Francesco Saverio Nitti conosceva e stimava Pacelli sin dagli anni della nunziatura in Germania

E l'antifascista in esilio apprezzò
l'«ottima» enciclica di Pio XII


di Roberto Pertici

Alla fine dell'ottobre 1939, a due mesi dallo scoppio della guerra europea, Pio XII pubblicava l'enciclica Summi Pontificatus, la prima dopo la sua elezione. Si trattava di un testo assai complesso, che allora finì inevitabilmente per essere letto alla luce delle drammatiche vicende di quelle settimane:  da molti circoli occidentali fu giudicata come una decisa presa di posizione in senso anti-nazista e filo-polacco, "forse, per certi versi, il documento più importante che la guerra abbia finora prodotto", come si affermò negli ambienti del Foreign Office. Fra l'altro, il Papa vi rinnovava la condanna della "concezione, che assegna allo Stato un'autorità illimitata", sottolineando come essa non costituisse solo "un errore pernicioso alla vita interna delle nazioni, (...) ma arreca(sse) altresì nocumento alle relazioni fra i popoli, perché rompe l'unità della società soprannazionale, toglie fondamento e valore al diritto delle genti, apre la via alla violazione dei diritti altrui e rende difficile l'intesa e la convivenza pacifica":  sottolineava insomma il rapporto fra totalitarismo e politica di guerra.
Il 31 ottobre, l'ex presidente del consiglio italiano Francesco Saverio Nitti, uno dei più autorevoli esponenti dell'antifascismo in esilio - era emigrato in Svizzera nel 1924 e poi era passato a Parigi - ne scriveva a un altro esule, Alberto Tarchiani, che dopo la guerra sarebbe stato a lungo ambasciatore a Washington:  "Ottima l'enciclica del Papa. Io gli avevo fatto pervenire un lungo memorandum e credo che sia stato utile. Anche per la Spagna non ha avuto tutti i torti. Negrin era diventato il fantoccio del bolscevismo. Nella guerra sarebbe stato il suo servo. Ancor meglio Franco che un governo in mano ai bolscevichi". Nitti alludeva a un discorso del nuovo Papa, che era stato molto discusso negli ambienti antifascisti:  il radiomessaggio ai cattolici spagnoli del precedente 16 aprile, in cui aveva salutato la fine della guerra civile spagnola e la vittoria di Franco.
I "bolscevichi" si erano appena spartiti la Polonia con Hitler, occupavano le repubbliche baltiche, si apprestavano ad attaccare la Finlandia:  il radicato anti-comunismo degli ambienti vaticani sembrava al vecchio leader ormai pienamente legittimato da quelle vicende.
Ma risulta interessante anche l'altra notizia da lui fornita:  di avere cioè mandato a Pacelli un memorandum sulla situazione internazionale, che gli sembrava "essere stato utile" nella stesura dell'enciclica. A metà settembre Nitti aveva fatto avere al Papa una sua lettera indirizzata a Mussolini, in cui consigliava un bouleversement des alliances e l'ingresso in guerra a fianco di Francia e Gran Bretagna. Scrivendo a Tarchiani, alludeva a questo passo? O a un documento ulteriore e diverso? Come che sia, le sue parole lasciavano intravedere l'esistenza di un canale privilegiato col Pontefice:  ora è vero che l'uomo politico lucano aveva notoriamente un carattere (come dire?) gloriosus e ignorava la difficile arte dell'understatement, ma sarebbe ingiusto ridurle a mera millanteria.
Nei decenni trascorsi i suoi contatti con Eugenio Pacelli erano stati in effetti tutt'altro che episodici:  fra le ripetute testimonianze che ne lasciò, resta particolarmente significativo uno scritto (Paradossi nelle vicende della mia vita) composto nel maggio del 1944, mentre era prigioniero delle SS in un alberghetto di montagna vicino a Innsbruck.
I due uomini si erano conosciuti nel 1918, a Roma, nel convento dei Santi Giovanni e Paolo, non lontano dal Colosseo, dove avevano avuto un lunghissimo colloquio:  "Mi colpì molto - avrebbe ricordato Nitti - la sua alta e nobile figura ieratica. Aveva una espressione di verità e di onestà che mi conquistò subito e ammirai molto la precisione delle idee politiche e l'esatta conoscenza che aveva degli avvenimenti". Nitti era allora ministro del tesoro del governo Orlando, Pacelli nunzio in Baviera:  nei mesi precedenti il prelato aveva prestato un aiuto fondamentale alla famiglia dello statista lucano. Il primogenito Vincenzo, volontario di guerra a diciassette anni, era caduto prigioniero delle truppe tedesche durante la ritirata di Caporetto e a lungo era stato creduto morto.
Ai primi del gennaio 1918, mentre il ministro era a Parigi per colloqui col governo francese, fu raggiunto da un telegramma cifrato del suo capo di gabinetto, che conteneva una notizia ormai insperata:  "Il cardinale Gasparri mi informa in questo momento e desidera io vi comunichi che il nunzio Pacelli lo ha informato che vostro figlio è vivo e prigioniero nel campo di Estangen".
La guerra stava cambiando il quadro complessivo dei rapporti fra il governo italiano e la Santa Sede:  uno dei terreni su cui si moltiplicarono i loro contatti fu proprio la gestione del difficilissimo problema dei prigionieri di guerra, riguardo al quale i vertici militari e governativi italiani furono spesso in colpevole ritardo, mentre vivissimo fu l'impegno vaticano. Ma più in generale si moltiplicarono allora gli incontri - ovviamente segreti, perché ufficialmente non esistevano relazioni fra il regno d'Italia e la Santa Sede - fra il cardinale Gasparri, i suoi più giovani collaboratori, come i monsignori Cerretti e Tedeschini, e quegli esponenti della politica italiana che ormai ritenevano necessario dare una svolta in senso conciliatorista ai rapporti fra le due sponde del Tevere:  Nitti, ma anche l'allora presidente del consiglio Orlando, erano tra questi.
Il nunzio in Baviera, dopo di allora, almeno due o tre volte al mese, cominciò a informare il suo superiore sulle condizioni del giovane Nitti:  si trattava di un'attività umanitaria che egli svolgeva erga omnes, ma in questo caso era evidente il suo notevole significato politico. Gasparri informò il ministro della possibilità di liberare Vincenzo e di trovargli un impiego alla nunziatura di Monaco. Nitti ritenne opportuno rifiutare quella proposta, ma poi il ragazzo fu inserito in uno scambio di prigionieri sollecitato da Guglielmo ii a favore di un suo congiunto che era nelle mani degli italiani.
Nitti e Pacelli si incontrarono saltuariamente negli anni successivi, ma solo nell'agosto del 1925 ebbero di nuovo modo di parlarsi a lungo e di confrontarsi sulla situazione europea e italiana. L'incontro ebbe luogo a Monaco e fu lungamente preparato dall'ex presidente del consiglio, che ormai aveva lasciato l'Italia. Nei primi mesi dell'esilio, quando si era stabilito a Zurigo, si mise in rapporto col nunzio e gli scrisse della sua intenzione di salutarlo, qualora avesse fatto un viaggio in Germania. Nei suoi libri degli anni precedenti, Nitti aveva ripetutamente criticato la pace di Versailles e lamentato l'isolamento e la depressione economica in cui aveva gettato la Germania sconfitta. Da qui il suo desiderio di incontrare Pacelli:  "Nessuno meglio di lui - avrebbe scritto - poteva illuminarmi sulla vera situazione della Germania, sullo stato degli spiriti e sui mezzi da seguire per arrivare a quella détente che io desideravo e quell'azione che nel mio concetto poteva soltanto evitare la nuova e terribile guerra che ora (1944) ci opprime".
Quasi per fissare gli issues del colloquio, gli fece pervenire la recente traduzione tedesca pubblicata a Francoforte di due testi che gli stavano particolarmente a cuore:  il libro firmato dal figlio Vincenzo sulla sua azione di governo nel 1919-1920 (L'opera di Nitti) e il suo su La pace:  entrambi in Italia erano stati pubblicati da Piero Gobetti. Soprattutto quest'ultimo era un dono significativo:  quel libro, infatti, conteneva una lettura radicalmente negativa della guerra del 1914 e delle sue conseguenze, prospettava la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, soprattutto per la prima volta conteneva una critica radicale della dittatura fascista in Italia.
Il 3 giugno 1925, Pacelli acconsentiva al colloquio:  "Eccellenza, Mi giunge ora la pregiata Sua lettera in data di ieri, e non voglio tardare a ringraziarLa per la grande cortesia, con cui Vostra Eccellenza ha voluto inviarmi uno dei primi esemplari della traduzione tedesca così del nuovo Suo libro, come di quello del Suo ottimo Figlio. Non ho bisogno di assicurarLa che leggerò l'uno e l'altro con vivo interesse. Nel prossimo mese di Agosto dovrò probabilmente fare qualche viaggio di ufficio; siccome tuttavia si tratterà, almeno per quanto posso prevedere, di non lunghe assenze, spero che mi sarà dato di incontrare Vostra Eccellenza in Berlino od in Monaco. Con rinnovati ringraziamenti e con sensi di particolare stima mi pregio di professarmi Dev.mo + Eugenio Pacelli N.A." (la lettera è conservata nell'Archivio Nitti, presso la Fondazione Luigi Einaudi di Torino).
Nelle settimane successive, l'ex presidente del Consiglio iniziò un tour europeo che lo avrebbe portato a Parigi, Bruxelles, Londra e Cambridge. Dopo alcuni giorni passò in Olanda, da qui a Berlino e finalmente a Monaco, dove giunse intorno al 10 agosto. L'incontro avvenne nella casa di un suo amico, lontana da occhi indiscreti:  ogni mossa del nunzio forniva allora in Germania materia di commenti, anche perché era ben noto il suo stretto rapporto col partito del Zentrum, uno dei pilastri del nuovo regime repubblicano, e Nitti era pur sempre un fuoriuscito, legato agli ambienti dell'antifascismo internazionale.
Nel 1944 egli avrebbe ricordato:  "Il nunzio si mostrò veramente commosso di ritrovarmi. Il colloquio, uno dei più lunghi che io abbia avuto nella mia vita politica (...), durò dalle 2 p.m. fin quasi alle sette. Non fu un tour d'horizon, come dicono i Francesi, ma un esame approfondito delle condizioni della Germania e dell'Italia, della situazione generale dell'Europa e dei modi per lavorare per la pace". In una rievocazione successiva aggiunse:  "Ci trovammo perfettamente d'accordo nella preoccupazione di nuova grande guerra e nella convinzione che avevamo entrambi che l'avventura fascista sarebbe stata fatale all'Italia". Nitti, quindi, sottolineava la consonanza di giudizi che vi era stata nel 1925 fra il nunzio e l'antifascista in esilio:  la sua testimonianza non va enfatizzata, ma nemmeno rimossa del tutto, quando si cerca di delineare gli orientamenti complessivi del Pacelli degli anni Venti.
Quando poi questi fu eletto Papa, Nitti, che si trovava a Parigi, manifestò la sua emozione in un telegramma, "di cui - ricordava ancora - volle ringraziarmi e di cui egli, che mi conosceva a fondo, dovette apprezzare il sentimento". Nutriva grandi speranze sul suo inizio di pontificato:  "avevamo concepito che, come il grandissimo Papa Innocenzo iii in pieno medio evo fece il più grande tentativo per un accordo fra tutti i sovrani e i prìncipi che erano in lotta per instaurare accordi internazionali durevoli, ben più seri della ridicola Società delle nazioni, fosse garanzia a tutti di libertà, di giustizia e di pace. Conoscendo l'anima mistica di Pio XII, io avevo in lui veduto il "santo atteso", secondo l'espressione dantesca, che avrebbe tutto osato per realizzare il sogno di unione e di pace".
Ma, dopo quasi cinque anni di guerra, il politico realista aveva ormai chiaro quanto fossero limitate le possibilità effettive di azione del Pontefice romano nel 1939 e nel periodo successivo:  ciò nonostante, dava un giudizio assai profondo sulla sua azione negli anni di guerra:  "Ma, arrivato troppo tardi e in periodo in cui tutte le passioni giunte al colmo dell'esasperazione e della violenza non potevano più essere contenute da nessuna parola e vinte da nessuna azione, egli ha dovuto, soffrendo, limitare la sua azione, che desiderava universale, nei limiti di necessità, cercando sempre di resistere, come poteva, alla universale follia e non volendo, con ostinata grandezza d'animo, mai dire parola che mettesse la Chiesa in favore, sia pure in apparenza, di causa ingiusta".
Questi appunti del maggio 1944 ritornano quasi letteralmente nel primo discorso che Nitti tenne dopo il suo ritorno in Italia, al teatro San Carlo di Napoli, il 3 ottobre 1945:  era presente anche il presidente del consiglio Ferruccio Parri. Alla figura di Pio XII è dedicata proprio la parte conclusiva di quella lunga orazione, dove tuttavia si aggiunge un elemento nuovo:  l'aiuto che, "per volontà del Pontefice", le strutture ecclesiastiche avevano prestato ai perseguitati, anche agli ebrei:  "Nell'ora più trista della vita dell'Europa - affermava il vecchio liberale - in cui il nostro continente è stato più minacciato dalla barbarie del nazismo, cioè dalla crudeltà metodica e scientifica e per pregiudizi di razza, per volontà di potenza, la persecuzione più crudele ha infierito, il Papa Pio XII ha sentito allora il dovere, nella misura delle sue possibilità, di difendere la causa dell'umanità. In nome del cristianesimo ch'è umanità, ha inteso che tutti i perseguitati appartenevano alla stessa famiglia, anche quelli che per la loro origine, per le loro idee, per la loro azione erano considerati come nemici della Chiesa. Il giorno in cui ebrei, massoni, socialisti, comunisti, radicali sono stati sotto la minaccia di morte, il Papa ha fatto aprire loro come rifugio, in Italia come in Belgio e come in Francia e altrove, le chiese, i monasteri, i conventi, monaci e preti si sono prestati, per volontà del Pontefice, a salvare quanti erano in pericolo e, nel nome di Cristo sono stati salvati non pochi ch'erano ritenuti nemici di Cristo". Ennesima conferma di quanto fosse viva allora questa memoria, che nei decenni successivi è stata spesso offuscata dall'affiorare di pregiudizi ideologici e politico-religiosi.



(©L'Osservatore Romano 21-22 giugno 2010)
[Index] [Top][Home]