Inedito fino all'Ottocento il dipinto di Salai è riapparso in una collezione privata di New York

Il «Christo giovenetto»
di Isabella d'Este


di Carlo Pedretti

Apochi giorni dall'annuncio del ritrovamento di un dipinto firmato e datato 1511 dall'allievo prediletto di Leonardo - Gian Giacomo Caprotti detto Salai (1480-1524) - è la volta di un altro dipinto attribuito allo stesso artista fin dall'Ottocento, ma stranamente rimasto inedito fino a oggi benché fosse stato riconosciuto come tale da almeno due famosi storici dell'arte, Gustavo Frizzoni che lo possedeva, e Arthur E. Popham che lo vide negli anni Cinquanta del secolo scorso. L'attuale proprietario a New York lo ha segnalato a chi scrive dopo aver letto il suo articolo sul dipinto firmato e datato ("L'Osservatore Romano", 13 marzo 2010, p. 4).
Si anticipano qui le conclusioni di uno studio particolareggiato che apparirà prossimamente come appendice alla nuova edizione del libro sul Salai edito lo scorso anno (Carlo Pedretti, Leonardo da Vinci. L'"angelo incarnato" e Salai, Firenze, Cartei e Bianchi, 2009).
Si tratta di una tavoletta di pioppo di 43 x 36 cm rappresentante Gesù adolescente in veduta quasi frontale e a mezzo busto, posto sullo sfondo di un paesaggio di montagne punteggiate di castelli - "città e castella" avrebbe detto Leonardo - il cielo sereno e luminoso con poche nuvole sparse. Egli appare col solo simbolo della divinità che lo qualifica quale Salvator mundi:  la destra mano alzata nel tradizionale atto benedicente con la disposizione liturgicamente corretta delle dita, medio sovrapposto all'indice, l'altra mano posata su una grande sfera cristallina con straordinari riflessi di luce e suddivisa da due bande metalliche, una orizzontale per indicarne i due emisferi e l'altra perpendicolare alla precedente che divide l'emisfero superiore in due parti e che è sormontata da una crocetta. L'emisfero in basso è il continente africano, quello in alto è l'Europa nella parte sinistra e l'Asia nella destra; un modo dunque di ridurre a sintesi geometrica l'immagine del globo terrestre così come era conosciuto fin dall'antichità e ancora presente nella simbologia cristiana al tempo dei primi resoconti di Amerigo Vespucci sulle scoperte del Nuovo Mondo all'inizio del Cinquecento, proprio gli anni ai quali risale questo quadruccio.
Il divino fanciullo non regge quindi la grande sfera, come vorrebbe la tradizione, ma la trattiene stringendone la crocetta fra il pollice e l'indice della mano postale sopra, dalle dita della quale partono riflessi luminosi come se si trattasse di un esperimento di ottica come quelli che Leonardo avrebbe condotto intorno al 1510 con sfere di vetro piene d'acqua.
L'abbigliamento è semplice. Dal bordo dell'ampia scollatura la veste candida scende direttamente in lunghe pieghe regolari e riappare pure in semplici pieghe circolari nella manica del braccio alzato e anche un poco dietro la sfera come a suggerire la presenza nascosta dell'altro braccio. Il mantello rosso, con bordi di sottili ricami dorati e tocchi di analoghi ricami sparsi sul resto della sua superficie esterna, è posto sulle spalle e accostato sul petto quanto basta per mettere in risalto la sfera cristallina.
Il paesaggio di sfondo esalta la vibrante presenza piramidale di primo piano, e s'allontana alzandosi in successione di piani articolati nel bagliore di una sfumata prospettiva aerea che evoca un celebre testo nel Libro di pittura di Leonardo, il capitolo 479 sul "bello spettacolo" in una veduta prospettica degli "alti edifici delle città e castella", un testo del quale non si conosce l'originale ma che è possibile datare intorno al 1503-1504 anche sulla base dei disegni che lo illustrano nell'apografo archetipo presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, foglio 152 recto. Pure pertinente è il testo al foglio 235 verso, intitolato "De monti e loro divisione in pittura" tratto dal perduto Libro A del 1505-1510, con lo schema della successione di catene di montagne proprio come nello sfondo del dipinto di Salai.
È davvero sorprendente che questo dipinto non abbia ancora ricevuto alcuna considerazione critica a conferma dell'attribuzione al Salai da parte del suo primo proprietario, Gustavo Frizzoni (1840-1919), noto storico dell'arte e leonardista, seguace di Giovanni Morelli (1816-1891). Verso il 1960 fu visto da Arthur E. Popham (1889-1970), responsabile del Dipartimento dei Disegni e delle Stampe del Museo Britannico e autore fra l'altro dell'ancor oggi fondamentale pubblicazione sui disegni di Leonardo del 1946. Non risulta che egli abbia mai rilasciato un certificato riguardante un dipinto o un disegno di proprietà privata, e in questo caso si tratterebbe proprio di un'eccezione. Anche per lui il piccolo dipinto sarebbe opera di Salai come interprete di un'idea di Leonardo. Fu infatti nel 1504 che Isabella d'Este, dopo insistenti richieste, si rassegna a rinunciare al proprio ritratto, col quale Leonardo non era andato oltre al cartone, per suggerirgli l'alternativa di un tema meno impegnativo, cioè la "figura de Christo piccolino" menzionata in una lettera del 27 maggio, come specificato poco prima nella lettera del 14 maggio:  "Quando fusti in questa terra et che ne retrasti de carbono, ne promettesti farni ogni mo' una volta de colore. Ma perché questo saria quasi impossibile non avendo vui comodità di trasferirvi in qua vi pregamo che volendo satisfare a l'obligo de la fede che haveti cum noi, voliati convertire el retratto nostro in un'altra figura che ne sarà anchor più grata, cioè farni uno Christo giovenetto de anni irca duodeci, che seria de quella età che l'haveva quando disputò nel tempio, et facto cum quella dolceza et suavità de aire che haveti per arte peculiare in excellentia".
I manoscritti di Leonardo non offrono alcun indizio che la richiesta avesse avuto un seguito. Dai documenti si sa solo che il 22 gennaio dell'anno dopo un corrispondente di Isabella da Firenze, Luigi Ciocca, afferma di essersi recato allo studio del Perugino in compagnia dell'abate fiesolano e del Salai - "alevo de Leonardo Vinci, zovane per la sua età assai valente" - per soddisfare alla di lei richiesta di riferire sull'opera da lei commissionata al Perugino e ormai terminata, la famosa Lotta tra Amore e Castità oggi al Louvre. Il Ciocca s'industria a rassicurarla di esser pronto a far pressioni pure su Leonardo, anche se sembra poco convinto di ottenere un esito positivo. Di qui il suggerimento di un possibile ricorso al Salai:  "Esso Salai haveria gran desiderio di fare qualche cosa galante per V. Ex, et però havendo quella voluntà di qualche quadreto o altra cosa, me ne po dare adviso". Ecco perché il Popham ha potuto pensare al Salai quale autore di questo affascinante "quadretto", databile intorno al 1505, dove almeno s'avverte ancora l'eco di quella "dolceza et suavità de aire" che Isabella d'Este riteneva prerogativa esclusiva di Leonardo.



(©L'Osservatore Romano 6 maggio 2010)
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