Primo incontro con gli «Inni»

Sant'Ambrogio e il chierichetto


Pubblichiamo il racconto autobiografico che apre il libro Preghiera e poesia negli Inni di sant'Ambrogio e di Manzoni (Milano, Jaca Book, 2010, pagine 182, euro 18, con prefazione del direttore del nostro giornale).

di Inos Biffi

Direi di aver incontrato gli inni di sant'Ambrogio negli anni della fanciullezza, o poco oltre. Diventato, infatti, chierichetto, intorno agli otto anni, non mancavo mai, la domenica e nelle feste, al canto dei vespri parrocchiali, a cui seguivano una buona spiegazione della dottrina cristiana a un'assemblea normalmente attenta, anche se non di rado assonnata nei pomeriggi estivi, e la solenne benedizione col Santissimo Sacramento.
Ho ricordato di essere diventato presto chierichetto:  fu per un inaspettato e provvido invito, a cui subito acconsentii, di un compagno di scuola, intelligente e buono, già da qualche tempo chierichetto, e col quale avrei condiviso una cordiale amicizia, prima che il Signore lo chiamasse in ancor giovane età e dopo dolorose peripezie.
Non potevo certo allora immaginare che quell'invito sarebbe stato decisivo per la mia esperienza religiosa, la storia della mia fede e l'orientamento della mia vita. Forse per questo, la circostanza in cui mi fu rivolto mi è rimasta impressa, sia pure con i contorni non più lucidi:  mi pare fosse sul piazzale della chiesa, una domenica, dopo una celebrazione, forse i vespri.
Rimasi gioiosamente fedele a quell'impegno tutto il tempo della fanciullezza e dell'adolescenza, fino all'ingresso in seminario, anche se, abitando alquanto distante dalla parrocchia, quella fedeltà comportava percorsi giornalieri fatti di salite e di discese, già di mattina presto - il primo tocco di campane si faceva sentire alle cinque e trenta - quando ancora era buio e s'intravedeva appena la strada di campagna, che dovevo percorrere:  una strada ghiacciata o innevata nella rigida stagione invernale, o tutta fangosa nella stagione delle piogge.
Era un cammino percorso in solitudine e avvolto da un grande silenzio, interrotto soltanto dal latrato di qualche cane e dal canto del gallo proveniente da qualche casolare dei dintorni. Allora non conoscevo l'inno di sant'Ambrogio Aeterne rerum conditor, dove ricorre il canto del gallo "araldo del giorno", con i versi:  "Già s'ode l'araldo del giorno, / che veglia nel profondo della notte:  / è come luce a chi cammina al buio, / delle notturne veglie è segnale", e quelli che seguono.
Lo avrei conosciuto e gustato molti anni dopo, dedicandomi alla cura dell'edizione degli inni di sant'Ambrogio e alla riforma del Breviario Ambrosiano.
Durante il tragitto, che allora mi sembrava più lungo di quel che fosse in realtà, mi avveniva anche d'incontrare qualche operaio che in bicicletta, di buon'ora, si recava al lavoro, o alcune donne che scendevano dal Mirasole e come me si avviavano alla prima messa:  non erano taciturne, e il solo sentire il loro chiacchiericcio mi rassicurava.
Con tutto ciò, non venivo distolto dai vari e non vuoti pensieri che occupavano la mia mente lungo la via che dal Tricodaglio saliva fino all'antica Lomania, un minuscolo paese di collina, allora con poco più di mille anime:  Tricodaglio era invece, ed è tuttora, il nome curioso e, come sembra, di origini remote, della mia esigua frazione, situata all'incontro di tre strade sassose, ai piedi della collinetta del Mirasole.
Quando, forse in seconda o terza elementare, imparai a memoria la poesia Ave di Diego Valeri, dove il poeta scrive dell'Angelo che "Lieve lieve ha sfiorato con l'ala di velluto / il povero paese", spargendovi "un tenue lume / di perla e di turchese / e un palpito di piume", pensai subito al mio "povero paese", al campanile della sua chiesa, da dove scendevano fino al "gruppetto di case" del Tricodaglio - sono sempre i versi dell'Ave di Valeri - "gli ultimi tocchi / cullati come foglie / dal vento della sera". Ero convinto che anche dalle nostre "più oscure soglie" l'Angelo si volava via "a portar la preghiera / degli umili a Maria":  Lomagna, allora, un po' come tutta la Brianza, era una terra di laboriosi e sfruttati contadini, in un primo tempo a mezzadria con i proprietari, signorotti locali o marchesi e conti di un illustre casato milanese, che possedevano ai margini del paese un bel palazzo settecentesco.
Ma più che nei viaggi di andata era durante quelli di ritorno che coltivavo le mie riflessioni, specialmente rimeditando le parole ascoltate nelle prediche, che ripetevo e persino declamavo, per ricomporle secondo una mia logica e i miei gusti.
Forse quell'esercizio non fu vano per la predicazione, l'insegnamento e la scrittura che mi avrebbero occupato tanti anni dopo, e dove avrei sempre ricercato una coltivazione e quasi un culto della parola.
Nei mesi scolastici, finita la messa, quasi sempre preceduta, alle sei meno un quarto, dall'ufficio dei defunti, i cui notturni in latino, dopo qualche tempo, avevo imparato quasi a memoria, occorreva raggiungere la casa in fretta, e subito riprendere la stessa strada per frequentare la scuola.
E, pure, quel servizio liturgico così mattiniero, agli inizi ancora presieduto dal parroco anziano e irascibile, non mi era mai pesato, anche se l'oscurità mi angosciava, e ogni rumore o soffio di vento che agitasse le foglie mi impauriva, e persino mi spaventava il muoversi della mia ombra, che la luna proiettava sui terreni tutt'intorno, attraversati da torrenti e rogge, e ricchi di fontanili. E, infatti, quand'era in piena la Molgoretta, non mancava una certa apprensione ad attraversare il ponte.
Se, però, nelle mattine gelide d'inverno era sereno e il cielo tutto stellato, lo spettacolo, con la brina che imbiancava i terreni sotto il ciglio della strada, mi incantava.
Al ritorno, la vista era mutata:  dopo l'alba il cielo si era fatto chiaro, e in autunno o d'inverno il sole già sorto faceva brillare i campi circostanti. Ignoravo, allora, la pagina de I Promessi Sposi che, all'inizio del quarto capitolo, descrive l'uscita di padre Cristoforo dal convento di Pescarenico, la sua salita alla casa di Lucia, e intorno "la terra lavorata di fresco", che "spiccava bruna e distinta ne' campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza"; ma appena venni a conoscenza di quella pagina, mi ritrovai come in un paesaggio noto:  il pensiero tornò subito alle vedute contemplate in quei miei percorsi mattinieri che mi facevano gioire immensamente.
A distanza di più di sessant'anni, mi pare di rivedere quello spettacolo e di risentire quell'impressione:  serbati vivi nel fondo dell'anima, tornano a suscitare l'immutato piacere della memoria, forse anche perché, a distanza di tempo, i ricordi sono soliti abbellire e trasfigurare anche le vicissitudini meno affascinanti e meno piacevoli  del  passato.  Ma  torniamo  agli inni di sant'Ambrogio e ai vespri domenicali.
Nel tempo ordinario si cantava a distesa uno dei suoi inni più belli, il Deus creator omnium, scritto per l'"ora dell'accensione", che tanto aveva incantato e commosso sant'Agostino e che anche sua madre, Monica, ben conosceva e citava.
Certamente, in quegli anni acerbi non capivo nulla dei versi splendidi di quell'inno, come di quelli dell'Intende qui regis Israel, nei vespri natalizi, o di quelli dell'Hic est dies verus Dei, nel tempo pasquale.
D'altronde, nessuno capiva quello che cantava, ma tutti lo stesso cantavano a distesa quei carmina che, come professioni sonore della fede, con sagace percezione pastorale, sant'Ambrogio aveva composto per la preghiera liturgica dei suoi fedeli, nel corso della giornata o nelle feste del Signore e dei martiri. A poco a poco finii, però, con l'impararli quasi a memoria. Qualche cosa, tuttavia, mi ingegnavo di capire, aiutato dai volumetti, dai profili variamente colorati a seconda dei tempi liturgici, che l'Opera della Regalità dell'Università Cattolica con felice iniziativa metteva in mano dei fedeli perché potessero seguire i riti e parteciparvi attivamente, e dal denso e prezioso Parrocchiano Ambrosiano.
Di là dalla comprensione che allora ne potessi avere, quegli inni ambrosiani a poco a poco si depositarono in me come un seme silenzioso, in attesa di germogliare quando, molto più tardi, a seguito di circostanze, alcune prevedibili e altre affatto imprevedute, mi sarei dovuto soffermare a lungo su di essi, per studiarli e per tradurli.
E sempre a quei vespri incominciai a sentir cantare, insieme con gli inni di sant'Ambrogio, i salmi in latino, e anche di essi imparavo a memoria qualche versetto. E al riguardo mi viene in mente quanto mi narrava il cardinale Giovanni Colombo del suo nonno materno che, vedendo per la prima volta la gran "foppa" del mare, a Genova, prima di imbarcarsi come emigrante in Argentina, ebbe a esclamare:  "Vedi il mare, e fuggi!":  era la sua versione del versetto del salmo 113 (v. 3) cantato ai vespri nella chiesa parrocchiale di Caronno, Vidit mare et fugit.
Mi veniva spontaneo di collegare strettamente quelle liturgie vespertine alle stagioni; il tempo di Quaresima e di Pasqua alla primavera che scioglieva i ghiacci e rinverdiva i prati; il tempo dopo Pentecoste all'estate, che indorava le messi e, qualche anno, con la sua arsura insopportabile inaridiva e disseccava i campi di granoturco - da qui le preghiere e le processioni per propiziare l'acqua - il tempo d'Avvento si associava all'autunno, con le sue nebbie, specialmente al fondo della discesa, al Lavandaio, dove scorrevano le rogge, e con le prime ombre della sera, che sentivo e aspiravo con diffusa mestizia; mentre il tempo del Natale, dell'Epifania e delle domeniche che seguivano ci collocava nell'inverno, con tanta neve e ghiaccio, che rendeva la strada scivolosa, e si aveva l'impressione che non passasse mai.
Era come se la grazia dei misteri si disposasse con le stagioni e le attraversasse, assumendo la forma sensibile della natura:  la grazia infusa nei ricorsi dei tempi, che si trovavano, così, nobilitati e sublimati, e da puro calendario meteorologico passavano a calendario della pietà e a ciclo di salvezza.
Questa associazione non ha cessato di perdurare e ha facilitato la visione teologica, che avrebbe portato frutti in seguito, di tutta la realtà creata per mezzo di Cristo, in lui e in vista di lui, e quindi anche del tempo, in cui si dispiega la sua signoria.
Anche durante i tragitti solitari verso casa dopo i vespri non mancavo di riandare a quello che si era celebrato o cantato in chiesa, salmi o inni. Era ancora una seminagione:  negli anni successivi li avrei ritrovati.



(©L'Osservatore Romano 11 luglio 2010)
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