La ristampa anastatica e la prima traduzione italiana del "De Europa" scritto nel 1453 dal futuro Pio II

Da Enea a Benedetto


Nel quinto anniversario dell'elezione al Pontificato, il presidente della Repubblica Italiana offrirà il 29 aprile a Benedetto XVI un concerto in suo onore nell'Aula Paolo VI in Vaticano. Nell'occasione il presidente consegnerà al Papa un'edizione in ristampa anastatica (accompagnata dalla prima traduzione italiana realizzata da Francesca Macino) del "De Europa" di Enea Silvio Piccolomini. Il volume - un'edizione fuori commercio realizzata in 500 copie dall'editore Magnus e dalla Biblioteca Apostolica Vaticana per iniziativa dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede - vuole esprimere un particolare apprezzamento per gli sforzi del Papa nel far progredire una corretta visione europea. Pubblichiamo qui sotto la prefazione del presidente della Repubblica Italiana e stralci dei saggi dell'Ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, a destra, e, infine, dell'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

di Giorgio Napolitano

È ben curioso che quest'opera di un grande umanista quale fu Enea Silvio Piccolomini, poi Pio II, dal titolo per quell'epoca sorprendentemente moderno e ancora oggi fortemente suggestivo, sia rimasta per mezzo millennio nota solo a pochi studiosi e mai tradotta in lingua italiana.
Non posso che rallegrarmi che la nostra Ambasciata presso la Santa Sede, sostenuta dalla generosità di una delle più importanti fondazioni bancarie italiane, abbia preso l'iniziativa di provvedere alla traduzione dell'opera, di corredarla del prezioso testo introduttivo di monsignor Gianfranco Ravasi e di curarne la pubblicazione in facsimile dell'incunabolo del 1490 e in edizione italiana.
Il disegno dell'impresa, da me condivisa, è ovviamente quello di richiamare un parallelismo implicito tra la figura di un grande uomo italiano, Enea Silvio Piccolomini, che ebbe la ventura di vivere e di conoscere in profondità la Germania e divenne poi Papa, con quella di un grande uomo di cultura tedesco, Joseph Ratzinger, che ha vissuto più di trent'anni in Italia ed è divenuto Papa con il nome di Benedetto XVI. Ed è a Sua Santità Benedetto XVI che quest'opera viene dedicata, come contributo a rendere accessibile il lavoro di quel grande uomo di Chiesa, umanista, letterato e diplomatico che fu il cardinal Piccolomini.
Ma come non collegare anche la prospettiva europea di Enea Silvio, la sua conoscenza profonda della geografia e della storia del continente di cui per tanti anni era stato attivo protagonista, con lo spirito, l'attenzione e la cura che l'attuale Pontefice pone nel sottolineare l'esigenza di una definizione precisa e aggiornata dell'identità di questo nostro continente?
E la prospettiva europea di Enea Silvio è tanto più sorprendente, pochi anni dopo la reintroduzione da parte di Niccolò v del termine "Europa" per definire le nostre terre e i nostri Paesi, in quanto convive serenamente con l'estrema varietà dei costumi e dei popoli descritti nell'opera:  pannoni, gepidi e daci, ungari, dalmati, illiri detti bosniaci, triballi o mesi detti a volte serbi a volte rasciani, i geci, gli amantini, gli unni, i goti, i bussatori detti parvi, i bructeri, gli alani, i longobardi e gli oqueni e cento altri ancora.
La narrazione, la grande cavalcata sul continente all'epoca di Federico iii fa con sorprendente immediatezza tornare alla mente le parole di un grande storico francese, Lucien Febvre, che nel suo libro L'Europa. Genesi di una civiltà scrive "l'Europa in questo senso, (così) come noi la definiamo, come la studiamo, è una creazione del medioevo; un'unità storica che, come tutte le unità storiche, è fatta di diversità, di pezzi, di cocci strappati da unità storiche anteriori, a loro volta fatte di pezzi, di cocci, di frammenti di unità precedenti".
L'Europa di Enea Silvio evoca infatti il processo magmatico con cui un mondo ancora medievale si avvia alla ricerca di parametri comuni, di valori condivisi, di un'identità diversa dalla mera giustapposizione dei vari "cocci" che componevano l'Europa di allora. A questo processo l'Umanesimo, di cui il cardinal Piccolomini fu rappresentante insigne, fornì una sorta di polo magnetico che attrasse forze ed energie intellettuali che consentirono al continente di compiere un percorso importante. E come si può trovare descritto in molte pagine del De Europa, la Chiesa dotò il mondo di quel tempo di strumenti di comunicazione preziosi, di sia pur limitata mobilità sociale, e di un'internazionalità che sarebbe sopravvissuta rigorosa alla caduta dell'impero e alla nascita degli Stati Nazione.



(©L'Osservatore Romano 28 aprile 2010)
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