Il 26 giugno 2009 moriva Mario Verdone

L'uomo che studiava il cinema


di Eusebio Ciccotti

Un anno fa moriva Mario Verdone, l'uomo che attraversò quasi tutto il Novecento. Ci lasciava in punta di piedi, quasi al rallenty, come i protagonisti di Entr'acte del quale il suo amico René Clair gli aveva donato in copia 16 millimetri. E che lui proiettava a noi, studenti ventenni, dagli occhi spalancati e assetati di immagini di un mondo sconosciuto, in un interno di via Magenta 2, nello stesso stabile del neonato quotidiano "La Repubblica". Era la fine degli anni Settanta, gli indiani metropolitani, negli androni e nelle aule universitarie occupate, sembravano scrivere la "Nuova Storia", invece, la Storia vera, era, ed è, tutta in quel corto dadaista.
Se ne andò senza far rumore. Come era nel suo stile di artista segreto, di modesto uomo colto. Simpatico, estroverso, piacevole e profondo nella conversazione, ma anche amante del silenzio. Il padre di Carlo, Luca e Silvia era l'ultimo studioso del Novecento ancora contattato da insigni ricercatori, autori di libri, laureandi, registi teatrali, documentaristi, curatori di mostre. La sua morte è stata la logica conclusione di una vita onesta e, perché no, come scrisse Gianfranco Bettetini, "fortunata". Ma anche, aggiungerei, attraversata da una fede autentica, tutta interiore, non gridata.
L'uomo che studiò a lungo e in largo il futurismo, e che nel 1935, diciassettenne liceale (ma già giornalista), conobbe Marinetti, nei pressi di Siena, alla "Festa futurista di Poesia Bacchica, Guerriera e Amorosa", era nato ad Alessandria, città che poi avrebbe amato, "per caso", come usava dire. Suo padre, il sottufficiale Oreste, chimico di Napoli, ventiduenne, tornato ferito dal fronte nell'estate del 1917, lì era ricoverato come convalescente. La madre Assunta, senese, venti anni, incinta di nove mesi, lo andò a trovare partendo da Siena. Giunta in Piemonte fu còlta dalle doglie. Dopo qualche settimana, la famiglia, torna in treno verso il sud. A Pisa i tre si dividono:  Oreste in direzione di Bologna e poi di nuovo al fronte; mamma e Mario a Siena, dai genitori di lei. La giovane sposa non rivedrà mai più suo marito. Mario non conoscerà suo padre. Dal finestrino del treno l'ufficiale Oreste dice alla moglie:  "Se non torno fallo studiare". (Cinema ante litteram 1:  Mario "filmerà" questa scena, fondamentale della sua vita, narratagli dalla madre, in un splendido racconto, La stazione di Pisa).
"Se mio padre non fosse morto, sicuramente sarei andato a vivere a Napoli, dove lui lavorava, e la mia vita forse sarebbe stata diversa:  sarei diventato un chimico come lui, chi lo sa (...) Invece la mia città divenne Siena". Nel 1940 si laurea con Norberto Bobbio che è felice di accoglierlo tra i suoi assistenti. Tra i due, maestro  e  allievo, fin da subito grande rispetto, fieri avversari del fascismo in quell'anno accademico 1940-1941;  poi,  il promettente filosofo lascia Siena per un'altra sede, ma tra i due una riservata e sincera amicizia  è  nata:  durerà più di sessant'anni.
A partire dal marzo 1943 Verdone si trasferisce, per lavoro, a Roma, presso il Centro sperimentale di cinematografia (Csc), iniziando a dividere i suoi affetti cittadini tra Siena e Roma. Ma due mesi dopo, anche i figli unici di madre vedova sono richiamati. Torna in Toscana, come sottufficiale, destinato alla fortezza-deposito di Livorno. Comanda un piccolo distaccamento di riservisti e ragazzi. In quel luogo lo coglie l'8 settembre 1943. Non ci sono ordini, i tedeschi avanzano dal porto con i carri armati. Bisogna decidersi. "Loro mi interrogavano esitanti:  "Signor tenente che facciamo? Quelli hanno i carri noi il modello 91"". Arrivano i tedeschi in pochi minuti. Il tenente Verdone ordina di non fare resistenza e consegna le poche armi in dotazione all'avamposto. Ma si infila la sua pistola in tasca mostrando la fondina vuota al burbero comandante tedesco che gliela chiede. "L'ho persa, risponde". Rischiando di fare "un brutta fine se mi avessero perquisito". I tedeschi ripartono richiamati da un bombardamento intorno al porto di Livorno (Cinema ante litteram 2). Il sottotenente dà subito l'ordine di togliersi l'uniforme e di mettersi in salvo. "Mi infilai un paio di calzoncini corti, nascosi la mia pistola di ordinanza in tasca, e, recuperando alcuni salamini e qualche formina di formaggio, che i miei soldati avevano sottratto dalla dispensa e poi seminato per strada fuggendo, tornai a Siena". La madre lo accoglie sulla porta con "figlio mio benedetto, ti rivedo", poi vedendo il cibo, aggiunse con calma, "ci faranno comodo" (Cinema ante litteram 3).
Una settimana dopo si arruola con i partigiani della brigata Monte Amiata. Ma ogni tanto, considerando il suo carattere di curioso mai domo, torna in città, rischiando, a trovar la madre e gli amici. Saputo che il patrimonio della cineteca del Csc di Roma è in pericolo decide di arrivare, clandestinamente, sino alla capitale. Insieme con alcuni colleghi e impiegati del Centro seppelliscono le copie di alcuni capolavori sovietici, di Ejzenstejn e Pudovkin, che i nazisti avrebbero forse bruciato:  Sciopero, Ottobre, La corazzata Potëmkin, La terra, Arsenale, La madre.
Quando lo conobbi alla Sapienza, da studente ne ammiravo le competenze cinematografiche e comparative. Poi scopersi che era stato, e continuava a essere, un intellettuale poliedrico. Usava una analogia per definire i suoi molteplici interessi:  "Fin da giovane ho sempre amato i linguaggi dell'arte. Mi paragono a un semplice postiglione che affida la sua piccola diligenza della vita a più cavalli. Una volta tira uno, una volta un altro, e così c'è ricambio e riposo per tutti". È stato cronista, scrittore (Alberto Savinio definì "fine" la sua prosa  di Città dell'uomo, 1941), autore di testi teatrali, poeta, critico d'arte, librettista, regista cinematografico, critico letterario, storico del teatro  e  del cinema, studioso dello spettacolo popolare e del circo, romanista.
I suoi esordi letterari, tra i ventiquattro e i trent'anni, (oltre che da Savinio) furono incoraggiati da autori e critici come Vittorio Sereni, Giancarlo Vigorelli, Glauco Tozzi, Piero Bargellini, Carlo Bo, Giulio Cogni, Roberto Marchi, e altri. Come mai non divenne uno scrittore "conosciuto" e più prolifico? Forse gli mancò l'incontro, al momento giusto, con un editore che lo facesse conoscere al largo pubblico. Poi, il lavoro al Csc di Roma, il giornalismo, l'attività saggistica, la docenza, la regia come documentarista, non ne fecero mai uno scrittore/poeta a tempo pieno. All'attività letteraria dedicherà gli ultimi venticinque anni, ottenendo, tra l'altro, diversi riconoscimenti (come il "Sandro Penna" per Il profumo del terrazzo, Campanotto, 1989).
Le lezioni di "storia del cinema" tenute dal professore erano una novità assoluta nel panorama didattico dell'università di allora. Intrecciava insieme pittura, teatro, letteratura, fotografia, musica arte e cinema. Proiettava il film, rigorosamente in 16 millimetri, e poi lo analizzava, sequenza per sequenza, tirando fuori tutti i rimandi sia estetici sia di linguaggio. Al termine della proiezione chiedeva se v'erano domande e si rendeva sempre disponibile. E, sulle nostre questioni, ancora altri approfondimenti. Il dadaismo di Clair; il cinema dadà-surrealista di Léger e Ray; quello surrealista di Buñuel; l'espressionismo di Murnau e Lang e quello "psicanalitico" di Pabst; il cinema di L'Herbier, i sovietici; il cinema astratto di Otto Fischinger, Orson Welles. E poi il neorealismo, il primo Fellini, Kurosawa e così via. Che mondo si spalancava davanti ai nostri occhi! Che chiarezza di esposizione; una scelta lessicale da prosa toscana anni Trenta. Mai di fretta, mai nervoso. Credo di aver sostenuto il mio primo esame di cinema qualche sessione dopo il celebre esame di un certo Carlo Verdone, bocciato da Mario. Successivamente, dopo la laurea in cinema, durante il mio primo anno di "assistentato", conobbi diversi giovani appassionati di cinema, tra cui Daniele Luchetti, Emanuele Trevi, Ferzan Ozpetek, e altri. Tutti dal professor Verdone per studiare i grandi del cinema.
Mario Verdone ha conosciuto, collaborato, intrattenuto relazioni epistolari con molti "grandi" del cinema, della letteratura e dell'arte. Memorabile lo scambio di inchini reciproci con Akira Kurosawa, a un incontro ufficiale:  si inchinavano alternativamente, piegando sempre più la schiena, in onore all'ospite, sin quasi a toccare entrambi il suolo con la fronte.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta, come membro prima e poi presidente del Cict (Comitato internazionale cinema e televisione) dell'Unesco e della Associazione amici del circo, frequentava Parigi una volta a mese, per una settimana. All'Hotel Raphael incontrava spesso il suo amico Roberto Rossellini, il quale volentieri si intratteneva, nel foyer, "in piacevoli e dotte conversazioni di estetica del cinema con i giovani critici dei "Cahiers du Cinéma", tutti affascinati  dal  fondatore  del neorealismo, che nel 1954, con Viaggio in Italia, aveva inaugurato un cinema "esistenzialista" di grande interesse".
Fellini, in una missiva del 1970, così scrive:  "Caro Mario sei sempre un caro amico. La tua presenza mi è stata sempre di conforto". Fu compagno d'armi di Vittorio Sereni, nella primavera del 1943, al corso sottufficiali. In un lettera, inedita, del luglio dello stesso anno, Sereni lo chiama "caro e sincero amico". Con Luigi Malerba fondò la rivista "Sequenze", a Parma. Dino Buzzati, incontrato a un convegno, lo invitò a collaborare con la pagina culturale del "Corriere della Sera". Garcia Marquez, suo "studente svogliato ma acuto" di cinema al Csc di Roma negli anni Cinquanta ("gli piaceva troppo la letteratura, marinava le lezioni pratiche, ma non le mie"), lo presenterà poi a Fidel Castro, nel 1990, all'inaugurazione della Escuela de Cine di  L'Avana.  Presenti  Fernando Birri  e  altri autori latinoamericani rientrati a Cuba per lavorare come docenti alla  nuova  Accademia.  Fidel Castro salutò così il "saggio" professor Mario Verdone, indicando i registi latinoamericani  presenti:  "Tutti loro nacquero cinematograficamente in Roma, sono tuoi allievi, Mario!".
Negli ultimi anni usava ripetere:  "ho avuto una bella vita, con qualche dispiacere, come la perdita di Rossana (la moglie), ma il Signore mi ha sempre aiutato. Con tre splendidi figli, dei nipoti meravigliosi, tante soddisfazioni nel lavoro. Ora gli chiedo di non soffrire molto quando Lui mi toglierà da questa piccola scena". E il Signore ha ascoltato Mario Verdone:  era il 26 giugno 2009, aveva novantadue anni. Dopo una settimana di lieve malattia. Senza soffrire.



(©L'Osservatore Romano 26 giugno 2010)
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