Giovanni Antonazzi il curiale che amava Leone XIII e don Giuseppe De Luca

La libertà di giudizio
che solo un romanista può avere


È stata presentata in Campidoglio la settantunesima "Strenna dei Romanisti". Ne pubblichiamo un estratto dedicato a monsignor Giovanni Antonazzi (1913-2007), di Morlupo, che fu segretario per l'economia della Congregazione di Propaganda Fide (1951-1975), nonché discepolo di don Giuseppe De Luca, cultore della storia della pietà, editore del testo autentico e delle redazioni preparatorie della Rerum novarum di Leone XIII, indagatore delle polemiche sulla donazione di Costantino, colto studioso e fervido scrittore, anche per il nostro giornale.

di Paolo Vian

La produzione storico-letteraria di Giovanni Antonazzi è chiaramente scandita in due momenti. Nel primo, dagli anni Quaranta all'inizio degli anni Settanta, il tempo per le ricerche e per la scrittura va faticosamente conquistato fra le assillanti cure del negotium curiale. In esso spicca, quasi come il Soratte sulla pianura dell'alto Lazio, il grande lavoro del 1957 sull'enciclica Rerum novarum, voluto da monsignor Domenico Tardini e pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura. Antonazzi avrebbe potuto fermarsi lì e sarebbe stato dignitosamente ricordato, non solo come autore di solide ricerche su Lorenzo Valla e sulle polemiche sulla Donazione di Costantino fra Quattrocento e Seicento, ma come l'erudito e paziente editore del testo autentico e delle redazioni preparatorie dai documenti originali della grande enciclica di Papa Pecci, oltre che come accorto amministratore e degnissimo prete, inguaribilmente patito della montagna e della musica.
Ma all'inizio degli anni Settanta, con lieve anticipazione, rispetto al mutamento di rotta e al ritiro del 1975 (dei quali è solo un altro aspetto), Antonazzi incomincia a scrivere, quasi a rotta di collo, come bruciato da un'ansia incalzante di recuperare il tempo perduto per compiere la missione che l'incontro con Giuseppe De Luca gli aveva personalmente affidato. Si sente operaio dell'undicesima ora, ma si consola pensando che al buon ladrone, anche lui all'undicesima ora, venne subito promesso il paradiso. E così si incomincia con una rubrica ne "L'Osservatore della Domenica" di Enrico Zuppi (molti di questi suoi interventi saranno raccolti, tra il 1997 e il 2004, nei tre volumi Fogli sparsi raccolti per il sabato sera, con chiara allusione, sin dal titolo, al Bailamme delucano), ma si prosegue, con incredibile alacrità, con impegnative opere su una mistica di Morlupo contemporanea di Filippo Neri e Federigo Borromeo, Caterina Paluzzi (1974, 1980), su Lorenzo Valla e le polemiche intorno alla Donazione di Costantino (1985), sulla Madonna (Maria dignitas terrae. Saggio storico-letterario sulla pietà mariana, 1996; Unicamente amata. Maria nella tradizione e nella leggenda, 2003), sulla Roma ecclesiastica [Roma città aperta. La cittadella sul Gianicolo. Appunti di diario (1940-1945), 1983; Dietro il sipario. Sprazzi di vita ecclesiastica romana, 1997; L'angolino perduto. Schegge per dopo la siesta e motivi romani, 2005], sul Palazzo di Propaganda (1979, 2005), su esponenti del cattolicesimo politico come Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi (1999), sulle tradizioni popolari e sulla storia della pietà nell'alto Lazio (2003), su figure per lui importanti, se non decisive, come Brizi (Domenico Brizi prete e vescovo. Profilo biografico e spirituale, 1984) e De Luca [Don Giuseppe De Luca uomo cristiano e prete (1898-1962), 1992].
Antonazzi sa usare sapientemente registri diversi che variano dalle ricerche storiche alla memorialistica, alla produzione più elzeviristica, nella quale spiritualità, cultura, erudizione, si intrecciano, senza altezzosi snobismi e ricercatezze stilistiche, per alimentare interventi solo apparentemente leggeri, spesso di commento a fatti e situazioni dell'attualità. Anche qui nella scia di De Luca che nell'attività pubblicistica si era generosamente speso sino quasi a disperdersi e sprecarsi.
In questa esplosione scrittoria (sedici volumi in poco più di trent'anni, accanto a centinaia di articoli) Roma occupa naturalmente uno spazio privilegiato. Vi è naturalmente la città dei palazzi e dei monumenti, dal palazzo di Propaganda, dove gli eterni rivali Bernini e Borromini sono riconciliati nella comune fede cristiana e nel convergente servizio all'edificio della Congregazione missionaria, al "pulcino della Minerva" - rivendicato alla paternità del domenicano Domenico Paglia e sottratto all'indebita attribuzione a Bernini - da Piazza Navona alla fontana del Pantheon, con una spiccata predilezione per la città barocca che fa palesemente aggio su quella paleocristiana e medievale. Se in essa c'è un luogo che Antonazzi ha amato in modo particolare, questo è, anche in ragione della sua residenza urbana, piazza di Spagna, "qualcosa di unico al mondo", dai confini non ben definiti, disarticolata e policentrica, da una parte dominata dal monumento all'Immacolata, dall'altra dalla "scalinata maggica" di Francesco De Sanctis, non apoteosi dell'effimera gloria del re di Francia, ma intenzionale glorificazione, nella volontà del suo architetto, della Trinità divina. A questa piazza, attraversata innumerevoli volte nel silenzio deserto, terso e pulito del primo mattino per ascendere alla chiesa che la sovrasta, Antonazzi, prendendo avvio dai versi di Trilussa, arriva a dedicare una poesia appassionata (che io sappia l'unica resa pubblica, all'interno di una produzione forse più vasta):  "bellezza antica / e nova, / sempre vestita a festa, / come 'na donna quanno s'innamora", "sta piazza tra incantata e trasognata:  / io piano piano / cammino / su li serci e le strisce, come avessi paura de sveialla", "sta piazza fatta solo pe' li fiori:  / uno spazzino, / fischianno / j'ha rifatto toletta / dopo che l'antri l'hanno spettinata".
Ma Roma non è solo nelle sue notorie grandezze:  è anche la città minore di porte e portoncini, di meridiane e orologi, di ponti e scale, epigrafi e fontane, tutti più o meno dimenticati nel frastuono di un teatro nel quale i riflettori sono sempre puntati su altre scene. La Roma di Antonazzi è una città vissuta camminando, incontrata, scoperta e amata passeggiando nel silenzio e nella solitudine della calura estiva, magari dicendo il rosario o con una guida in mano. E poi vi è la città delle tradizioni popolari, dalle feste di Testaccio al Carnevale, "quando a Roma era ... una cosa seria"; la Roma dei santi (da Alessio a Francesca Romana, da Filippo Neri a Benedetto Giuseppe Labre), dei pellegrini (con particolare predilezione per quel John Henry Newman, che fu ospite del Collegio di Propaganda dal novembre 1846 al giugno 1847 e che nel collegio fu ordinato e celebrò la sua prima messa il 3 giugno 1847), dei giubilei, ma anche degli attori, come Ettore Petrolini, che dalle "pajacciate" passa con serietà alla devozione alle Madonnelle e alla carità per gli orfani.
E poi quasi naturalmente lo scenario della città si restringe (o si allarga?) a quel singolare microcosmo che è la Curia romana, che Antonazzi ha conosciuto dall'interno, per oltre tre decenni, incontrando grandi e luminose figure di prelati, come il prefetto di Propaganda Fide Pietro Fumasoni Biondi, il "suo" cardinale, con la cui morte (12 luglio 1960) finì l'epoca dell'humanitas in rebus humanis, o il rettore del Collegio Urbano Felice Cenci (1898-1980), un altro amico di De Luca, nativo di Sant'Oreste sul Soratte. Alla luce dei fatti e dell'esperienza Antonazzi si batte contro "l'abusato cliché di una Curia covo soltanto di ambiziosi e di vanesii", mentre vi rivendica la presenza di "non pochi uomini tanto altamente dotati quanto ignorati e umili", dei quali spesso solo a distanza di decenni è concesso misurare meriti e statura. Come quell'Alessandro Volpini, di Montefiascone, segretario di Leone XIII, cesellatore dello splendido latino della Rerum novarum, prete eccellente e fedele servitore della Chiesa, che Antonazzi nel 1968 paragonerà, con malcelato orgoglio di conterraneo, "al Bembo e agli altri del Rinascimento".
Ma la Curia, come Roma, è una complexio oppositorum. Nulla di agiografico o di banalmente apologetico nelle pagine di Antonazzi, che sa bene che "dietro il sipario" non mancano fatti, figure e situazioni meno edificanti. Nella sua considerazione della Curia e del mondo vaticano non vi è sussiegoso e felpato timore reverenziale, ma una franchezza sincera ed esplicita, talvolta sorprendente e quasi brutale, che pure è solo il rovescio della medaglia di una fedeltà a tutta prova. Si può criticare un certo carrierismo o la degenerazione di una burocrazia che rischia di perdere il senso dei suoi fini, si può prendere le distanze dalla mutazione formale dei titoli de "L'Osservatore Romano" o dall'illusione delle adunate oceaniche che inseguono più i numeri e le statistiche che le coscienze e i cuori; si può discutere liberamente di nomine e dimissioni, dell'internazionalizzazione della Curia o dell'ecumenismo; e si può perfino constatare che la Rerum novarum è raramente conosciuta dagli ecclesiastici che la citano e che il documento leonino è più applicato all'esterno che all'interno della Civitas Vaticana, dalla quale pure uscì. Ma lo si fa sempre percependo e amando di questa augusta e veneranda Madre che è la Chiesa di Roma, immaculata ex maculatis, più in profondità delle debolezze e miserie umane, il mistero salvifico e redentore. Anche in questo Antonazzi è stato un vero "prete romano" perché a Roma - ha scritto Tardini - "si può criticare senza perdere il rispetto:  si può prendere in giro senza perdere la stima; si può mettere in caricatura senza intaccare l'affetto. È una condizione e una contraddizione più unica che rara. Il forestiero che viene a stabilirsi a Roma rimane sul principio come sconcertato di fronte a un metodo così spicciativo, che sembra tutto demolire e niente risparmiare". E tale libertà di giudizio e di espressione si estende naturalmente anche ad altri campi, quando, per esempio, rievocando la tragedia dell'attacco a New York dell'11 settembre 2001, Antonazzi non esita a considerare atti di terrorismo i bombardamenti di Castel Gandolfo, Montecassino, Hiroshima, Nagasaki compiuti dagli anglo-americani nell'ultima guerra.
A ben vedere, Roma e la sua Chiesa, la città degli antichi e quella dei Papi, in Antonazzi non possono essere separate. E l'odio per Roma, il sempre diffuso sentimento antiromano si alimenta sempre per lui di radici più o meno scopertamente anticristiane. Significativa è la sua reazione al volume, pubblicato nel 1975 da Bompiani, dal trasparente titolo Contro Roma. A questo concentrato di pregiudizi, di luoghi comuni, di autentiche follie inanellate da nomi illustri - e probabilmente sopravvalutati - come Alberto Moravia ed Eugenio Montale (Roma, metà museo e metà periferia sudamericana, sede di una corte decrepita che inietta i difetti senili della sua sclerosi nell'intero paese; la potenza del papato ridotta alla sua banca o alla Rota), al senatore a vita insignito del Nobel proprio nel 1975, nato a Genova e vissuto fra Firenze e Milano, che ha annunciato di non aver mai pensato di trasferirsi a Roma, Antonazzi reagisce con uno scatto di rabbia e di irrisione. "Ha fatto bene", perché "è aria tremenda questa di Roma". Un'aria, ricorda il prete di Morlupo citando un passo della premessa di De Luca a un volume del 1948 su Gregorio XVI, che, "senza parere, in poco spazio di tempo affloscia i palloni gonfi di vento, e spegne, senza soffiarvi su, le vampe dei fuochi fatui. A Roma non si può parere, senza essere, grandi; e in nessun'altra città uno sciocco sembra tanto sciocco, quanto a Roma". E riprendendo un brano del diario di Tardini (4 giugno 1934) il vecchio curiale rammenta al letterato romafobico che "Roma è una grande... livellatrice e che il Vaticano è fatto apposta per... sgonfiare i palloni".
A chi rifletta sul cammino di Antonazzi, tutta la sua esistenza appare coerentemente ed equilibratamente giocata tra la fedeltà al particolare e l'aspirazione all'universale, dove il particolare è rappresentato dalla sua Morlupo, l'alto Lazio, l'area flaminia tiberina, e l'universale è costituito da Roma e, in un indissolubile intreccio, dalla sua Chiesa che, attraverso la missione, tende a divenire ciò che nativamente già è, cioè cattolica; e poi dalla cultura che, ancora una volta cattolicamente, tutto abbraccia e ripensa nella dimensione della storia della pietà. Fra Morlupo e Propaganda Fide, appunto; e come il primo dista da Roma solo una trentina di chilometri di una delle più antiche e battute strade consolari, la Flaminia, così in Antonazzi le due realtà si compenetrano, i due poli, particolare e universale, naturalmente s'incrociano e reciprocamente si sostengono. Non avrebbe senso l'uno senza l'altro, come sbaglierebbe chi considerasse la vita di don Giovanni rigidamente bipartita dallo spartiacque del ritiro nel 1975. Perché se vi è un luogo ove particolare e universale, sacro e profano, mistico e carnale, infimo e sublime, repulsione e fascino, s'intrecciano, questo è proprio Roma, città di incredibili contrasti pacificamente risolti, che agli occhi di Antonazzi, come a quelli del Palazzeschi di Roma (1953), deve essere apparsa, nel suo mistero, "giovane e decrepita, povera e miliardaria, intima e spampanata, angusta e infinita". Non molto diversamente si esprimeva ancora don De Luca scrivendo ad André Baron il 29 agosto 1951:  "Maledetta Roma, cloaca delle più fetide miserie; benedetta Roma, empireo terrestre della Chiesa di Cristo:  non si riesce ad aver l'una senza l'altra, e non si può né bestemmiarla né esaltarla. Si può soltanto soffrirla, come una madre mal circondata".



(©L'Osservatore Romano 16 giugno 2010)
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