per uscire da questa impasse, occorre restaurare il senso della paternità, a partire dalla paternità divina fino alla paternità umana, passando per la paternità spirituale del sacerdote. L'esistenza stessa di un "Santo Padre" indica l'esigenza di un amore radicale e verticale per i bambini, che proibisce tutti gli abusi dell'orizzontalità.
Come ha così ben mostrato Julián Carrón nella sua lettera a "la Repubblica", dietro lo scandalo e l'orrore, c'è il bisogno di giustizia, di una giustizia infinita. Ora, una simile giustizia non si dovrebbe ridurre a un linciare i colpevoli e a un compatire le vittime. Deve invece aprire un futuro di comunione e di felicità e non rinchiudersi quindi in un atteggiamento negativo di vendetta o di rimorso:  una pseudo-giustizia sbrigativa e sterile, invece di far rifiorire la vita, ci renderebbe complici della distruzione. Si possono punire i colpevoli, ma a che pro, se la vita non ha alcun senso? La vera giustizia non può che essere ordinata alla speranza. Bisogna condannare gli abusi sessuali perpetrati sui bambini, ma se, allo stesso tempo, si rifiutano coloro che in mezzo a essi sono i testimoni della speranza e della riconciliazione, allora si commette a propria volta, su questi stessi bambini, un abuso spirituale. Li si consegna a un mondo consumistico, senza redenzione né futuro. Per questo abuso, per questo insidioso massacro delle anime, un giorno dovremo essere giudicati.
Il papato non è un'istituzione umana. È un articolo di fede, poiché è la conseguenza ultima dell'incarnazione. Il Verbo si è fatto carne:  è dunque opportuno che i credenti non si riuniscano solo attorno a una serie di dogmi, ma anche attorno a un volto, a una persona ancorata alla loro storia, immagine di Cristo in mezzo ai suoi apostoli. Senza questo mistero di "vicarianza", il cristianesimo tende a disincarnarsi e a liquefarsi nell'onda dello spiritualismo. Ma c'è dell'altro:  facendosi carne, il Verbo è divenuto capace di prendere su di sé le sofferenze degli uomini. Lo stesso accade con il papato:  non si possono ferire né uccidere gli articoli della fede; li si può ferire e uccidere nel Papa. Questa vulnerabilità è necessaria per mostrare che il cristianesimo non si riduce all'intelligenza anonima di un sistema morale, ma nasce da un incontro libero e drammatico con una Persona. Così gli attacchi che Benedetto XVI sta subendo non fanno che conformarlo meglio a Cristo e permettono al credente di ammirarlo ancora di più come il suo insperato Vicario.



(©L'Osservatore Romano 24 aprile 2010)
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