Nel 1931 Pacelli invitò i vescovi spagnoli a riconoscere la Repubblica

Fiducia tradita


di Vicente Cárcel Ortí

La prima decisione che la Santa Sede prese dopo il riconoscimento diplomatico della Seconda Repubblica spagnola (23 aprile 1931) fu di chiedere ai vescovi di raccomandare ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli rispetto e obbedienza verso i poteri costituiti per il mantenimento dell'ordine e per il bene comune.
Prima che tale decisione fosse comunicata ai prelati per la via ordinaria della Nunziatura Apostolica, il vescovo di Barcellona, Manuel Irurita, l'anticipò pubblicando il 16 aprile una circolare in castigliano e in catalano, dove dava disposizioni al clero della sua diocesi affinché si tenesse lontano dalle dispute politiche, senza negare il rispetto per le autorità civili, fra le quali una, che si dichiarava cattolica, gli aveva reso visita per tranquillizzarlo, dicendogli che il nuovo "Stato catalano", anche se aveva un carattere laico, avrebbe rispettato la religione.
Il vescovo credette opportuno ricambiare la visita. Sia il vescovo Irurita sia il cardinale Vidal, arcivescovo di Tarragona, si presentarono al presidente del Governo catalano, Maciá, per congratularsi con lui e assicurarlo della loro collaborazione e di quella del clero.
Nella sua prima comunicazione al cardinale Pacelli, Vidal disse:  "La mia intenzione è di mettermi in contatto, se la Santa Sede lo ritiene opportuno, con il signor Maciá, organizzando un incontro riservato, e se ciò non fosse possibile, facendogli visita nel Palacio de la Diputación, per vedere se riesco a evitare misure di carattere radicale e contrarie agli interessi della religione. È preferibile prevenire che protestare, o porre rimedio a un danno fatto. Opererò con la massima prudenza dopo essermi affidato al Signore (...) Non mi dilungo ulteriormente, poiché suppongo che lei attraverso la stampa sia al corrente di quanto sta accadendo qui. Che Dio ci tenga per mano! Conviene non perdere la serenità, e neppure la prudenza e l'energia".
Il cardinale primate Pedro Segura tuttavia censurò l'intervento del prelato barcellonese, poiché lo considerava precipitoso; per questo Irurita il 21 aprile scrisse al nunzio Federico Tedeschini dicendogli:  "Alle amarezze e alle angosce che sto provando in questi giorni, il Signore ha voluto aggiungerne un'altra, molto più dolorosa, quando l'eminentissimo signor Cardinale Arcivescovo di Toledo mi ha comunicato che la mia lettera circolare al clero della diocesi non ha fatto una buona impressione e che avrei dovuto prima consultare Sua Eminenza. Non voglio giustificarmi; se ho peccato sono pronto a fare la penitenza e a ritrattare, se mi si ordina di farlo. Ma erano così crudeli le circostanze dei primi giorni, il panico, il disorientamento, i pericoli (non è possibile né prudente descriverli per lettera), che mi sono visto nel caso urgentissimo di dettare le disposizioni già pubblicate, con le consulenze e i consigli che qui mi sono stati offerti". Il nunzio approvò il modo di agire del prelato barcellonese.
Il vescovo di Tortosa, Félix Bilbao, non temeva estremismi e violenze nella sua diocesi, perché "qui i fatti si sono svolti senza attriti né disturbi, e i consiglieri repubblicani che hanno vinto a grande maggioranza sono persone serie e dalla buona posizione". Il vescovo visitò nella sua residenza il nuovo ministro dell'istruzione pubblica, Marcelino Domingo, "per stabilire un primo contatto con le nuove autorità, per la particolarissima posizione del signor Domingo in questa città, dove non si può negare che è l'idolo di migliaia di sostenitori che si sentono tanto uniti a lui".
Nel commentare questa visita, Bilbao disse al Nunzio che il ministro lo aveva ricevuto "molto cordialmente e al mio saluto e all'auspicio che gli ho formulato che il Signore lo aiutasse e illuminasse, per il bene della Patria, ha risposto che così sperava, con la collaborazione di tutti, aggiungendo che il Governo non doveva affrontare in quel momento i seri problemi in sospeso più di quanto fosse necessario, lasciando il resto alle Cortes, e sempre con il massimo rispetto per i sentimenti intimi e le credenze di ognuno. Si è mostrato grato per la visita".
Molte sono le testimonianze che si potrebbero citare per documentare l'unanime atteggiamento favorevole dell'episcopato dinanzi al nuovo regime, ma ci limiteremo a quelle più significative provenienti da vescovi di diverse regioni che risposero immediatamente all'invito della Santa Sede e del cui operato informarono debitamente la stampa sia locale sia nazionale.
"El Debate", il 19 aprile, pubblicò la circolare che l'arcivescovo di Valencia, Prudencio Melo, aveva indirizzato al clero e ai fedeli della sua arcidiocesi sul rispetto dovuto alle nuove autorità dello Stato. L'"Abc" del 21 aprile diede questa notizia:  "Il vescovo della diocesi di Vitoria ha visitato il governatore civile per manifestargli il rispetto per il Governo della Repubblica. L'incontro fra le due autorità è stato estremamente cortese. Il governatore ha promesso al prelato di trasmettere al Governo i voti che gli ha espresso". Lo stesso giornale il giorno dopo annunciò che l'arcivescovo di Valladolid, Remigio Gandásegui, "nella totale certezza che il Clero, nelle presenti circostanze di cambiamento di regime, aderisce alla dottrina della Chiesa riguardo ai Poteri costituiti e che nell'intervento politico e per quel che riguarda il ministero della predicazione rispetta le norme dei sacri canoni, si limita a disporre che in tutte le parrocchie si celebrino culti e rogazioni, pregando per le necessità della Patria e impetrando la pace e la prosperità della nostra amata Spagna".
Il vescovo di Osma, Miguel de los Santos Díaz Gómara, tolse dal suo palazzo episcopale la bandiera monarchica e la sostituì con quella repubblicana, "per evitare alterchi, al fine di togliere ai nuovi colori della bandiera qualsiasi apparenza di contrasto con la mia rappresentanza nella località di Burgos de Osma".
Il cardinale Ilundáin, arcivescovo di Siviglia, comunicò al capitolo metropolitano che "il nostro atteggiamento doveva essere di rispettare i nuovi poteri costituiti e di prestare all'interno della nostra sfera la cooperazione a tutto ciò che conduce al mantenimento dell'ordine e alle cose che portano al benessere politico volute e promosse dagli attuali governanti".
Il vescovo di Zamora, Manuel Arce, impartì istruzioni simili ai suoi sacerdoti e informò il nunzio dicendogli:  "Grazie a Dio in questa diocesi tutto è avvenuto fino al momento presente in modo corrente e normale, senza alcuna perturbazione dell'ordine pubblico e senza recare danni a persone o cose". Anche questo vescovo visitò il nuovo governatore civile della provincia "compiendo il dovere che le circostanze impongono".
Il vescovo di Almería, Bernardo Martínez Noval, comunicò a Tedeschini che nella sua diocesi si osservavano "le istruzioni date dalla Santa Sede", con religiosa fedeltà. "Quello di cui si ha bisogno è che il nuovo regime aiuti in tutto la Chiesa nello stesso modo disinteressato con cui essa lo aiuta. Da parte mia e da parte del clero si fa tutto ciò che si può e si deve fare e non riceveranno alcuna lamentela per quel che ci concerne".
Tuttavia a queste generose manifestazioni dei vescovi, che smentiscono le tesi difese da alcuni storici, secondo i quali la gerarchia ecclesiastica avrebbe manifestato ostilità alla Repubblica fin dalla sua proclamazione, le nuove autorità repubblicane non seppero o non vollero rispondere con la stessa generosità, come documentano numerosi incidenti che provocarono la censura dei metropoliti, che non nascosero la loro preoccupazione per la piega che gli eventi stavano prendendo.
Per questo, nella dichiarazione pastorale collettiva del 9 maggio, quando ancora non era trascorso un mese dall'instaurazione del nuovo regime, ratificarono pienamente le manifestazioni dei vescovi "nella fiducia che le autorità rispetteranno i diritti della Chiesa e dei cattolici, in una Nazione in cui la quasi totalità della popolazione professa la religione cattolica". Ma, allo stesso tempo, dissero apertamente che "i prelati spagnoli, nel loro desiderio sincero di non creare difficoltà al Governo ad interim hanno finora taciuto, con la speranza che da esso sarebbero stati pienamente rispettati i diritti di cui, per tanti titoli, godeva la Chiesa in Spagna. Il silenzio non può però essere interpretato facilmente come acquiescenza a misure isolate di diversi ministeri, che hanno prodotto una sgradevole impressione nei cattolici poiché hanno leso alcuni loro preziosissimi diritti, sui quali i prelati hanno il dovere di vegliare, in quanto appartengono al patrimonio della fede e dei costumi cristiani del popolo spagnolo".



(©L'Osservatore Romano 24 luglio 2010)
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