La medicina dell'autoironia

Quanto fa bene una sana risata



Anticipiamo ampi stralci di un articolo contenuto nel numero in uscita de "La Civiltà Cattolica".

di Hans Zollner

L'umorismo è essenzialmente una forma di gioco sociale, che ci consente di divertirci e di essere gioiosamente spensierati nell'affrontare i problemi un po' meno seri della vita. Ma l'umorismo ha anche una sua rilevanza per alcune funzioni psicologiche importanti e del tutto serie. Alcuni benefici dell'umorismo derivano dalle sensazioni positive che suscita. Nel corso dell'evoluzione si sono aggiunte nuove funzioni ai giochi e agli scherzi talvolta alquanto grossolani, ma provocatori del riso. Esse si fondavano su facoltà cognitive e linguistiche che andavano progredendo, su modelli più complessi di interazione tra gruppi e sulla capacità di intuire le intenzioni degli altri e i loro sentimenti interiori e di reagirvi.
L'umorismo tende quindi a soddisfare molti scopi della comunicazione sociale, ad allentare le tensioni e ad insegnare come si possano affrontare situazioni o persone difficili. In un'assemblea cui partecipano membri di vari Ordini religiosi si discute dell'obbedienza. A un gesuita presente viene domandato:  "Il vostro Ordine dà troppo peso all'obbedienza. Come riuscite a fare in modo che la si possa osservare?". Egli risponde:  "È molto semplice:  il superiore chiede al suo suddito che cosa voglia e poi glielo ordina". Dopo alcuni attimi di riflessione il membro di un altro Ordine obietta:  "Ma vi sono anche religiosi che non sanno quello che vogliono. Che cosa bisogna fare con loro?". Il gesuita replica:  "Li si fa superiori". Essere in grado di prendere in giro se stessi suppone una certa sicurezza di sé. L'autoironia comporta che io sia in qualche modo consapevole tanto della mia grandezza come della mia piccolezza, ossia dei miei limiti e perciò anche della mia immagine, della mia identità.
Lo psicanalista Wilfred Bion riteneva che per un'analisi fossero possibili tre esiti:  primo, un successo:  il paziente sta meglio; secondo, un insuccesso:  il paziente sta peggio; e terzo:  il paziente diventa egli stesso psicanalista. Un aneddoto che mostra come l'autoironia conduca a relativizzare la propria posizione.
Ridere liberamente è indice di un benessere interiore, ma rivela anche il processo psichico che ha portato a raggiungerlo. Rimuovendo gli impedimenti, gli impulsi e gli affetti che sono di ostacolo, il ridere e il piangere sono in grado di allentare una tensione - anche sul corpo si può notare che la muscolatura si allenta - possono quindi liberare da un peso; spesso ci sentiamo meglio quando abbiamo pianto.
L'umorismo è una specie di valvola di sicurezza per regolare la pressione di ciò che va tenuto sotto controllo e che altrimenti "divorerebbe". L'umorismo, la comicità e anche l'arguzia possono quindi essere utili per regolarci nella vita, in quanto ci permettono di essere e rimanere piccoli (regressione) e di diventare grandi (progressione), senza deviare verso una mania di piccolezza (complesso di inferiorità) o una mania di grandezza (delirio di onnipotenza).
L'umorismo caratterizza anche, d'altro canto, il comportamento che bisogna assumere nei confronti della tragicità e dell'ostilità di un mondo che ci procura dolore; queste realtà non vanno vissute come oppressive e invincibili, ma come necessarie e ineluttabili, che però non devono abbattere e far perdere completamente la calma.
L'origine dell'umorismo risiede in una minaccia, di fronte alla quale si elabora una strategia che conduce ad aver ragione di ciò che può essere cambiato o ad accettare ciò che non può essere mutato, causando così una distensione che si può manifestare con una risata liberatoria. L'umorismo serve quindi a dominare il dolore. Può servire tanto a respingere come ad affrontare e vincere la paura.
Perciò l'umorismo viene collocato anche tra i meccanismi normali con cui si dominano o si sciolgono i conflitti dell'Io. Alla fine del xix secolo Sigmund Freud aveva elaborato i concetti fondamentali della teoria e della prassi psicanalitica, che riguardano i processi dinamici dell'inconscio (rimozione, resistenza, transfert, sogni e atti mancati).
Orientandosi sul principio del piacere, che si annida nell'inconscio, la terapia psicanalitica ha per scopo di condurre il paziente a riconoscere i processi di rimozione che si sono manifestati nel corso della sua vita e a scoprire nello stesso tempo le resistenze che si sono create al riguardo.
In proposito assume un'importanza fondamentale l'analisi del materiale relativo ai processi primari e, specialmente, di quello costituito dai sogni. Le considerazioni di Freud sulla teoria psicanalitica della comicità, che si manifesta nell'arguzia e nell'umorismo, sono di rilevanza fondamentale per poter utilizzare l'umorismo in psicoterapia, anche se nei suoi scritti non si è mai soffermato espressamente su questo punto.
Già fin dai primi tempi Freud aveva riconosciuto che il dinamismo che sta all'origine dell'umorismo è strettamente affine al processo primario legato alla teoria dei sogni. Per Freud l'umorismo può nascere quando in una prima fase si determina una difesa psichica contro sensazioni negative e si comincia a reprimere o a rimuovere i sentimenti negativi, ma in seguito questa difesa per qualche ragione esterna o interna si rivela superflua. Freud vedeva nell'umorismo una delle "realtà psichiche più rilevanti", "la difesa più profonda" dell'Io, un segno di maturità psichica.
L'individuo dotato di umorismo è in grado di sottrarsi a ciò che, colpendolo, lo condurrebbe alla rassegnazione e a trattare ciò che lo causa "come se" non fosse nulla. Per Freud l'umorismo è l'opposto delle follie patologiche, in quanto non abbandona il terreno della salute psichica. L'atteggiamento spiritoso affronta le dure realtà del mondo, il dolore e la morte, come se volesse dire:  "Guarda, questo mondo che sembra così pericoloso è un gioco da bambini, è così buono che ci si può scherzare sopra!".
Freud si è occupato a fondo delle tendenze insite nell'umorismo. Esse possono rivolgersi a contenuti osceni (sessuali o coprofili) o aggressivi. Certo, molte arguzie sono piene di allusioni alla sfera di quegli affetti che restano "proibiti" nel senso del Super-io. Per Freud anche l'umorismo apparentemente innocuo non è mai del tutto neutrale. Il suo vero scopo, come nel caso di tutti i processi primari, è di "evitare" l'ostacolo che condurrebbe al dolore e di rendere possibile perciò il raggiungimento del piacere. Per Freud infatti l'umorismo è sostanzialmente rivolto al principio del piacere.
Per lui è un fatto innegabile che "se si fa dello spirito, si trova comicità". Freud intende la comicità come il risultato di una identificazione parziale con se stesso in quanto bambino:  "È comico ciò che non si adattata all'adulto (...) Non sono in grado di stabilire se la riduzione a bambino sia soltanto un caso particolare della riduzione operata dalla comicità o se ogni comicità si fondi sostanzialmente su una riduzione a bambino". Freud scrive che l'individuo dotato di umorismo si considera bambino e nello stesso tempo nei confronti di questo bambino esercita il ruolo di genitore affettuoso. L'umorismo serve quindi per affrontare la vita relativizzandola coraggiosamente.
Il detto "l'umorismo è ridere nonostante tutto" risale a Otto Julius Bierbaum (1865-1910). Non precisa però nonostante chi o nonostante che cosa si debba ridere. Devono forse essere tristi le circostanze, perché nonostante esse ridiamo, oppure ridiamo, benché la situazione sia già in sé ridicola? Invece il cristiano dotato di umorismo può veramente ridere "nonostante", benché veda davanti a sé una realtà cupa e triste, perché per lui nulla di tutto ciò ha il sopravvento, ma al contrario da questa realtà - in maniera del tutto inattesa - sorge un nuovo senso.
Con le lacrime agli occhi non si vede chiaro, ma questo riso supera ogni pianto, perché la tristezza non è mai definitiva. Colui che da un punto di vista cristiano prende sul serio il mondo che passa, può intendere tutto il mondo come un gioco scherzoso e alla fin fine ridervi sopra, anche quando c'è da piangere.
Se Gesù è diventato in tutto simile a noi, eccetto il peccato, si può supporre che abbia conosciuto l'umorismo e il riso. Essi sono manifestazione di humanitas autentica. Ci liberano, almeno per un certo tempo, da un coinvolgimento assillante nelle faccende della vita quotidiana e da un'eccessiva preoccupazione e cura di noi stessi.
Tommaso d'Aquino (1225-74) ci lascia intuire quanto l'umorismo e il riso siano necessari agli uomini e persino come abbiano in sé qualcosa di virtuoso; lo afferma citando sant'Agostino:  "Poiché è bene che il savio allenti la tensione dell'animo". Ora, il rilassamento dell'animo dal lavoro si compie con parole e con atti scherzosi. Dunque alla persona sapiente e virtuosa spetta ogni tanto ricorrere a queste cose". Viceversa per Tommaso è persino contrario alla ragione umana "essere di peso agli altri col non mostrarsi mai piacevoli, o con l'impedire il divertimento altrui".
Bisogna però anche precisare più da vicino che non ogni genere di umorismo e non ogni forma di riso sono adatti per un cristiano. Ognuno lo sa per propria esperienza:  c'è un'allegria smodata nella quale anche ciò che è insulso viene ritenuto spiritoso e si superano i limiti del buon gusto. Lo stesso vale quando si deridono e si prendono in giro gli altri. I cristiani possono ridere di cuore, perché e nella misura in cui sono in grado di vedere se stessi e gli altri in una giusta luce e perché credono che l'umanità è redenta in Gesù Cristo. Ridiamo liberati quando la razionalità, che di fronte alla nostra libertà si erge come garanzia di senso e la vuole tenere vincolata a determinate norme, viene detronizzata, perché spunta anche un senso insospettato quando essa fallisce.
Perciò il riso gioioso trionfa perché anche nel nonsenso c'è un senso, che emerge nel momento stesso in cui ci libera. L'umorismo ride "nonostante", nonostante cioè ogni nonsenso, le costrizioni e le paure, nella certezza che la libertà alla fine prevale e gli ostacoli si rivelano ridicoli. E questo avviene soltanto nelle situazioni e nelle narrazioni comiche.
Ma noi speriamo nel trionfo pieno e definitivo della libertà e della gioia dopo la risurrezione, un trionfo che il ridere anticipa, come si promette nel libro di Giobbe:  "Colmerà di nuovo la tua bocca di sorriso e le tue labbra di gioia" (8, 21). Il nostro riso non deve quindi limitarsi a questo mondo, perché ci viene promesso che nel regno di Dio rideranno coloro i cui occhi vedono ora molte cose soltanto in maniera velata a causa delle loro lacrime (cfr. Luca, 6, 21).



(©L'Osservatore Romano 20 giugno 2010)
[Index] [Top][Home]