La nuova illuminazione del presbiterio di Santa Maria del Fiore

Quella "grillanda" di luce
sotto la cupola del Brunelleschi


di Timothy Verdon

È stato recentemente inaugurato nel duomo di Firenze il nuovo sistema di illuminazione del presbiterio. Nuovo qui non significa tecnologico ma - al contrario - implica il recupero del carattere antico dell'immensa area celebrativa sotto la cupola del Brunelleschi:  l'innovazione promossa dall'arcivescovo Betori e realizzata dalla fabbriceria infatti consiste nella sostituzione delle esili candele a fiamma elettrica, che da più di settant'anni davano luce alle liturgie pontificali in Santa Maria del Fiore, con candele vere.
La luce viva nel presbiterio del duomo fiorentino ha tutta una sua storia. Fu lo stesso Filippo Brunelleschi, nel 1435, a disegnare l'originale recinzione lignea della vasta area liturgica in forma d'intelaiatura ottagonale aperta - un muricciolo "alto braccia due e due terzi o circha" - da cui nascevano pilastri sorreggenti l'architrave su cui furono sistemate torciere ad illuminazione della liturgia. Le celebri cantorie di Luca della Robbia e Donatello, oggi al Museo dell'Opera ma originalmente sopra le porte delle due sagrestie, erano visibili grazie a queste torce; quella donatelliana, impreziosita di tessere musive in oro, doveva risaltare con particolare forza nel lampeggiare delle torce. Brunelleschi sembra aver mutuato l'idea di questa recinzione luminosa dall'antica basilica vaticana, dove lo stesso sistema era operativo sull'architrave della "perghula" costantiniana posta davanti all'altare papale:  basta confrontare la medaglia di Bertoldo di Giovanni a commemorazione di Lorenzo il Magnifico sopravvissuto all'attentato della congiura dei Pazzi - avvenuto nel 1478 appena fuori la recinzione brunelleschiana ivi raffigurata - con l'affresco nella Sala di Costantino del Palazzo Apostolico Vaticano raffigurante la Donazione di Costantino, opera raffaellesca in cui l'antica "perghula" con le torce collocate sull'architrave è ben visibile.
Quando poi, alla metà del Cinquecento e per volere dell'allora duca di Firenze Cosimo i de' Medici, il coro brunelleschiano in legno fu rifatto  in marmo da Baccio Bandinelli, il  sistema  venne  potenziato al massimo, con la sistemazione lungo l'intero  architrave di candele che, per il loro numero elevato, formavano ciò che Vasari chiama una "grillanda di luce" intorno all'altar maggiore e agli stalli dei canonici. Una ghirlanda, cioè, di punti di fuoco che situavano la liturgia fiorentina nell'ambito visionario descritto nell'Apocalisse,  dove  Giovanni  vede  l'alto sacerdote Gesù Cristo muoversi tra sette candelabri d'oro (Apocalisse, 1, 12-13).
Vediamo questa sistemazione nell'affresco di Pietro da Cortona in Casa Buonarroti a Firenze, dove la messa celebrata da Leone x in Santa Maria del Fiore nel 1515 viene (anacronisticamente) ambientata nel coro bandinelliano realizzato solo a partire dagli anni 1540.
Anche il radicale intervento dell'architetto Gaetano Baccani nel 1842-43, in cui fu smantellata la sovrastruttura del coro - le colonne e l'architrave cioè - conservò l'idea di questa "grillanda di luce", introducendo i candelabri neoclassici che vediamo oggi sul muricciolo bandinelliano:  candelabri che allora producevano una luce viva.
Tale attenzione secolare al sistema d'illuminazione non stupisce:  nelle chiese cristiane la luce ha sempre avuto una forte valenza simbolica, perché Cristo è "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Giovanni, 1, 9) di cui la luce fisica è segno. Oltre al quarto Vangelo, ricordiamo anche l'allusione a Cristo come "astro sorgente" e "sole di giustizia" in un'antifona usata dal medioevo fino ad oggi nel vespro di uno dei giorni prima di Natale, per introdurre il cantico di Maria, il Magnificat.
In cattedrali gotiche come Santa Maria del Fiore la luce che riempie l'interno entrando per grandi vetrate allude sempre a Cristo nato dal grembo di Maria, e le candele suggeriscono la sua presenza viva.
Oggi, in città costellate di cartelloni pubblicitari illuminati al neon, simili effetti non colpiscono più né fedeli né turisti, che in ogni caso tendono a vedere gli spazi sacri più come capolavori d'architettura che come chiese. Vi è, cioè, una tale distanza culturale tra il tempo che ha costruito ed abbellito le cattedrali e il nostro da rendere problematica ogni moderna valutazione del loro impatto emotivo; occorre sempre un sforzo d'immaginazione per ricondurre al contesto percettivo originario anche gli aspetti apparentemente evidenti di queste antiche costruzioni.
Ma milleseicento anni fa una pellegrina presente nel Santo Sepolcro gerosolimitano per le celebrazioni della Settimana Santa - la spagnola Egeria - notava che "alla decima ora ha luogo quello che noi chiamiamo "lucernale", si accendono tutte le candele e i ceri, e si fa una luce infinita".
Particolarmente interessante infatti è la documentazione riguardante l'illuminotecnica delle grandi chiese dei secoli iv-v:  il Liber pontificalis, ad esempio, descrivendo i donativi di Costantino alla cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, elenca un totale di 169 apparecchi tra lampadari e candelabri con un numero stupefacente di "delfini" (bocche da cui uscivano punti luce):  8730! Dobbiamo immaginare le lampade di grandi dimensioni e in oro massiccio od argento:  il Liber pontificalis specifica l'uso esclusivo di questi metalli nonché il peso degli apparecchi, che andava da 15 a 50 libbre.
Si calcola che il lampadario più grande - quello che pesava 50 libbre e faceva luce per 120 "delfini" - avesse un diametro di quattro metri!
La lampada era anche un elemento iconografico e qualche volta anche un simbolo, come nel caso della lampada del v secolo in bronzo, oggi all'Hermitage di San Pietroburgo ma rinvenuta in Tunisia, fusa in forma di basilica cristiana, o i lampadari cruciformi e "alberi di luce" descritti da Paolo Silenziario nel vi secolo, il quale spiega che in Santa Sofia a Costantinopoli "centinaia di lampade mutavano notte in giorno e con  lo  splendore  della luce simboleggiavano il mistico faro che è salvezza al navigante fra i pericoli del mare".
Lo spettacolare candelabro romanico del duomo di Milano, in forma d'albero, fa parte di questa tradizione, come già l'enorme lampadario a 72 luci commissionato dal vescovo Hezilo per la sua cattedrale di Hildesheim tra il 1054-79, con forma di corona luminosa. Interessante è anche il lampadario del duomo di Pisa (di fama galileana), realizzato nel 1578 come spettacolare addobbo per alcune ricorrenze annuali.



(©L'Osservatore Romano 19 maggio 2010)
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