Elogio della bicicletta

Due ruote in accordo con madre natura


di Giulia Galeotti

Il primo ricordo è all'asilo. Il Margaret Fletcher di Toronto, nel cui ampio giardino si trovavano tante biciclette colorate a disposizione dei bambini. Una sola, però, era del vecchio modello tradizionale - la ruota posteriore piccina, quella anteriore grandissima. Ogni volta che arrivava il garden time, era una gara di velocità per accaparrarsela. Poi, qualche decennio dopo, le mirabolanti scalate di Pantani che falcava le montagne, divorando il giro d'Italia prima e il corrispettivo cugino d'Oltralpe poi. Già nel 1956, lo scrittore inglese Archibald J. Cronin osservava attonito "il culto della bicicletta" in Francia, "una passione nazionale che raggiunge annualmente il culmine, durante le settimane di accesa passione dedicate al Tour de France". Forse, non a caso:  la prima idea di bicicletta risale alla fine del Settecento quando il francese Mede De Sivrac unì due ruote, una dietro l'altra, per mezzo di una trave di legno, sulla quale si collocò a cavalcioni - la non-ancora bicicletta avanzava solo per mezzo della spinta alternata dei piedi sul terreno, mancando lo sterzo. Fu, poi, sempre un francese a inventare i pedali:  era il 1855 e Pierre Michaux, aiutato dal figlio Ernest, li applicò al mozzo della ruota anteriore.
Simbolo, un po' equivoco a tratti, di emancipazione femminile ("ella guida l'automobil, va a cavallo, in bicicletta / al bigliardo ell'è invincibil e tirar sa di fioretto. / Nulla è in lei non modernissimo e sportivo e forte e ardito. / Oh, se donna io fossi! Prenderla penserei come... marito" si dileggiava nel 1914), la bicicletta è ben presto entrata nell'immaginario collettivo italiano, associata per lo più alla donna. Sebbene la partecipazione femminile alla Resistenza sia andata molto al di là, la staffetta che in sella della sua bici pedala, portando viveri e informazioni, rimane un passaggio importante della storia italiana.
Oggi sembra un mondo lontano. La bicicletta, che permette (mediamente) di procedere a una velocità di quattro volte superiore a quella con cui avanza il pedone, è diventata di moda nelle domeniche di primavera. Superattrezzata, ricca di marce, non costa benzina, né assicurazione, né parcheggio; non inquina, non occupa spazio urbano:  il massimo per lo sfogo del tempo libero. Anche perché è indubbio che, a volte, può essere rischioso salirvi nelle frenetiche città di oggi, prive di piste ciclabili che effettivamente servano negli spostamenti quotidiani. L'averla persa "per strada" come indispensabile oggetto di ogni giorno ha portato, come scriveva Ivan Illich, a una "immaginazione intontita dalla velocità". Sempre nell'Elogio della bicicletta, lo storico e filosofo austriaco denunciava lucidamente il credo illusorio dell'uomo moderno, convinto "che il livello di democrazia sia in correlazione con la potenza dei sistemi di trasporto e di comunicazione. Non ha più fede nel potere politico delle gambe e della lingua. Di conseguenza non vuol essere maggiormente libero come cittadino, ma essere meglio servito come cliente".
Nella Caritas  in  veritate, Benedetto XVI scrive che l'ambiente naturale "è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera". La natura, "espressione di un disegno di amore e di verità", "ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita", parlandoci "del Creatore e del suo amore per l'umanità". È indubbio che permettere l'esistenza di autentici ciclisti feriali significherebbe davvero molto.



(©L'Osservatore Romano 7 maggio 2010)
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