Il 10 giugno 1940 l'Italia entrava in guerra

E il duce (abbagliato) salì sul treno in corsa


Ma "L'Osservatore Romano" mandava su tutte le furie Mussolini e i gerarchi

di Roberto Pertici

Il 10 giugno del 1940, l'Italia interrompeva la non belligeranza dichiarata il primo settembre dell'anno precedente ed entrava nel nuovo conflitto europeo. Si tratta della scelta più impegnativa e tragica che una sua classe dirigente abbia compiuto nel xx secolo, ma sul percorso che portò Mussolini e i suoi più diretti collaboratori a quel passo ancora ci si interroga. Non pochi presentano l'alleanza italo-tedesca come uno sbocco inevitabile dell'affinità ideologica dei due regimi, ma in realtà si trattò di una vicenda molto più complicata, legata a problemi geo-politici oltre che immediatamente ideologici, e che solo molto tardi giunse a un punto di non ritorno. In essa emergono nitidamente la mancanza di realismo, la sopravvalutazione del proprio peso nella politica internazionale, la colpevole sottovalutazione dell'impreparazione militare del Paese, che contrassegnarono allora la politica del duce:  limiti ancor più inescusabili in chi faceva sfoggio continuo di "realismo" e di "spirito guerriero".
L'inizio della fine fu la firma del Patto d'acciaio a Berlino (22 maggio 1939), un'alleanza militare assai impegnativa, più volte richiesta in precedenza dalla Germania. Le trattative erano state piuttosto rapide e non pienamente ponderate da parte del Governo italiano, che cercò subito di attenuare la portata del patto appena concluso:  nel documento che Mussolini fece recapitare a Hitler ai primi di giugno (il famoso "memoriale Cavallero") si escludeva infatti un impegno militare imminente da parte italiana e lo si rinviava almeno al 1942.
Il duce era convinto di avere ancora ampi spazi di manovra e di non essersi del tutto legate le mani:  accondiscendendo alla richiesta germanica, il suo scopo era probabilmente quello di "costringere" Francia e Inghilterra a una ridiscussione totale dei rapporti di forza in Europa e in Africa.
Né lui né il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano si accorsero di essere, invece, saliti su un treno in corsa, e in corsa verso la guerra. Non furono cioè in grado di valutare in tutta la sua portata la politica tedesca e le sue evidenti direttrici, credendo - al solito - di poterla condizionare e frenare, magari candidandosi ancora una volta (come nella conferenza di Monaco) al ruolo di mediatori.
Le loro illusioni si infransero il 23 agosto alla notizia del patto russo-tedesco, che suscitò rabbia e risentimento nel Governo italiano, convertendo Ciano a una tenace ostilità anti-tedesca che non lo avrebbe più abbandonato:  l'esercito russo minacciava ormai quei Balcani che l'Italia considerava da tempo una propria tradizionale zona di influenza.
È in questo contesto che nacque la decisione italiana della non belligeranza. Un funzionario del Foreign Office ne indicò acutamente il significato:  In fact they hope to win the war without taking part of it. Cercando continui contatti con gli occidentali e irritando così i tedeschi, Mussolini voleva dimostrare di essere autonomo e indipendente; ma non giunse mai a ipotizzare un rovesciamento delle alleanze, a cui invece non pochi lo esortavano. Tutt'al più puntò a una pace che prendesse atto del nuovo status quo dell'Europa orientale (quindi la finis Poloniae e le conquiste sovietiche) e che evitasse l'accendersi del conflitto sul fronte occidentale:  il presupposto di una tal politica era quindi il protrarsi della drôle de guerre al confine franco-tedesco. Non sempre lo si tiene presente, ma nei mesi della non belligeranza il Governo italiano si impegnò in interminabili trattative soprattutto con gli inglesi:  vertevano sulla guerra economica e il blocco marittimo con cui la flotta di Sua Maestà stava paralizzando anche il commercio italiano e si trascinarono fin quasi alla vigilia della dichiarazione di guerra. Il Governo inglese si dimostrò poco propenso a fare concessioni all'Italia, non per miopia politica (come talora si è sostenuto) ma per una serie di considerazioni estremamente realistiche:  il duce - così si pensava - non poteva cambiare schieramento né restare per sempre fuori dalla guerra.
La politica italiana naufragò quando riprese la guerra di movimento:  con l'attacco tedesco alla Danimarca e alla Norvegia (9 aprile 1940) e poi alla Francia (10 maggio 1940). Le rapide vittorie tedesche ridussero drasticamente la libertà di manovra di Mussolini:  ora non era più possibile vincere la guerra senza prendervi parte, ma era necessario intervenirvi quel tanto che bastasse per sedere al tavolo della pace imminente, conducendo però un'azione militare autonoma rispetto a quella dell'alleato germanico. Insomma, i miti della "guerra breve" e della "guerra parallela", che avrebbero rivelato presto tutta la loro tragicità, costituirono come la continuazione della politica della non belligeranza.
I margini di ambiguità della politica mussoliniana in quell'inverno del 1940 erano tuttavia tali che su di essa cercarono di far leva coloro che volevano evitare l'allargamento del conflitto e quindi l'ingresso in guerra dell'Italia. Particolarmente attiva fu ancora la diplomazia vaticana guidata dal nuovo Papa Pio xii e dal suo segretario di Stato, il cardinale Luigi Maglione, che, fra l'altro, avvertivano anche i rischi che la belligeranza italiana avrebbe comportato per la Santa Sede (grave isolamento, forti e continue pressioni da parte delle potenze dell'Asse e così via). In questa azione di pace trovarono un interlocutore prezioso nel presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, che il cardinale Pacelli aveva conosciuto nel suo viaggio americano dell'autunno 1936.
Fu alla fine del 1939 che il presidente americano riuscì a superare le opposizioni del Congresso e a ristabilire - sia pure in via ufficiosa - i rapporti diplomatici con la Santa Sede:  Roosevelt considerava il Vaticano come un tramite importante per poter esercitare pressioni sul Governo italiano con una qualche possibilità di successo. Lo affermava la sua lettera a Pio xii del 23 dicembre 1939, che tuttavia non si limitava a questo:  fra le righe auspicava una collaborazione in qualche modo strategica, per ristabilire la pace e per riorganizzare il mondo del dopoguerra.
Il secondo momento dell'azione di Pio xii fu la solenne visita al Quirinale del 28 dicembre 1939 in risposta a quella che i sovrani italiani avevano compiuto in Vaticano la settimana precedente:  un passo che Pio xi, il Papa della Conciliazione, non aveva mai compiuto. Fra gli scopi di Pio xii vi era quello di far pressioni sul sovrano per il mantenimento della non belligeranza:  nel suo discorso, egli auspicò che "la pace, che, salvaguardata dalla saggezza dei Reggitori (italiani), fa grande, forte e rispettata l'Italia in faccia al mondo, diventi ai popoli, che oggi, quasi fratelli fattisi nemici, si combattono attraverso le terre, i cieli e i mari, sprone ed incitamento a future intese, le quali per il loro contenuto e per il loro spirito siano sicura promessa di un nuovo ordine tranquillo e duraturo, ordine che invano si cercherebbe fuori delle vie regali della giustizia e della cristiana carità".
Come si è accennato, fu tra il marzo e l'aprile del 1940 che Mussolini si rese conto della necessità di dare un colpo di timone alla sua politica:  la mattina del 18 marzo, al Brennero, aveva incontrato Hitler, che aveva esercitato nuove pressioni sull'alleato, e il 31 elaborava il Promemoria segretissimo 328, destinato al sovrano, ad alcuni ministri e ai vertici militari, in cui avvertiva chiaramente che "se la guerra continua, credere che l'Italia possa rimanersene estranea sino alla fine, è assurdo e impensabile".
Nella seconda metà di aprile, sia in Italia che all'estero l'intervento italiano cominciò a essere dato per imminente. Allora Pio xii volle far sentire di nuovo la sua voce. Non fu il solo:  il 22 aprile si era già mosso il nuovo presidente del consiglio francese Paul Reynaud, che in una lettera aveva chiesto al duce un incontro, avvertendo che era ancora possibile una chiarificazione fra i due Paesi, e il 29 aprile, anche su sollecitazione della Santa Sede, a Mussolini avrebbe scritto anche Roosevelt. Nella sua lettera del 24, il Pontefice formulava "il voto ardente che siano risparmiate all'Europa (...) più vaste rovine e più numerosi lutti; e in particolar modo sia risparmiato al Nostro e al Tuo diletto Paese una così grande calamità". La risposta di Mussolini fu pungente e non priva di vis polemica:  come ha notato Philippe Chenaux, sembrava quasi impartire al Pontefice una lezione di teologia morale:  "La Storia della Chiesa e Voi me lo insegnate, Beatissimo Padre, non ha mai accettato la formula della pace per la pace, della pace "ad ogni costo", della "pace senza giustizia", di una "pace" cioè che in date circostanze potrebbe compromettere irreparabilmente per il presente e per il futuro le sorti del popolo italiano".
In realtà, era dall'inizio della guerra di Norvegia che i rapporti tra la Santa Sede e il Governo italiano avevano subito un brusco raffreddamento. Fu soprattutto il tono de "L'Osservatore Romano" a infastidire Mussolini e molti dei suoi ministri:  già il 10 aprile, l'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Dino Alfieri, aveva fatto un passo presso la Segreteria di Stato insinuando che il "pacifismo ad oltranza" del quotidiano, così contrastante con la politica del Governo tendente invece ad "animare gli spiriti e tenerli preparati per eventuali sviluppi", rispondesse a precise istruzioni dei vertici vaticani. Tassativo era stato perciò l'invito rivolto al giornale diretto da Giuseppe Dalla Torre a "moderarsi" e a essere "più imparziale". Il 25 aprile, l'ex segretario del Pnf Francesco Giunta, in un discorso alla Camera dei fasci e delle corporazioni, aveva parlato del Vaticano come dell'"appendicite cronica dell'Italia", e un altro gerarca di primo piano come Roberto Farinacci aveva commentato:  "Bene, bene. La Chiesa è stata la costante nemica d'Italia".
Ma fu soprattutto dopo l'attacco tedesco all'Olanda, al Belgio e al Lussemburgo che la tensione fra Italia e Vaticano giunse al massimo. Pio xii rivolse immediatamente un messaggio di solidarietà ai sovrani dei tre piccoli Stati, che suscitò ancora le rimostranze dell'ambasciatore Dino Alfieri durante la sua visita di congedo il 13 maggio 1940:  quei messaggi - egli dichiarò - erano stati causa "di vivo dispiacere per il Capo del governo, il quale vi ha ravvisato una mossa contro la sua politica" e avvertì che, dato "lo stato di grande tensione che regna negli ambienti fascisti", non era da escludere che potesse accadere "qualche cosa di grave". Pio xii rispose "di non avere alcun timore di finire, se sarà il caso, in un campo di concentramento o in mani ostili", ma "il Papa in certe circostanze non può tacere":  anzi si rimproverava di "essere stato troppo discreto e riservato di fronte a quanto era avvenuto e continua ad accadere in Polonia".
Il 12 maggio, il quotidiano vaticano pubblicava uno degli Acta diurna di Guido Gonella:  "Un conflitto crudele ha travolto nel suo turbine tre popoli che volevano la pace, che hanno lavorato per la pace. Nuove contrade sono insanguinate, nuova gioventù è chiamata al sacrificio, nuove popolazioni pacifiche e laboriose sono colpite dal furore di una guerra che si accanisce contro gli inermi e gli innocenti, contro chi ha il solo orgoglio di difendere il proprio focolare. La generosità del sacrificio è l'unica fiamma che illumina una notte così buia". Fu allora che cominciò l'attacco del Governo fascista a "L'Osservatore Romano". Lasciamo parlare lo storico inglese Owen Chadwick, che ha scritto un libro eccellente sui rapporti fra Vaticano e Gran Bretagna negli anni di guerra, basandosi sui diari dell'ambasciatore inglese Francis d'Arcy Godolphin Osborne:  "La sera del 12 maggio, i fascisti cercarono di impedire la pubblicazione. Quando questo tentativo fallì, la polizia bloccò tutte le vendite al di fuori delle frontiere del Vaticano. I venditori dei giornali furono pestati, i chioschi furono danneggiati, i sacerdoti che camminavano per strada vennero insultati, gli acquirenti furono assaliti, gli uomini che venivano visti a leggerlo pubblicamente furono aggrediti o insultati, le borse che lo contenevano non furono fatte entrare nelle stazioni ferroviarie (...) Il blocco del giornale vaticano si stava ampliando, trasformandosi in un blocco della posta vaticana. A Messina, duemila studenti dell'università e delle superiori sfilarono per le strade cantando inni rivoluzionari fascisti e bruciarono cinquanta copie de "L'Osservatore" trovate in un chiosco". Al solito non si trattava di azioni spontanee:  il 12 maggio Mussolini aveva detto a Ciano di essere disposto a "giungere alle estreme conseguenze" e in quei giorni ripeté più volte al genero che "il Papato era il cancro che rode la nostra vita nazionale; e che lui intendeva - se necessario - liquidare questo problema una volta per tutte".
Il 15 maggio ebbe luogo un episodio non del tutto chiaro, ma che Francis d'Arcy Godolphin Osborne e l'ambasciatore francese Wladimir d'Ormesson hanno sempre dato per sicuro, narrandolo ai loro governi e poi confermandolo in successive testimonianze. Il Papa era uscito dal Vaticano in automobile per celebrare la messa in una chiesa di Roma. A un incrocio, l'auto avrebbe rallentato e sarebbe stata oggetto di varie contumelie da parte di gruppi di giovani fascisti:  "Il Papa fa schifo!", "Abbasso il Papa!". Insomma "L'Osservatore Romano" era praticamente ridotto al silenzio, il Pontefice non poteva uscire per le strade della città di cui era vescovo:  lo avrebbe fatto di nuovo solo il 19 luglio 1943, dopo il primo bombardamento alleato sulla capitale. Ma allora il contesto sarebbe stato tutto diverso.
Fu in questo clima che il Vaticano assisté all'ingresso in guerra dell'Italia. "L'Osservatore Romano" tornò a circolare a condizione che pubblicasse solo i bollettini di guerra dei Paesi belligeranti, senza commenti:  il 15 maggio Gonella pubblicava così l'ultimo dei suoi Acta diurna. Gli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia presso la Santa Sede furono accolti all'interno delle mura vaticane e quello inglese divenne un interlocutore prezioso per tutti gli anni successivi. La guerra italiana e il clima in cui fu dichiarata segnava una sconfitta per la diplomazia pontificia, sconfitta per molti aspetti inevitabile. Ma quale altra azione sarebbe stata possibile ora, in mezzo a una guerra generalizzata? Fu questo il grande interrogativo di fronte a cui si trovarono nei mesi successivi il Papa e i suoi più diretti collaboratori.



(©L'Osservatore Romano 10 giugno 2010)
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