Ruggiero Bonghi, l'epoca del Kulturkampf e l'elezione di Leone XIII

Che intuito il primo vaticanista


di Roberto Pertici

Raramente, nella storia della Chiesa contemporanea, un evento è stato oggetto di attese contrastanti, anticipate analisi e svariate previsioni come il conclave che poi avrebbe eletto Leone XIII il 20 febbraio 1878. Era circa un decennio che l'opinione pubblica italiana ed europea ne discuteva:  non solo per l'età avanzata - rispetto agli standard del tempo - di Pio IX, il cui pontificato aveva oltrepassato nel giugno 1871 gli "anni di Pietro", per secoli ritenuti invalicabili (Sint licet assumpti juvenes ad Pontificatum - aveva scritto ancora nel XVIi secolo Abramo Bzovio - Petri annos potuit nemo videre tamen); ma soprattutto perché sarebbe stata la prima elezione dopo la fine del potere temporale e la proclamazione del dogma dell'infallibilità pontificia compiuta dal concilio Vaticano I.
Dal 1846, quando si era tenuto l'ultimo conclave, sembrava trascorso un secolo:  in Europa erano sorti due grandi Stati, il regno d'Italia e l'impero germanico, la repubblica era tornata in Francia, nel 1864 un'organizzazione internazionale di lavoratori con un programma rivoluzionario era stata fondata a Londra, nel lontano Oriente stava decollando la modernizzazione nipponica e - dopo una sanguinosa guerra civile - gli Stati Uniti si affacciavano sul Pacifico. Ma quanti mutamenti anche nella vita quotidiana! Ora i cardinali sarebbero giunti a Roma in ferrovia e dell'elezione del nuovo Pontefice i cattolici americani sarebbero stati informati pressoché in tempo reale grazie al telegrafo e al cavo sottomarino che collegava da qualche anno l'Europa alle due Americhe.
Nei primi anni Settanta, la stampa e i Governi europei cominciarono a interrogarsi sul conclave avvertito ormai come imminente. A muoversi per tempo furono soprattutto alcuni autorevoli giornali tedeschi, ispirati dal cancelliere Bismarck, allora impegnato in una grande offensiva contro il cattolicesimo germanico, il cosiddetto Kulturkampf. La proclamazione dell'infallibilità pontificia - questo più o meno il nocciolo delle loro argomentazioni - aveva definitivamente sottomesso al Pontefice gli episcopati nazionali e quindi la sua elezione andava ormai considerata dagli Stati europei al pari di una questione di politica interna. Come essi avevano voce in capitolo nelle nomine vescovili, così dovevano averla anche in quella del Papa:  era opportuno che le Corone che ne disponevano (Francia, Austria-Ungheria, Spagna) rispolverassero il diritto di veto, ma anche i nuovi Stati avevano da dire la loro. Si dovevano evitare colpi di mano:  si vociferava che Pio ix avesse in animo di riesumare la bolla emanata in prigionia da Pio vi per permettere ai cardinali di eleggere il nuovo Papa senza le formalità consuete e al più presto. In tal modo i cardinali non italiani, portatori degli eventuali veti dei rispettivi Governi, sarebbero arrivati a Roma a cose fatte. Alla fine del 1874 circolò sulla stampa germanica addirittura una bolla apocrifa attribuita al Pontefice regnante che sembrava dare disposizioni in tal senso:  un Papa eletto in questo clima di emergenza - si assicurava a Berlino - non sarebbe stato riconosciuto dal Governo tedesco.
Bismarck si mosse anche per via diplomatica  presso  i vari gabinetti europei, ma soprattutto presso quello italiano che - a meno di clamorose decisioni da parte dei cardinali - avrebbe ospitato sul suo territorio (tale era ormai il Vaticano) il futuro conclave. Queste avances furono cortesemente respinte, ma gli uomini della Destra storica che allora governavano l'Italia ritennero opportuno dare anche una risposta pubblica, sia pure di carattere ufficioso:  lo fecero attraverso una serie di articoli sull'autorevole "Nuova Antologia" affidati a uno dei loro massimi esperti di politica ecclesiastica, il napoletano Ruggiero Bonghi:  era la fine del 1872.
Per certi aspetti Bonghi è stato il primo dei "vaticanisti" italiani. In realtà fu molto di più:  traduttore di Platone, teorico della letteratura, costituzionalista, giornalista, analista di politica internazionale, cultore di problemi scolastici, storico ed eminente uomo politico. Da quando, esule da Napoli dopo la reazione del 1848, aveva incontrato a Stresa Antonio Rosmini ed era stato testimone delle sue lunghe discussioni filosofiche con Manzoni e Gustavo di Cavour, egli aveva fatto propria la sensibilità politico-religiosa di quei cattolici liberali, senza tuttavia mai giungere a condividerne la fede. Era stato perciò uno dei più fedeli sostenitori dell'impostazione separatistica del conte di Cavour:  un separatismo amico della religione, alla quale voleva assicurare una libertà inedita nell'Europa del tempo, purché rinunziasse a ogni residuo di temporalismo. Bonghi sapeva bene che le sue posizioni stavano diventando minoritarie:  non solo la Sinistra le avversava, ma anche nel suo partito erano sempre meno condivise. "Nei partiti liberali - scriveva - è nata una grande scissura, poiché dove gli uni continuano a intendere libertà nel significato solenne di restrizione dell'autorità pubblica rispetto alla manifestazione ed all'azione di ciascuna opinione morale e religiosa, gli altri hanno cominciato da più anni a dargli quello di prevalenza procurata mediante la potestà laica e le sue leggi, alle opinioni, le quali non s'appellano che dalla ragione umana, sopra quelle che si fondano sopra le tradizioni e soprattutto sulla tradizione cattolica. La differenza tra i primi liberali e i secondi è davvero grandissima e sostanziale". Così - dopo il 20 settembre 1870 - era stato uno dei massimi ispiratori della legge delle guarentigie, che, fra l'altro, nei suoi articoli 6 e 7 si impegnava a garantire la massima libertà e sicurezza ai cardinali radunati in conclave.
Nei saggi pubblicati alla fine del 1872 (Il Conclave e il diritto dei Governi), Bonghi dava una serie di risposte alle questioni che allora si agitavano, anche sulla base di una conoscenza precisa degli ambienti vaticani. Vide giusto praticamente su tutto:  il prossimo conclave - scriveva - si sarebbe tenuto a Roma, soprattutto se il Governo italiano restava nelle mani della Destra, poiché "il Collegio sentirà, senza dirlo, che non ha paura d'essere distolto nelle sue deliberazioni". Anche se il Pontefice avesse mutato qualcuna delle consuete procedure dell'elezione (abbreviando per esempio i tempi per la convocazione del conclave), era improbabile che "il Collegio sentisse la necessità di prevalersi di questa mutazione. Quantunque un partito in esso e fuor di esso sarà per l'elezione subitanea, e fatta senza la presenza de' forastieri, e come in estremo pericolo, la maggioranza sarà di parere contrario, e vorrà colla ponderazione dare credito all'atto suo". Bonghi escludeva che gli Stati che godevano del diritto di veto, vi sarebbero ricorsi e dava per certa l'elezione di un cardinale italiano:  quello che sembrerà il più prudente, il più adatto a dare una svolta rispetto alla politica di Pio ix e a riavvicinare la Santa Sede ai maggiori Stati europei. Quanto al Governo italiano - ribadiva con forza - aveva un solo obbligo:  "Lasciar fare; ed aspettare e rispettare il fatto".
Il deputato napoletano non si sottraeva alle aspettative dei suoi lettori. Faceva, cioè, i nomi di quelli che erano - a suo modo di vedere - i "papabili":  l'arcivescovo di Bologna, Carlo Luigi Morichini, quello di Perugia, Gioacchino Pecci, il patriarca di Venezia Giuseppe Luigi Trevisanato, il prefetto della Congregazione dell'Indice, il siciliano, Antonino De Luca. Erano tutti del partito "moderato", cioè tendenti a un qualche cambiamento rispetto alla politica del cardinale Antonelli. Ad essi aggiungeva l'arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, a lui invece più vicino.
Bonghi raccolse questi saggi in un volumetto del 1873 (Frati, Papi e Re, stampato a Napoli, presso Morano), che fece molto discutere. Quattro anni dopo, nel novembre del 1877, volle ripubblicarlo presso l'astro nascente dell'editoria italiana, il milanese Emilio Treves. Molte cose erano cambiate:  non solo la forte fibra di Pio IX aveva retto fino ad allora, ma con una serie di concistori egli aveva profondamente mutato il volto del Sacro Collegio. Antonelli era morto e gli era succeduto - portando avanti la medesima politica - il cardinale Giovanni Simeoni. Dal 1874 al 1876, Bonghi era stato ministro della Pubblica istruzione in un Governo guidato da Marco Minghetti, ma nel marzo del 1876 il suo partito era stato sbalzato dal potere ed egli era ormai deputato d'opposizione. Ora era la Sinistra giurisdizionalista e massonica a governare, ma sulla questione del conclave ostentava le medesime idee degli avversari e in realtà le avrebbe poi seguite.
Ai saggi del 1872, l'ex ministro ne aggiungeva uno dal titolo significativo (Dopo quattro anni) in cui esaminava il nuovo volto del Collegio cardinalizio. Tendeva ancora a dividerlo fra "zelanti" (i seguaci della politica di Antonelli e Simeoni) e "moderati" e continuava a ritenere molto probabile il successo di questi ultimi. Tornava anche sulla lista dei "papabili":  il tempo aveva ulteriormente ristretto l'elenco e Bonghi azzardava una previsione "secca", quella del cardinale di Perugia:  "Il cardinal Pecci, nominato testé Camerlengo, è uno certo dei più eletti ingegni del Collegio e delle nature meglio temperate, e più sanamente vigorose, che ne facciano parte. Ha studiato bene; ha governato bene; è stato vescovo egregio. L'ideale del Cardinale è bene alto anch'esso, come ogni altro; e dell'Em. Pecci si può dire che l' abbia effettuato in sé stesso".
Neanche tre mesi dopo, l'arcivescovo di Perugia era Papa. Per molti anni il deputato napoletano ne avrebbe analizzato con attenzione e continuità le scelte religiose e politiche, alternando critiche (soprattutto alla politica verso l'Italia) e riconoscimenti, ma con un'ammirazione di fondo che emerge a più riprese. In occasione del suo giubileo sacerdotale, scriveva ancora sulla "Nuova Antologia" del primo giorno del 1888:  "Un giorno o l'altro (...) la pace religiosa rifulgerà di nuovo nella penisola, pace, che può parere di poca importanza soltanto a quelli che ignorano dove e come si reggano le società umane, pace, che non uccida nessuna libertà, che non recida nessun contrasto d'idee, ma anzi mediante la libertà stessa nudrita di sentimento, vivifichi la vita morale della nazione. Questo giorno io l'aspetto con fiducia, quantunque sappia di doverlo lungamente aspettare.  E  in  questa  speranza  saluto Leone XIII, figliuolo ancor lui di questa terra, e testimone più di molti altri, della inesausta vigoria sua:  e lontano e, certo, respinto e non voglioso né bisognoso di esser vicino ed accolto, m'accompagno al coro dei suoi ammiratori, anzi dei suoi devoti. Giacché l'ammirazione per quelli in cui lo spirito di Dio ha stampata più vasta e profonda l'orma del creatore suo spirito, non abbassa ma innalza; e la divozione all'Iddio che si riveli per tal modo nell'uomo, è supremo dovere".



(©L'Osservatore Romano 7 luglio 2010)
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