Il volto sociale dell'invidia

Il lato oscuro
del desiderio di giustizia


di Oddone Camerana

In genere l'invidia veniva studiata e indicata come uno dei cosiddetti peccati o vizi capitali. In quanto tale rientrava nell'ambito di ciò che riguardava la sfera della coscienza personale. Vizio vergognoso, silenzioso, invisibile e segreto, veniva segnalato per la sua dipendenza dal prossimo da invidiare, ancorché, a differenza degli altri peccati capitali, si parlasse della "solitudine dell'invidioso". Più gretta che malinconica, l'invidia trovava le sue magre soddisfazioni facendo uso del malocchio e della maldicenza, e forse continua a farlo.
Meno studiata è stata l'invidia nella sua prospettiva sociale della vita organizzata e collettiva, l'invidia passiva di cui si può essere vittime, che invece è il punto di osservazione di Helmut Schoeck (1922-1993), sociologo e docente austriaco. Uscito nel 1966 e pubblicato in Italia nel 1974, L'invidia e la società è stato ristampato nel dicembre del 2009 (Macerata, Liberilibri, 402 pagine, euro 17). Un testo ricco ed esteso che organizza le riflessioni compiute dall'autore sull'invidia protagonista centrale di un patrimonio immenso di culture - si parla di tremila, comprese quelle estinte - e lungo un arco di tempo che va dai primitivi ai nostri giorni.
Una posizione centrale è quella occupata dal mondo greco dove l'invidia è espressione degli dei, una divinità senza volto che presiede a un sistema inesorabile di controllo sociale affidato a tre entità legate tra di loro:  mòira, a tutela della porzione di destino assegnata a ciascuno; ùbris che indica il limite oltre il quale interviene nèmesis o phthònos, la punizione alla quale nessuno sfugge. Raffinata e crudele elaborazione del mito alla quale, nella Grecia successiva, classica e avviata alla democrazia, subentra l'ostracismo, misura accusatoria, quest'ultima, che scatta nei riguardi dei rappresentanti della cosa pubblica, allontanati quando il potere da essi raggiunto era ritenuto eccessivo (leggi, da suscitare invidia). Dal che si vede come nel mondo antico l'aspetto dell'invidia pubblica esercitasse un richiamo molto più forte dell'invidia privata.
Ma la piena libertà dalla concezione magica e arcaica del mondo, come quella sopra descritta - perdurante, per altro, nei secoli successivi nonostante il pensiero cristiano - sarà un dono di Kant, autore di una definizione laica dell'invidia.
Dono che, raccolto e parafrasato dalla Rivoluzione francese, non esiterà tuttavia a cercare di fare in modo che l'appagamento dell'invidia diventasse poi il principio della legislazione universale.
A quel punto, il riconoscimento dato all'invidia di essere protagonista della vita sociale e di non appartenere che al genere umano, imponeva alcune domande:  che fare di essa? Cercare di estirparla? E come?
Domande giuste. Senonché, sfuggite di mano da quelli che le avevano poste in buona fede e carpite da coloro che avevano colto la portata del valore patrimoniale dell'invidia se sfruttata a fini di potere, esse contribuirono ad aprire il grande capitolo della demagogia egualitaria. Capitolo che Schoeck definisce "la resa agli invidiosi". È questo un momento cruciale della storia dell'invidia. In merito al quale Schoeck esprime tutta la sua severità. A suo parere, infatti, a partire dal tardo Settecento, per tacitare il risentimento crescente a causa delle ingiustizie sociali, alcune filosofie occidentali decisero di affidare a degli imbonitori la determinazione delle norme in grado di regolare la convivenza:  i cosiddetti imbonitori dell'eguaglianza, responsabili di un progetto nel quale vennero coinvolte anche persone di animo nobile, fiduciose nel messaggio della bontà dell'uomo, ma altrettanto incapaci di sopportare lo scontento altrui e perciò a caccia di alibi consolatori.
La mancanza di una prospettiva grazie alla quale, per essere dominata, l'invidia andava arginata invece che sfruttata e manipolata col miraggio dell'eguaglianza, com'era successo col marxismo e il socialismo integralista, è la carenza sulla quale la riflessione di Schoeck torna più volte.
Cadute da tempo le vecchie tutele tramandate dalle culture tribali, come il tabù dell'incesto, l'ostracismo greco, e poi le tecniche di non dare nell'occhio per non suscitare il malocchio, di rinunciare a eccellere, smessi i conformismi vari, fino all'understatement e alla scelta di agire da gentiluomini, la necessità di convivere con l'invidia richiedeva che si decidesse di accettarne l'ineluttabilità. Ineluttabilità che non poteva essere fronteggiata col simulacro dell'eguaglianza.
Tanto più che, come insegnava l'esperienza tratta dalla realtà delle famiglie numerose, delle comunità, dei collegi, dei conventi, delle carceri, delle aziende, era proprio tra gli uguali e dove le differenze sono minime che si registrava il grado maggiore di crescita dell'invidia e della discordia.
In altre parole, se essere uomini significa essere invidiosi, essere uomini sociali vuol dire saper dominare l'invidia considerandola una risorsa, così come il farmacista e il chimico considerano una risorsa il tossico e il veleno quando li usano per la cura di una malattia. È una questione di dosaggio. In questo senso l'invidioso ha di buono di essere una persona portata a vigilare, a controllare, a osservare, e, se guidato dalle leggi e dall'organizzazione, a segnalare e a denunciare il male.
L'uomo dell'antitrust che avverte la presenza di casi in cui la concentrazione di potere commerciale, industriale, bancario o finanziario può mettere in pericolo il commercio, l'industria e la finanza stessa non è tanto lontano da chi nell'antica Atene invocava l'ostracismo.
Il fatto è che la possibilità di mettere un fenomeno come quello dell'invidia nella giusta prospettiva deriva dall'avere o meno una visione dei rapporti umani. I grandi romanzieri, ha detto René Girard, sono quelli che ne hanno una molto chiara. Da Cervantes, Stendhal, Dostoevskij, Proust e poi dall'antropologia evangelica, Girard ha tratto la conclusione che detti rapporti si muovono essenzialmente lungo la direttrice dei desideri imitati, desideri che quando entrano in conflitto generano la discordia. Ed è su questo punto nodale delle relazioni umane che il pensiero di Girard e quello di Scoeck s'incontrano. Non è un caso che almeno nella lingua francese il termine envie serve a indicare sia il desiderio che l'invidia.
Stando così le cose, il problema del governo dell'invidia diventa un problema molto pratico. Come arginarla dal momento che è costitutiva? La risposta è:  trattando e scendendo a patti con essa. Dice un adagio nordamericano usato nel mondo del business dove i rapporti con gli avversari sono la norma:  If you can't beat them, join them ("se non puoi vincerli, vai loro incontro"). Alla stessa conclusione arrivano sia Schoeck che Girard. Considerata l'ineluttabilità della rivalità imitativa e dell'invidia, essi dicono, è inutile contrastarle. Meglio è o aggirarle con le leggi e la ragione, come suggerisce Schoeck, o scegliere un altro modello da copiare, come dicono Girard e la tradizione dell'imitazione di Cristo, indicando l'uomo che l'invidia non la conosceva.
Ciò detto, "il sospetto che la nobile aspirazione umana all'eguaglianza abbia le sue radici nell'ignobile sentimento dell'invidia" non dovrebbe più sorgere o scandalizzare il lettore. La soluzione del problema dell'invidia non è, infatti, nell'eguaglianza, bensì nel dominio dell'invidia stessa trasformata in apposite istituzioni.



(©L'Osservatore Romano 3 giugno 2010)
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