Nella bottega dell'artista veneto una vera e propria industria delle figure

Azienda Tiziano


L'efficientissima organizzazione produttiva
era fondata sul coinvolgimento di allievi, parenti e collaboratori

di Antonio Paolucci

Quando il giovane Tiziano dipinge al Santo di Padova i suoi primi affreschi con le Storie di sant'Antonio, i documenti contabili lo registrano come depintor, uno dei tanti che fornivano la loro opera di apprezzati artigiani nei palazzi e nelle chiese di Venezia e del Dominio.
Siamo nel 1511. Sessanta anni dopo, nell'incisione a stampa che divulgava in Europa il Martirio di san Lorenzo capolavoro della vecchiaia, Tiziano si firma eques caesareus. A quella data egli è cavaliere imperiale, conte palatino, i suoi clienti sono l'imperatore Carlo v, il fratello re Ferdinando, Maria d'Ungheria reggente dei Paesi Bassi, Massimiliano re di Boemia, i grandi Elettori del Reich germanico, il Papa di Roma, il potente banchiere Anton Fugger, il Doge e gli oligarchi della Serenissima Repubblica.
Il pittore originario delle montagne del Cadore che aveva mosso i primi passi nella Venezia del vecchio Bellini e del giovane Giorgione, ha fatto, in sessant'anni, una carriera splendida e gloriosa. Ha goduto e gode della totale fiducia dell'imperatore Carlo v e poi di suo figlio Filippo ii. Nel 1547-1548 e poi nel 1550-1551 è stato ospite della Dieta Imperiale ad Augsburg. I suoi quadri hanno prezzi accessibili soltanto alle élites d'Italia e d'Europa.
È anche molto ricco Tiziano allo zenith della sua fortuna. Investe con sagacia i proventi della sua professione, moltiplica gli interessi commerciali e finanziari, gestisce una vera e propria industria pittorica. Solo la dorata vecchiaia di Picasso può essere paragonata a quella di Tiziano.
Dalla casa-atelier veneziana di Biri Grande, insieme residenza, laboratorio, spazio espositivo e ufficio, il pittore tesse e governa una fitta rete di internazionali relazioni che possiamo definire "sistema Tiziano". Questa definizione - sintesi insieme della attività professionale, della fortuna critica e del successo di mercato del grande pittore durante il corso del XVI secolo - la incontriamo in un monumentale volume curato da Giorgio Tagliaferro e Bernard Aikema, con Matteo Mancini e Andrew John Martin.
Le botteghe di Tiziano si intitola il volume (Firenze, Alinari 24Ore, 2009, pagine 270, euro 90) ed è giusto declinare il nome al plurale perché i modelli del Vecellio, la sua "officina di immagini", hanno i loro centri principali di produzione e di divulgazione nell'atelier veneziano di Biri Grande e nella Augsburg delle Diete imperiali, riverberandosi nella pittura europea del Manierismo internazionale. Con Lambert Sustris, Hans von Aachen, Hendrick Goltzius, Cornelis van Harlem, Jan Stephan van Calcar, Anthonis Mor.
Ma come funzionava in concreto il "sistema Tiziano"? Funzionava grazie a una formidabile ed efficientissima organizzazione produttiva fondata sul coinvolgimento di allievi, di parenti, di collaboratori.
Per più di mezzo secolo, come pianeti intorno al loro sole, ruotano intorno a Tiziano schiere di pittori, diversi per provenienza, per qualità, per formazione. Alcuni con ruoli di cooperazione continuata, altri soltanto occasionale.
Con la diffidenza tipica del montanaro, Tiziano si fida in primis della famiglia, intesa come blocco di interessi, come impresa. Ed ecco emergere sugli altri il nome del fratello Francesco Vecellio, del figlio Orazio, del nipote Marco, del cugino Cesare. Insieme ai loro nomi figurano quelli di artisti conosciuti e riconoscibili:  Gian Paolo Pace, Girolamo Dente, Polidoro da Lanciano. Mentre di molti altri collaboratori è impossibile arrivare all'identità anagrafica.
Carlo Ridolfi, storico veneziano del Seicento, scrive che quando Tiziano usciva di casa "lasciava a bella posta le chiavi nel camerone dove teneva le cose pregiate e durante la sua assenza i discepoli si davano a far copie delle opere più belle, stando uno di loro di scorta". Poi - continua il Ridolfi - il Maestro, tornato in studio, le finiva di "sua mano".
L'atelier di Tiziano quasi come una specie di catena di montaggio che licenziava, con il marchio della ditta, quadri di diversi e spesso minimi livelli di autografia.
Le "cose pregiate", quelle che più interessavano i mercanti e i collezionisti e che quindi più conveniva copiare, erano le tele a soggetto mitologico-erotico. Quante Veneri nude, quante Danae fecondate dall'aureo seme di Giove nel corpus di Tiziano! Alcune totalmente autografe, altre solo parzialmente, molte nelle quali la presenza diretta di Tiziano si avvicina o tocca lo zero.
L'idea che l'"officina di immagini" inventata da Tiziano e divulgata in tutta Europa, da Madrid a Dubrovnick da Praga alle Fiandre, poggiasse su un team-work perfettamente collaudato, efficiente e flessibile, è indubbiamente suggestiva. Soprattutto è vera. Del resto così, nei secoli passati, era organizzata l'industria delle figure.
Le Vite di Giorgio Vasari ci hanno educato a una concezione personalistica dell'attività degli artisti. La cultura romantica con l'esaltazione del "genio" inimitabile ha fatto il resto.
Questo libro di Giorgio Tagliaferro e di Bernard Aikema ci fa intendere la straordinaria importanza della bottega nella storia delle arti. Il caso di Tiziano è esemplare. Se le sue Vergini Assunte, i suoi Cristi flagellati, le sue Veneri e le sue Danae hanno conquistato l'immaginario d'Italia e d'Europa, è perché una vera e propria "azienda" di allievi e di copisti ha divulgato quelle figure, magari reinterpretandole, magari adeguandole - come spesso accade nel caso dei pittori stranieri tedeschi e fiamminghi - al gusto e alla cultura figurativa della patria di origine.
Se noi esaminiamo nella sua interezza il corpus di un grande pittore del passato (Raffaello, Rubens, Rembrandt) ci accorgiamo che esso è il risultato di un lavoro collettivo, non di un unico genio solitario.
Non avremmo il Raffaello delle Logge senza Giulio Romano e Perin del Vaga, senza Polidoro da Caravaggio e Giovanni da Udine, senza il Machuca e il Marcillat, senza tutti gli altri che hanno messo in figura le idee dell'Urbinate. Gli affreschi delle Logge non sono mai stati direttamente toccati dal pennello di Raffaello. Eppure sono suoi quanto i ritratti Doni o la Madonna della Seggiola, dipinti di riconosciuta totale autografia.
Allo stesso modo non avremmo la fortuna di Tiziano, il riconoscimento del suo destino centrale nella storia della veneziana civiltà del colore, senza i tanti artisti che in ruoli diversi, a livelli di qualità disuguali, in forme di coinvolgimento più o meno impegnative, hanno contribuito a costruirne il corpus.



(©L'Osservatore Romano 9 luglio 2010)
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