Diario di un viaggio in Asia sulle orme di Chiara Lubich

Oriente e occidente verso una nuova civiltà


Al Vaticano ii partecipò anche un buddista invitato da Paolo vi. Nikkyo Niwano, fondatore del Rissho Kosei-kai, da allora guardò il cristianesimo con occhi diversi. Benedetto XVI nell'ultima udienza generale ha incontrato un gruppo di giovani buddisti giapponesi dell'associazione fondata da Niwano, ospiti dei giovani focolarini. A questi giovani buddisti e cattolici impegnati in un simposio sulla pace, il Papa ha raccomandato:  "Continuate così". Nel frattempo altri importanti incontri si erano svolti in Asia tra cristiani ed esponenti di religioni orientali. Ecco il racconto di uno di questi, quasi un diario di viaggio del presidente del movimento cattolico dei Focolari che è andata con un messaggio di Papa Ratzinger al quale ne ha poi riferito l'esito. Nel solco di Chiara Lubich, la fondatrice, che in Asia di viaggi del dialogo e dell'amicizia tra le religioni ne ha fatti parecchi. Guardando a un futuro diverso e possibile per l'oriente e l'occidente.

di Maria Voce

Sono partita per il mio primo viaggio in Asia i primi di gennaio di quest'anno, sulle orme di Chiara Lubich che in questo immenso continente, nei suoi numerosi viaggi, aveva aperto nuove vie al dialogo interreligioso e all'inculturazione del Vangelo.
Un lungo viaggio:  oltre 25.000 chilometri percorsi facendo tappa in cinque Paesi:  Corea, Giappone, Filippine, Thailandia e Pakistan. Due mesi intensi:  un contatto vitale con i vescovi locali, con alcuni politici di varie tendenze in Corea, con sacerdoti nelle Filippine, con amici buddisti in Giappone e Thailandia e ovunque con le comunità dei Focolari. Popoli di culture, tradizioni, religioni diverse. Mi hanno lasciato una impronta indelebile. Forse solo il tempo permetterà di penetrarne in profondità il significato e di riuscire a comunicarlo qui in occidente. È un'urgenza che avverto.
Sono rimasta vivamente colpita dalla ricchezza di valori che in occidente sembrano passati di moda. Come il rispetto per l'anzianità, l'ubbidienza, la pazienza, la delicatezza, l'ospitalità squisita, la capacità di sopportare situazioni dolorose gravi. Ma l'impressione più forte, ciò che più affascina, è il senso del sacro, la sensibilità per il divino, tuttora così viva in questi popoli, che ci obbliga a esserne all'altezza.
Di ritorno dall'Estremo oriente, mi è riaffiorata quella felice espressione di Giovanni Paolo ii, rimasta incisa nella storia dell'ecumenismo:  la Chiesa deve ritornare a respirare con i due polmoni:  quello d'oriente e quello d'occidente. M'è spontaneo pensare che anche l'umanità tutta deve respirare con questi due polmoni. L'Asia è un continente che sta emergendo decisamente sulla scena mondiale, sia dal punto di vista politico che economico. Ma quale arricchimento per l'umanità se questo continente potesse trasmettere all'occidente il suo ricco patrimonio culturale e spirituale!
Mi accompagnava la benedizione del Papa che estendeva alle comunità dei Paesi che avrei visitato, accolta ovunque con grande gioia e gratitudine. Benedetto XVI, nella lettera, esprimeva anche l'auspicio di "copiose grazie". A viaggio concluso posso dire che quell'auspicio è diventato realtà. Qualche giorno fa ho avuto la gioia di condividere con il Santo Padre le grazie a cui ho potuto assistere e raccogliere la sua consegna:  continuare a costruire ovunque "ponti di unità, specie nelle situazioni di particolare difficoltà".
Sono partita con la consapevolezza di dover andare verso questi Paesi in punta di piedi, intuendo che mi avventuravo a scoprire almeno un po' le ricchezze delle antichissime culture orientali. La mia permanenza era molto limitata, ma ero certa che l'incontro intenso anche con una sola persona, mi avrebbe svelato qualcosa dell'anima di questi popoli. Di persone ne ho incontrate quasi 10.000. Si sono espresse con i linguaggi più diversi:  dal calore e il colore dell'accoglienza, alla bellezza e delicatezza delle danze, dal dialogo aperto sulle problematiche di questi Paesi, al ricco scambio di esperienze. Con gruppi e singoli. In un clima di festa.
Bisogna riconoscere però che, in questo mondo globalizzato, la crisi che investe l'occidente non risparmia l'oriente. "Collasso dei valori", "crisi finanziaria e disparità economiche", "il dolore nel mondo contemporaneo" sono state le tematiche al centro del iv simposio internazionale buddista-cristiano, organizzato a Chiang Mai, città dei cento templi, a nord della Thailandia, dall'università buddista Mahachulalongkorn Rajavidyalaya, in collaborazione con l'associazione buddista giapponese Rissho Kosei-kai e il movimento dei Focolari, all'inizio del febbraio scorso.
È significativo che la proposta di queste tematiche sia venuta da Phra Suthiworayan, rettore dell'università, motivato dalla sofferenza per l'infiltrazione del capitalismo esasperato e del consumismo, che stanno minando dal di dentro anche le società asiatiche. In Thailandia, dove la castità è da sempre un valore sacro, dove altissimo è il numero dei monaci buddisti che scelgono il celibato a vita e vivono nella povertà, è drammatico il contrasto con il noto fenomeno che fa della prostituzione attrazione turistica. In Giappone si sta perdendo la gioia di vivere e il senso della vita. Di qui l'emergenza suicidi (30.000 lo scorso anno). Viva la consapevolezza dell'apporto che le religioni sono chiamate a dare in questo tempo. Lo evidenziava il titolo stesso scelto per il simposio:  "La risposta delle religioni alle sfide del mondo globalizzato".
A fine simposio m'è parso di vedere in atto ciò che Benedetto XVI ha detto recentemente ai vescovi thailandesi:  "Insieme al Buddismo, voi potete promuovere la mutua comprensione riguardo alla trasmissione delle tradizioni alle generazioni future, i valori etici, il rispetto del trascendente, la preghiera e la contemplazione. Così facendo si può servire il bene comune della società".
Senza precedenti la partecipazione:  raddoppiata rispetto al passato con duecento presenti che affollano l'aula sacra del Vipassana Meditation Center. E così il numero di Paesi di provenienza:  venti, tra cui Giappone, Taiwan, Corea, Filippine, Sri Lanka, India, Inghilterra e Italia. Presenti, oltre a monsignor Andrew Thanya-anan Vissanu, sottosegretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il direttore dell'Ufficio per le relazioni con religioni e culture del Consiglio Mondiale delle Chiese di Ginevra, il presidente (musulmano) del Consiglio interreligioso del luogo, il vice-rettore dell'università buddista di Bangkok. Rappresentati ad alto livello il buddismo Mahayana e Terewada, attraverso rispettivamente:  il presidente della Rissho Kosei-Kai, Nikkyo Niwano e il Gran Maestro Ajhan Thong Sirimangalo, personalità eminente di fama internazionale, insignito di recente dal re del più alto titolo onorifico. In apertura erano intervenuti il Nunzio apostolico, l'arcivescovo Salvatore Pennacchio, e l'arcivescovo di Bangkok, monsignor Francis-Xavier Kriengsak Kovithavanij.
Dalle religioni sono emersi non pochi segni di speranza. Ogni giorno si alternano esponenti del buddismo Terewada e Mahayana, e del cristianesimo vissuto alla luce della spiritualità evangelica dei Focolari. I vari esponenti presentano le risposte alle sfide poste dalla globalizzazione, alla luce della compassione buddista e dell'amore cristiano, dandone una visione culturale e spirituale confermata dalla concretezza del vissuto.
Tra le testimonianze buddiste:  una coppia non nasconde le difficoltà e di come sia loro di aiuto la spiritualità di Siddhartha, la meditazione insieme davanti alla sua immagine. "Quando succede qualcosa fra noi ci troviamo a parlare davanti al Buddha e ci riconciliamo". Da parte cristiana, la speranza è stata testimoniata da chi ha costruito sulla roccia dell'amore scambievole evangelico, dando vita a un rinnovamento della famiglia e della cultura. Ne è stata mostrata la concretezza nella vita della cittadella di Loppiano, nelle novità culturali dell'Istituto universitario "Sophia", dove "sapienza e scienza, conoscenza divina e umana convergono".
In risposta alla crisi economica e al divario crescente tra ricchi e poveri, dagli interventi di due monaci thailandesi risalta l'importanza delle micro-realizzazioni in atto tra i poveri. Vivo interesse aveva suscitato, da parte cristiana, l'economia di comunione che mostra come la conduzione di un'impresa può essere riconciliata con la logica della fraternità.
Il momento culmine è stato quando buddisti e cristiani si sono interrogati sul mistero del dolore, centrale per buddismo e cristianesimo. Mi ha sorpreso costatare come questo sia il punto di incontro più profondo. Un solo esempio.
Eiin Yasuda, figura rappresentativa del buddismo giapponese, ha richiamato le dieci buone azioni, illustrandole con fatti di vita, che possono contribuire ad annullare i conflitti e a formare la personalità. Tra queste:  "Non dire parole che possono rompere i rapporti e dire parole che costruiscono amicizia"; "Un cuore di gratitudine, compassione e rispetto, che chiede scusa e perdona è importante per migliorare i rapporti, costruire la pace e risolvere le sofferenze del mondo moderno".
Per i cristiani il mistero del dolore conduce al crocifisso. Di lui ho parlato nel mio intervento, soffermandomi sul momento in cui Gesù giunge a gridare l'abbandono del Padre, perché sulla terra ogni dolore sia trasformato in amore, ogni vuoto riempito, ogni rapporto spezzato, sia ricomposto.
Ha sorpreso, subito dopo, la testimonianza di un monaco buddista, Pra Maha Thongrattana Thavorn, quando, citando il suo primo incontro con Chiara Lubich, 16 anni fa aveva dichiarato:  "Non capivo nulla di cristianesimo e avevo paura a entrare in una Chiesa, pensando a quella figura crocifissa, per noi segno di un crimine. La luce di Chiara mi ha dato tanta sapienza, indicandomi che la croce è il super-amore, è la misura dell'amore di Gesù". Non è il solo.
"Quando ho parlato con alcuni partecipanti buddisti mi hanno detto di aver intuito qualcosa. Non è poco, se qualcuno incomincia a capire il significato cristiano della sofferenza". È quanto aveva commentato in un'intervista monsignor Andrew Thanya-anan Vissanu.
Era la prima volta che sperimentavo direttamente ciò che negli anni si è evidenziato nel dialogo con seguaci delle religioni orientali:  specie i buddisti, che aspirano alla "vacuità", allo spegnimento dei desideri che alimentano sofferenza ed egoismo per raggiungere la liberazione dal dolore e dalle schiavitù dell'io, sono attratti da quella spoliazione di sé del cristiano, da quel nulla d'amore a imitazione della kenosi di Gesù sulla croce che conduce dal buio alla luce, dal dolore all'amore.
Ancora, come già avvenne quasi venti anni fa, nel primo viaggio di Chiara in Thailandia, il rettore mi ha chiesto di parlare ai giovani monaci dell'università Mahachulalongkorn Rajavidyalaya di Chiang Mai. Per suo desiderio, ho parlato apertamente della fede cristiana, del progetto di unità racchiuso nel Vangelo, della vita della Chiesa. E di quell'amore cristiano come via al dialogo, che esige di far tutto lo spazio interiore possibile, spegnendo ogni cosa in sé. Mi hanno sorpreso alcune espressioni dei giovani:  "Ho adesso una nuova visione dei cristiani", "Ci possiamo amare reciprocamente. Questo ci incoraggia ad avere un rapporto migliore anche con i musulmani per diventare autentici fratelli".
Mi ha poi lasciato una forte impressione il fatto che negli incontri con le nostre comunità nei vari Paesi visitati, c'erano anche seguaci di altre religioni:  c'erano musulmani a Cebu (Filippine), buddisti a Chiang Mai e a Bangkok, e così in Giappone, c'erano gli indù venuti in Thailandia con il nostro gruppo dall'India. Persone che si sentono parte del movimento, condividono il nostro ideale di fraternità e di unità e vogliono collaborare e testimoniarlo insieme ai cristiani.
Ripercorrendo i primi passi dell'avventura di questo dialogo tra le religioni, sorprende che l'iniziativa sia partita proprio da seguaci di altre religioni.
Era stato infatti su richiesta di Nikkyo Niwano, fondatore e presidente della Rissho Kosei-kai (Rkk) e tra i promotori della Conferenza mondiale delle religioni per la pace, che nel 1979, a Roma, era avvenuto il primo incontro con Chiara Lubich. I due fondatori erano colpiti dalle somiglianze tra i due movimenti e vi avevano intravvisto il segno di una strada a loro sconosciuta tracciata dall'Alto per il bene dell'umanità.
Con grande emozione, nel gennaio scorso mi ritrovo in quella stessa aula sacra, dove Chiara aveva dato la sua testimonianza cristiana quasi trent'anni fa. Davanti a oltre 3.000 buddisti, ho condiviso i ricchi frutti maturati in questi anni, attraverso innumerevoli scambi di visite, contatti, collaborazioni. Non ultimi il comune impegno per la pace nella Conferenza mondiale delle religioni da cui la via del dialogo si aprirà ad altri leader religiosi, come il musulmano Warith Deen Mohammed e il suo vasto movimento afro-americano.
Era poi preparato anche un incontro con la sezione giovani del Rkk. Molte e profonde le loro domande. L'apertura, l'immediatezza, e la profondità di cui hanno dato prova, mi ha dato la certezza che in futuro vi sarà una accelerazione nella reciproca comprensione e cooperazione tra le grandi fedi e si apriranno nuove prospettive di fraternità in questo mondo sempre più globalizzato.
Chissà che ci si avvii verso una nuova civiltà, verso un mondo non di individui frammentati, diviso da sempre nuovi steccati, ma dove singoli e popoli sono tessere di quel mosaico di umanità disegnato da Dio sin dall'origine della creazione.
Questo auspicio può non essere condiviso specie qui in un'Europa che si sente minacciata nella propria identità dal crescente fenomeno migratorio, dalle profonde trasformazioni in atto in questa nostra società sempre più multiculturale e multireligiosa.
Paure e chiusure le ho percepite anche in Asia. Come ancora aveva osservato monsignor Thanya-anan Vissanu, nato in una famiglia di convinzioni buddiste, in Thailandia, ad esempio, "a motivo degli insegnamenti nel passato, tra buddisti e cristiani ci sono state incomprensioni per assenza di comunicazione, perché è mancato il dialogo tra le due parti. Allora regna il sospetto, anche per il solo fatto che non si sa cosa pensi l'altro". Quando non serpeggia il sospetto che l'offerta del dialogo nasconda un secondo fine:  la conversione. Ed ecco il rifiuto, la chiusura, quando non l'avversione e il conflitto aperto.
In questi anni abbiamo toccato con mano che ciò che più conquista la fiducia, una fiducia totale, è dar prova di un amore veramente disinteressato, quell'amore che viene da Dio, e che Gesù ci ha manifestato. È l'unico super-valore che non schiaccia gli altri valori, anzi li valorizza, li mette in luce. Costatiamo, con sempre nuova sorpresa, che seguaci di altre religioni sono pronti ad accoglierlo. E si mette in moto la reciprocità, con il dono delle loro ricchezze di cui anche noi abbiamo bisogno. Allora - come diceva Chiara - "il dialogo si apre da sé, come un fiore in primavera". Si attua quel dialogo che prima di essere tra fedi diverse, è tra le persone. È il dialogo della vita:  fa incontrare persone che appartengono a fedi diverse e le rende capaci di scoprirsi reciprocamente, di trovare dei punti comuni e di viverli insieme.
A viaggio concluso, mi sembra di aver avuto nuova consapevolezza della via aperta dal carisma di Chiara:  l'amore. Il frutto è la luce. Seguaci di altre fedi ne restano attratti. In Oriente la luce è fondamentale. Il Buddha è l'illuminato.
Come cristiani, vivendo l'amore scambievole sino all'unità, partecipiamo in certo modo alla maternità di Maria:  abbiamo la straordinaria possibilità di generare spiritualmente Gesù al mondo. "L'unità - come aveva detto Chiara Lubich durante il suo primo viaggio in Asia - è come un fiore che sboccia. Questo fiore è Gesù. L'unità lo esprime, lo manifesta, lo fa "vedere". È un'atmosfera spirituale:  si sperimenta luce, amore, gioia, nuova forza, nuovo coraggio". E ho sperimentato di persona come è questa luce che fa "riconoscere" quel "raggio di verità", come dice il concilio, che "illumina tutti gli uomini", fa "progredire i valori spirituali, morali e socioculturali" (cfr. Nostra aetate, 2) e mette in moto lo scambio di doni.
È questo clima soprannaturale di apertura, accoglienza, ascolto, stima reciproca che più ha caratterizzato il simposio, e non solo. È questo uno degli elementi di novità che ha fatto dire al sottosegretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso che queste intense giornate hanno segnato per il dialogo tra le religioni "non solo un passo in avanti, ma un salto vero e proprio di grande valore".
La consegna che Benedetto XVI ci ha dato all'udienza dei giorni scorsi, era non solo di continuare a costruire ponti di unità, ma ce ne sottolineava la radice:  il "rapporto di amore profondo e personale con Dio da cui deriva ogni altro amore, in una sempre viva tensione alla santità", in fedeltà al carisma ricevuto. Una conferma autorevole alla sfida che abbiamo raccolto da questo continente assetato di divino.
È forse questa esperienza, un segno dei tempi che manifesta l'urgenza che in questo nostro tempo la Chiesa mostri quel profilo mariano che più attrae gli uomini di oggi, di ogni credo, delineato dall'allora cardinale Ratzinger, nel 1986:  una Chiesa che "non è un apparato, non semplicemente un'istituzione". Una Chiesa che "è Donna. È madre. È vivente". Quella Chiesa che "nelle origini, nacque quando il fiat emerse nell'anima di Maria". Maria "ci indica la via", aveva aggiunto. Una Chiesa, come aveva detto ancora all'inizio del suo pontificato, dove "le due dimensioni, mariana e petrina, si incontrano in quello che costituisce il compimento di entrambe, cioè nel valore supremo della carità, il carisma "più grande", la "via migliore di tutte", come scrive l'apostolo Paolo". La strada su cui Papa Benedetto XVI ha voluto avviare e condurre il suo pontificato, invitando tutti, sin dalla sua prima enciclica, a edificare la Chiesa nella carità, quale "comunità d'amore".



(©L'Osservatore Romano 9 maggio 2010)
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