La "Caritas in veritate" al servizio della famiglia umana

Sviluppo a braccia alzate


L'ipotesi di un'Autorità politica mondiale per l'economia regolata dal diritto e articolata secondo il principio della sussidiarietà

 

Pubblichiamo ampi stralci della relazione tenuta a Roma, alla Libera Università Maria Santissima Assunta, dal cardinale segretario di Stato in occasione del settimo Simposio internazionale dei docenti universitari.

di Tarcisio Bertone

Nel contesto di una globalizzazione che porta in sé l'impulso all'unificazione dei popoli e dei loro destini, e che domanda un'economia a servizio del bene comune della famiglia umana, sprigionando tutte le sue potenzialità positive, comprese quelle che generano coesione sociale, la Caritas in veritate (Civ) sollecita l'economia stessa a ripensarsi come attività umana che concorre allo sviluppo integrale dei popoli.
Secondo Benedetto XVI, l'economia deve vincere la tentazione di un'autonomia assoluta, che finisce quasi per svincolarla da ogni umanesimo, ritenendola capace di produrre non solo ricchezza ma anche salvezza per tutti (cfr. Civ, 34). Essa invece è realtà che, per la sua esistenza, deriva e dipende dall'uomo. È dell'uomo e per l'uomo:  un essere che non è autore assoluto di se stesso, che anzi è incline al male, avendo una natura ferita dal peccato. "All'elenco dei campi in cui si manifestano gli effetti perniciosi del peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo - scrive il Pontefice - anche quello dell'economia. Ne abbiamo una prova evidente anche in questi periodi. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire ad eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l'uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale. La convinzione poi della esigenza di autonomia dell'economia, che non deve accettare "influenze" di carattere morale, ha spinto l'uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo" (Civ, 34).
Questa assolutizzazione dell'economia finisce per sovvertire l'ordine tra fini e mezzi. L'unità del mondo globalizzato è ricercata sul piano delle cause strumentali:  il finito è assolutizzato come realtà compiuta ed onnicomprensiva; il fine terreno è confuso con quello trascendente. Ne deriva la fine di quel "senso del divino", a cui pur si riferivano sistemi morali e filosofie laiche dei secoli scorsi. Il bene comune del genere umano è depotenziato dal punto di vista antropologico ed etico e, anziché essere promosso, finisce per implodere.
La Caritas in veritate propone il recupero della "ragione economica" come ragione amica della persona e dei popoli, nonché un nuovo modello di sviluppo, quale punto di riferimento imprescindibile per l'attività economica. L'economia, a giudizio di Benedetto XVI, va pensata, organizzata e orientata in modo da contribuire alla realizzazione dello sviluppo umano integrale, come è segnalato, sia pure indirettamente, nel sottotitolo dell'enciclica.
Si tratta di un'affermazione non nuova. Essa, infatti, è mutuata da Paolo vi, e precisamente dalla Populorum progressio, di cui la Caritas in veritate vuole essere il prolungamento nell'oggi. Ma  sul  concetto di sviluppo, Benedetto XVI esplicita un pensiero originale e arricchente. Egli sottolinea come l'economia, che deve favorire il bene comune della famiglia umana, deve avere come punto di riferimento un modello di sviluppo corretto dalle sue disfunzioni e dalle sue distorsioni tecnocratiche, materialistiche e consumistiche.
Quale, dunque, in positivo, il modello di sviluppo che deve guidare la realizzazione del bene comune mondiale e, conseguentemente, l'economia?
In un contesto culturale in cui la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica (cfr. Civ, 75), oltre a tener presente una nozione di sviluppo definita da indici materiali o cognitivi - quali il reddito, la sicurezza della casa, la salute, l'istruzione - occorre che i soggetti siano messi in grado di compiere scelte buone. In definitiva, essi devono poter avere la possibilità di agire rettamente. Ma ciò può avvenire solo quando possono accedere alla conoscenza del tèlos umano, ossia di quell'insieme ordinato di beni disponibile grazie ad una sintesi armoniosa dei saperi, sulla base della capacità universale di vero, di bene e di Dio:  capacità praticata ed educata mediante virtù.
Senza il riferimento al vero, al bene e a Dio, considerato come Sommo Vero e Sommo Bene, non è possibile stabilire una gerarchia tra i beni umani e, quindi, non si potrà condurre una vita unificata nel senso e nel compimento umano. Detto altrimenti, per Benedetto XVI, l'economia è chiamata a realizzarsi come una condizione d'esistenza - il bene comune si definisce, infatti, come un'insieme di condizioni - che favorisce una pienezza umana, ove i beni etici e spirituali godono del primato su quelli materiali e tecnici. Ciò importa che, in tutte le sue fasi, l'economia si strutturi secondo modalità personalistiche, comunitarie, in una parola, secondo dimensioni di trascendenza.
Si avrà, allora, un'economia omogenea al bene comune universale, un'economia che i vari soggetti sociali debbono cercare di favorire per l'unificazione della famiglia umana.
Un tratto distintivo del pensiero di Benedetto XVI è rappresentato dalla riproposta della fraternità, come principio base della vita economica e sociale (cfr. ad esempio Civ, 19).
La fraternità dev'essere considerata come quella dimensione costitutiva dell'essere e della relazionalità umana che è donata da Dio-Amore (cfr. Civ, 34) e che, per ciò stesso, include tutte le persone nell'unica famiglia umana. La fraternità è quella forza morale che si esplica in dedizione e in dono gratuito di sé, nel conseguimento del bene dell'altro e dell'umanità intera e, per conseguenza, in creatività architettonica sul piano delle istituzioni, riformandole o inventandone di nuove, perché esse siano sempre più commisurate all'altissima dignità delle persone e del loro compimento umano in Dio.
Con la sua tensione disinteressata al bene dell'altro, la fraternità diviene movente essenziale nella configurazione di un nuovo Stato sociale, che intenda rendere disponibili beni e servizi commisurandoli alle persone concrete, nella loro individualità, ritenute esseri integrali, aventi bisogni anche "meta-materiali", di tipo psicologico, affettivo, religioso.
Per Benedetto XVI, è proprio lo spirito di fraternità che, quando permea l'attività economica, le consente di essere solidale, inclusiva, competitiva, e di intercettare i bisogni delle persone e delle società. È un tale spirito ad obbligarla, in certo modo, ad essere creativa, ad arricchire il tessuto della società civile, oltre a quello statale, con molteplici istituzioni imprenditoriali (cfr. Civ, 41), a realizzare così una prima forma di giustizia, che consente di offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno. In tal modo, si viene ad ovviare al pregiudizio secondo cui il mercato è neutro dal punto di vista morale (cfr. Civ, 36).
Ma la fraternità, che è così decisiva per umanizzare la globalizzazione e per migliorare le istituzioni in vista del soddisfacimento del diritto e del dovere allo sviluppo umano integrale - rammenta il Pontefice - non è una realtà che riusciamo a fondare o a raggiungere con le nostre semplici forze umane. Essa ha origine da Dio e ci viene dal suo Spirito, dallo Spirito di Carità del Cristo (cfr. Civ, 19). Diventano, allora, ultimamente decisive le parole con cui Benedetto XVI conclude la sua enciclica:  "Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l'amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l'autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato".
La questione della giustizia sociale concerne vari problemi (cfr. Civ, 48-49). Ultimamente si è posta con urgenza rispetto alla liberalizzazione del movimento dei capitali che, con le nuove tecnologie telematiche, possono essere immediatamente trasferiti da una parte all'altra del globo, sfuggendo al controllo delle autorità nazionali; nonché con riferimento alle crisi finanziarie periodiche e globali, che creano gravi conseguenze per l'economia reale, con pesanti ricadute sui più deboli. È il caso dell'uso sconsiderato della cosiddetta "finanza creativa", di cui esempio recente sono stati i ben noti mutui sub-prime. Ma in questi ultimi tempi abbiamo assistito a un altro caso di comportamento sregolato della finanza, con la speculazione sui titoli di Stato dei Paesi europei contrassegnati da un alto debito pubblico. Si tratta di questioni che ormai devono essere affrontate e risolte sul piano globale, con risposte proporzionate alla loro estensione.
La regolamentazione delle transazioni sui mercati valutari, come anche la prevenzione delle crisi finanziarie, richiede che ci si fermi a riflettere su più aspetti interconnessi:  l'attività finanziaria è attività umana e ha una funzione sociale indispensabile. Pertanto non può essere lasciata a se stessa, senza nessun intervento disciplinatore e orientatore sul piano nazionale e mondiale; occorre poi una seria riflessione sulla unitarietà dell'economia mondiale e sulla globalizzazione dell'economia. A questo proposito, non ci si dovrebbe stancare di chiedere:  per quale ragione, nonostante si parli in continuazione di economia globalizzata, non si approfondisce il discorso sulla unitarietà dell'economia mondiale, evidenziandone le implicanze sul piano della giustizia sociale? La realizzazione della giustizia sociale sul piano mondiale è premessa e condizione per uno sviluppo qualitativo e sostenibile per tutti e per una stabile pace sociale, oggi fortemente compromessa da vistose sperequazioni.
All'interno del tema della giustizia va, anche, collocata la realizzazione dell'obiettivo prioritario dell'accesso al lavoro o del suo mantenimento per tutti (cfr. Civ, 32). Per la Caritas in veritate, ciò è richiesto dalla dignità delle persone e, per l'appunto, dalla giustizia, la quale chiede di favorire lo sviluppo di tutti, prima che con l'assistenza, con la valorizzazione delle persone e delle loro capacità. I poveri non vanno considerati come un "fardello", bensì come una "risorsa", anche dal punto di vista economico (cfr. Civ, 35).
È interessante, a questo riguardo, notare come Benedetto XVI congiunga le ragioni della giustizia con la "ragione economica". Detto altrimenti, lo sviluppo economico dei Paesi si esplica in maniera florida, senza distinzioni, senza costi umani, quando esso è attuato secondo giustizia, ossia secondo criteri etici ed è perseguito secondo qualità. Qualora, invece, venga appiattito su criteri meramente tecnologici, "se nel breve periodo può favorire l'ottenimento di profitti, nel lungo periodo ostacola l'arricchimento reciproco e le dinamiche collaborative". "L'aumento sistemico delle ineguaglianze - prosegue il Pontefice - tra gruppi sociali all'interno di un medesimo Paese e tra le popolazioni dei vari Paesi, non solamente tende a erodere la coesione sociale, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del "capitale sociale", ossia di quell'insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza Civile" (Civ, 32). La stessa scienza economica conferma tutto ciò.
La recente crisi economica ha messo in luce nuovi limiti dell'attuale sistema e sta obbligando a ricercare forme di un capitalismo diverso che, senza perdere i propri aspetti positivi, si ponga maggiormente al servizio del bene comune, sia dei singoli popoli che della intera famiglia umana. Oggi l'impegno prioritario sembra essere quello di realizzare un capitalismo più responsabile, più equo e più sostenibile.
L'attuale crisi deve essere, allora, l'occasione per lasciare definitivamente da parte quella visione consumistica, dalla quale aveva già messo in guardia Giovanni Paolo ii nella sua enciclica Centesimus annus, specie al numero 35, e che la Caritas in veritate considera del tutto inadeguata rispetto all'impegno di costruire un'economia etica. Vanno, inoltre, superate quelle visioni che asseriscono, tra l'altro, che il libero mercato prescinde dall'intervento dello Stato, o che vi è un conflitto insanabile tra solidarietà ed efficienza.
I cattolici sono incoraggiati in questo cammino dal Magistero sociale che, senza indicare un capitalismo reale e concreto o una terza via, bensì proponendo una prospettiva data da un insieme di fattori, di istituzioni e di valori, sollecita un ideale di economia, "che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della creatività umana" (Ca, 42). Con la Centesimus annus, ma anche con la Caritas in veritate, la Chiesa propone, più che altro, un "capitalismo" etico, che deve trovare concretizzazione in ogni sistema economico reale e che sarebbe tale non solo perché si subordina al bene comune, ma ancor prima, perché è messo in atto da soggetti liberi e responsabili che lo organizzano e lo orientano al perseguimento dei fini specifici di un'economia di mercato avente una propria etica, che rifiuta un'avida idolatria del profitto.
Nella Caritas in veritate appare chiaramente suggerita l'immagine di un'"economia sociale", come anche di un'"economia civile". Si parla di imprese for profit e di imprese non profit (cfr. Civ, 46), di un'"economia della gratuità e della fraternità" (cfr. Civ, 38). Si aggiunge nel discorso economico il principio di reciprocità, accanto a quelli classici dello scambio e della redistribuzione. Per Benedetto XVI, il dono ha rilevanza economica e, pertanto, deve trovare posto nelle imprese, nell'economia, oltre che nelle famiglie e nella società civile.
In conclusione, se la Caritas in veritate non indica un sistema economico concreto e particolare, come si diceva poc'anzi, perché non è sua competenza, questo non significa che in essa si rinunci a offrire una progettualità economica germinale, un ideale di economia, comprensivo di alcuni profili di istituzioni storicamente riconoscibili, che le danno corpo e volto, senza tuttavia esaurirne le possibilità di concretizzazione.
Dopo le variegate esperienze dell'interventismo statale, tipico sia degli Stati occidentali, sia di quelli collettivistici, la forza dirompente della recente crisi finanziaria ha obbligato a rivedere le teorie relative all'intervento dello Stato in economia. Infatti, con la sua attività in campo economico, con le sue leggi e le sue politiche, l'intervento dello Stato può contribuire al bene di tutti.
L'esperienza in definitiva ha dimostrato che l'intervento statale dev'essere commisurato alle necessità storiche e cioè che esso va realizzato secondo un principio di sussidiarietà, inteso in modo flessibile. Conseguentemente, a fronte di situazioni complesse, il punto cruciale non è tanto scegliere tra intervento pubblico e mercato, ma riconoscere, tra le molte varianti possibili dell'uno e dell'altro, la combinazione a un tempo più efficiente e più equa. "Oggi - ricorda ancora Benedetto XVI - facendo anche tesoro della lezione che ci viene dalla crisi economica in atto che vede i poteri pubblici dello Stato impegnati direttamente a correggere errori e disfunzioni, sembra più realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere, che vanno saggiamente riconsiderati e rivalutati in modo che siano in grado, anche attraverso nuove modalità di esercizio, di far fronte alle sfide del mondo odierno" (Civ, 24).
Sia la Centesimus annus sia la Caritas in veritate affermano che il libero mercato realizza efficacemente un tipo di solidarietà che né lo Stato né la società civile sono in grado di attuare. Il mercato è un potente strumento non solo per utilizzare al meglio le risorse, ma anche per risolvere tanti problemi concreti.
Ma, se è vero che, sul piano nazionale, il libero mercato, pur essendo necessario, mostra chiaramente di essere insufficiente e imperfetto per lo sviluppo integrale e sostenibile, ciò è ancor più vero sul piano mondiale per quanto riguarda i bisogni basilari e i beni collettivi, quali la fraternità, la pace e la salvaguardia del creato. Anche su questo piano il libero mercato, dunque, dev'essere integrato dagli Stati e dalle società civili. È necessario che i tre soggetti, mercati, società civili e Stati siano coordinati ai fini di un'orientazione efficace dello sviluppo economico globale verso il progresso sociale e qualitativo della famiglia umana.
L'assenza di regole e specialmente di controlli, di trasparenza e di legalità, che la crisi finanziaria ha posto in luce, è nata non solo dall'incuria e talvolta da complicità politiche, ma anche dall'asimmetria tra la crescita di un'economia globale e la mancanza di istituzioni di vigilanza, di regolamentazione. L'autorità deve, pertanto, poter esercitare la sua funzione di controllo, di regolamentazione, di orientamento, di decisione, di promulgazione delle leggi. Oggi, è proprio questo il nodo cruciale sul piano nazionale oltre che regionale e mondiale, poiché il mondo si è mostrato interdipendente e anche impotente rispetto al controllo di fenomeni transnazionali che danneggiano profondamente popolazioni ed economie intere. E, recentemente, proprio Benedetto XVI ha sottolineato che, a fronte di rinnovati episodi di speculazione irresponsabili nei confronti dei Paesi più deboli, la politica europea non ha reagito con adeguate decisioni di governo della finanza.
Cosa fare in concreto? Innanzitutto va tenuto presente che l'economia integrata dei giorni nostri impegna i Governi ad una più forte collaborazione reciproca (cfr. Civ, 41). In secondo luogo, occorre procedere con urgenza alla riforma dell'architettura economica e finanziaria internazionale, trovando forme innovative di protezione e di partecipazione anche delle Nazioni più povere alle decisioni comuni (cfr. Civ, 67).
Risulta, pertanto, centrale la questione se basti una governance, a cui molti si appellano e che vede gli Stati trattare su un piano di parità, o se non sia anche necessario il riconoscimento di un government, autorità super partes, che possa far rispettare quanto viene deciso e sanzionare coloro che non ottemperano alle disposizioni prese.
Proprio per questo la Caritas in veritate sollecita ad andare decisamente, seppur per gradi, verso la costituzione di un'Autorità politica mondiale, commisurata all'esistenza del bene comune globale, regolata dal diritto, articolata secondo il principio della sussidiarietà (cfr. Civ, 67), ossia su più livelli e su piani diversi, per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico (cfr. Civ, 57).
A fronte della complessa crisi odierna - crisi delle intelligenze e crisi delle coscienze -, concernente molteplici settori, Benedetto XVI auspica l'apertura alla Sapienza che viene dall'alto, la creazione di un nuovo pensiero, grazie a sintesi culturali armoniose, aperte alla Trascendenza. Ma per il Pontefice è altrettanto indispensabile la pratica delle virtù. Infatti, egli annota:  "Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l'appello al bene comune" (Civ, 71).
Ciò comporta che le persone siano educate non sulla base di un'etica di terza persona, che in definitiva non lega le coscienze al bene, perché definito da un punto di vista a loro esterno, quello dello spettatore imparziale, ma di un'etica di prima persona, ossia un'etica che lega le coscienze a beni riconosciuti come tali. L'etica di prima persona è propria di un soggetto agente che regola i desideri e le passioni alla luce di un tèlos normativo, ossia un insieme ordinato di beni che sono accessibili alla persona in quanto essere intrinsecamente capace di vero, di bene e di Dio e, quindi, impegnato con gli altri nella comune ricerca di essi. Nelle figure moderne di etica, si parte, talvolta, da un fondamentale scetticismo nei confronti del bene umano. Si hanno a disposizione valori che sono "oggettivi" solo dal punto di vista sociologico. Lo scetticismo sul bene sottrae le ragioni alla giustizia, alla collaborazione, alla benevolenza, al rispetto dei soggetti umani, alla loro dignità.



(©L'Osservatore Romano 27 giugno 2010)
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