Tra Chiesa cattolica e valori del Risorgimento

Una duplice fedeltà


Il 23 luglio 1946 Carlo Azeglio Ciampi - che alla Normale di Pisa aveva già conseguito nel 1941 la laurea in filologia classica - si laureava in giurisprudenza nella stessa università discutendo una tesi in diritto ecclesiastico sulla libertà delle minoranze religiose. Ora quel suo lavoro è stato pubblicato con saggi di Francesco Margiotta Broglio, Gianni Long e Francesco Paolo Casavola e presentato, lunedì 24 maggio, a Palazzo Montecitorio (La libertà delle minoranze religiose, Bologna, il Mulino, 2009, pagine 175, euro 15). L'incontro, organizzato dalla Fondazione della Camera dei deputati e introdotto dal suo presidente, Fausto Bertinotti, è stato caratterizzato da una relazione di Francesco Paolo Casavola e dagli interventi di Riccardo Di Segni, di Gianni Long, del nostro direttore e di Mario Scialoja, con conclusioni di Francesco Margiotta Broglio. Dal volume pubblichiamo le pagine che il Presidente emerito della Repubblica Italiana ha voluto premettere alla sua tesi intitolandole "Un tema che dà senso alla vita".

di Carlo Azeglio Ciampi

Il testo di questo lavoro giovanile è riemerso, imprevedibilmente, dal fondo del cassetto dove da gran tempo "riposava". La casualità della circostanza che mi aveva riportato alla memoria quel lontano impegno di studente fu poi lo spunto occasionale per una di quelle conversazioni amabili, mai troppo impegnative, che spesso sono la piacevole conclusione di un'ottima cena. Questo il prologo; l'epilogo è in questo volume.
Esso vede la luce per la garbata, affettuosa "pressione" di Francesco Margiotta Broglio, nonché per la forza persuasiva e l'alto consiglio di Francesco Paolo Casavola.
Il tema trattato nella tesi di laurea in giurisprudenza fu da me autonomamente scelto e sottoposto al relatore, il professor Costantino Jannaccone, che lo approvò senza richiedere alcuna modifica. Eravamo nel 1945.
A distanza di tanti anni la decisione di misurarmi con un tema complesso come quello della libertà religiosa, con l'attrezzatura culturale di cui può disporre uno studente, ancorché già laureato in lettere classiche all'Università di Pisa e diplomato alla Normale, mi appare scelta temeraria; tuttavia non riuscii a sottrarmene, tanti erano i fattori che concorsero a rendermela pressoché obbligata.
Furono determinanti quelli di luogo e di tempo; non meno lo furono quelli di natura più personale che, incidendo direttamente sulla mia formazione, avevano fatto maturare in me ideali e valori ai quali conformare la mia visione della vita.
L'essere nato a Livorno, fondata come città-asilo, l'avervi vissuto gli anni cruciali per lo sviluppo della personalità, vuol dire aver "respirato" l'aria di un luogo da sempre crogiuolo di mille diversità:  di storie, di culture, di costumi, di tradizioni. Di esse, non poche avevano radici nella diversità di credo religioso. In una città di mare, poi, il porto è il simbolo stesso dell'apertura e dell'accoglienza; ne racchiude l'essenza più profonda, ne rappresenta l'anima.
Se i luoghi mi disponevano naturaliter a riconoscere alla libertà religiosa il valore di un diritto fondamentale e inalienabile della persona, i tempi rendevano quel tema palpitante di passione civile. Esso investiva, di petto, scelte che avrebbero inciso nella anatomia e nella fisiologia della nostra ancora gracile democrazia; scelte che avrebbero impresso il "sigillo" allo Stato repubblicano al quale da poco la volontà del popolo aveva dato vita.
L'Assemblea costituente che stava per cominciare i suoi lavori avrebbe visto svolgersi sul tema della libertà religiosa un dibattito dai toni molto aspri, che condusse a uno scontro durissimo:  sull'articolo 7 rischiò di consumarsi tra le forze politiche una lacerazione che avrebbe potuto rivelarsi esiziale per le sorti della giovane Repubblica.
Personalmente mi riconoscevo in pieno nelle posizioni di Piero Calamandrei. Non sentivo contraddizione alcuna tra il sentimento religioso al quale ero stato educato in famiglia e a scuola, nell'istituto retto dai gesuiti dove avevo frequentato l'intero ciclo del ginnasio-liceo, e la formazione laica vissuta negli anni della Normale.
Ambedue le etiche si incentrano sul rispetto della persona umana.
Del resto nel mio stesso ambiente famigliare si combinava senza disagio alcuno una duplice fedeltà:  quella alla Chiesa cattolica e quella ai valori del Risorgimento.
L'anno accademico 1945-46, in cui attesi al lavoro sulla libertà religiosa, coincise con il termine della giovinezza; una giovinezza segnata, come quella dei miei coetanei, dal fascismo e, soprattutto, dalla guerra e dagli eventi seguiti all'8 settembre del 1943.
L'armistizio mi colse proprio a Livorno, dove, proveniente dall'Albania, ero appena giunto per una breve licenza. Quello che seguì fu per me, e per molti altri italiani, un periodo di inaudita durezza, e non solo per le enormi difficoltà di ordine materiale. La durezza di quella realtà di smarrimento, di totale mancanza di riferimenti istituzionali fu tale che nell'animo di un giovane poteva accelerare il processo di maturazione della coscienza, rinsaldandone la fibra morale; oppure, al contrario, gettare quell'animo in uno stato di confusa disperazione e, privo di riferimenti morali, renderlo cinico e spregiudicato.
La sorte, benevola, mi concesse di ritrovare, nella clandestinità trascorsa alla macchia, il mio Maestro Guido Calogero. Mentre i boschi d'Abruzzo e la generosità della sua gente ci offrivano provvidenziale riparo dal "nemico", ripresi con Calogero, con l'assiduità e l'intensità imposte dalla vita clandestina, a frequentare quella "scuola dell'Uomo" alla quale ero stato introdotto negli anni della Normale.
Con ben più urgenti interrogativi mi ponevo ora di fronte  al  mio  antico  professore!
Calogero, di formazione e convinzioni schiettamente laiche, politicamente di orientamento liberal-socialista, possedeva, a mio avviso, una visione altamente "religiosa" della vita. In lui il principio cristiano dell'amore verso il prossimo si inverava nel rispetto pieno, incondizionato dell'alterità, presupposto di ogni libertà, civile, politica, religiosa.
Ritornare alle mie giovanili riflessioni sul tema della libertà religiosa, quando il tempo trascorso da allora è quello di una intera vita, mi porta a "rivisitarle" sullo sfondo delle scelte in seguito compiute; a verificare la loro coerenza con gli ideali, le convinzioni, i sentimenti che mossero un venticinquenne, nell'Italia del 1945, a misurarsi con siffatto tema, ad avvertirne la pregnanza di significato nella vita dell'individuo, come tale e in quanto membro della collettività.
Gli ideali e i valori ai quali mi sono formato dei quali sono debitore all'insegnamento e all'esempio di tanti Maestri, religiosi e laici, sono stati la bussola che ha orientato la mia vita. Essi hanno concorso a dare voce a quel "Maestro interiore" al cui ascolto sant'Agostino rinvia ogni uomo per discernere il cammino dell'esistenza; per orientare la propria condotta nella vita pubblica come in quella privata. Ché non c'è cesura tra le due. L'una e l'altra "rientrano nella sfera della coscienza intesa come atto che unisce la conoscenza razionale con l'azione libera".
Ricavo quest'ultimo passaggio dalla lettura di un recente, denso articolo dedicato a Luigi Sturzo. Mi piace qui ricordare la "ricetta" che Egli formulava per la Politica, ma che è ugualmente valida nelle scelte, grandi e piccole, che quotidianamente operiamo:  "rettitudine delle intenzioni, finalità buone e mezzi onesti".
Una prescrizione impastata della stessa sostanza morale dell'esortazione "siate religiosi e onesti", che sul finire degli anni Venti la mia nonna paterna rivolgeva a figli e nipoti, in una sorta di testamento spirituale scritto quando sentiva che ormai il suo tempo "si era fatto breve".



(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2010)
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