Restaurata in Vaticano la Sala dei santi del Pinturicchio

Lo splendore
che intimidì Carlo VIII


di Antonio Paolucci

Fra le risorse più preziose e più invidiate dei Musei Vaticani c'è il Laboratorio restauro pitture. Diretto da Maurizio De Luca, costituito da venti operatori di eccellente formazione e di consolidata esperienza, il laboratorio ha portato a termine negli ultimi anni imprese di eccezionale notorietà, difficoltà e prestigio; dai Quattrocentisti nella Sistina (Botticelli e Perugino, Ghirlandaio, Rosselli e Signorelli) a Michelangelo in Paolina.
Il restauro della decorazione pittorica dell'Appartamento Borgia, capolavoro di Bernardino di Betto detto il Pinturicchio, è in corso da qualche tempo. Non è ancora concluso ma ha già portato a risultati straordinari. Attualmente il cantiere, diretto da Maria Pustka con Federica Runco e Federica Cecchetti, ha terminato la prima parte dell'intervento in quel settore dell'Appartamento Borgia conosciuto come Sala dei santi.
Ma per comprendere a pieno la Sala dei santi, per capire Pinturicchio e il suo committente negli anni che videro nascere il ciclo iconografico forse più singolare del secolo, bisogna iniziare il percorso all'interno dell'Appartamento Borgia dalla sala detta dei Misteri della Fede, ambiente già restaurato dagli operatori del nostro laboratorio. Bisogna cominciare da lì e fermarsi di fronte alla immagine di Papa Alessandro vi che, in ginocchio, la tiara deposta ai suoi piedi, contempla in adorazione la Resurrezione. È un ritratto di presa mimetica totale, degno di un grande fiammingo, ed è un capolavoro di perfetta restituzione psicologica. Sotto il pesante piviale incrostato di oro operato e di oro in pastiglia, quasi corazzato dalla sacralità del suo ruolo, il Papa contempla e medita con passionale partecipazione.
Fermiamoci di fronte al ritratto del Papa, autografo del Pinturicchio (la restante decorazione è in gran parte opera di bottega); inquadriamolo nel lusso sfarzoso che lo circonda, nella celebrazione reiterata del suo nome e delle sue ascendenze e capiremo tutto. Capiremo il carattere di un uomo nel quale convivevano una fede sincera, una ferma consapevolezza del suo ruolo e del suo destino, e insieme, una voracità, quasi una bulimia nei confronti della vita, del potere, dell'arte, della cultura; queste ultime cercate e amate sotto il segno dello stupore, dell'eccesso, della dismisura.
Un uomo come Papa Borgia amava la cifra, l'emblema, il simbolo. Lo incuriosivano l'araldica e il mito, lo affascinavano le genealogie degli dei, le favole esotiche, le credenze misteriche. Tutto questo appare con smagliante quasi didattica evidenza nella Sala dei santi, la parte appena restaurata dell'appartamento.
I santi che danno il titolo all'ambiente sono Caterina d'Alessandria, Sebastiano, Barbara, l'Abate Antonio e l'eremita Paolo. Altre due scene raffiguranti Susanna e i vecchioni e la Visitazione completano il catalogo della iconografia giudaico-cristiana. Ma nei cinque ottagoni dipinti nell'arco centrale e nelle otto vele del soffitto, protagonista è il mito classico rappresentato da una variante estremamente rara ed eccentrica che mescola le Metamorfosi di Ovidio alla misteriosofia egizia tramandata da Apuleio e da Diodoro Siculo.
Vediamo dunque nella decodificazione esemplare delle scene dipinte offertaci dal Saxl (La storia delle immagini, Roma-Bari 1990) come la ninfa Io amata da Giove sia trasformata in vacca da Giunone gelosa e come ritrovi sembianze umane migrando in Egitto. Qui Io, custode di esoterica sapienza, viene identificata con la dea Iside ed è rappresentata in trono fra Ermete Trismegisto e Mosè. In seguito sposa il benefico dio Osiride che, ucciso e fatto a pezzi dal fratello Tifone (Seth), riemerge nella reincarnazione del bue Apis. A questo punto l'identificazione di Apis, ancestrale divinità salvifica, con il toro dello stemma Borgia, appare evidente.
L'umanista Annio da Viterbo, autore delle Antiquitates e probabile responsabile  del  progetto  iconografico, ha immaginato questa straordinaria sciarada mitologica sincretista e  misteriosofica  per  esaltare  il  nome e le ascendenze di Papa Alessandro vi.
Dappertutto il repertorio archeologico delle antichità classiche dilaga con imperiosa evidenza. L'Arco di Costantino fa da sfondo alla Disputa di Santa Caterina, il Martirio di san Sebastiano si staglia contro il Colosseo, la Piramide Cestia è la tomba di Osiride.
Nella decorazione dell'Appartamento Borgia, Vasari deplorava "i rilievi messi d'oro" considerandoli una vera e propria eresia prospettica perché in questo modo "vengono più inanzi le cose che diminuiscono, che quelle che secondo l'occhio crescono". Lo storico aretino aveva ragione ma quello che non aveva capito o, piuttosto, non voleva riconoscere era l'invenzione da parte di Pinturicchio di un nuovo originalissimo stile; uno stile volutamente aprospettico che si risolveva nella iperbole decorativa, nella oltranza cromatica, nella moltiplicazione delle immagini e dei repertori.
Era l'interpretazione dell'Antico dispiegata con sontuoso e minuzioso talento mimetico. Era la Domus aurea che riemergeva in tutto il suo splendore nei Palazzi Apostolici.
Come abbia potuto Bernardino di Betto portare a conclusione una impresa di questo impegno in poco più di due anni, non è facile da capire. Disponeva di numerosi collaboratori che riusciva a organizzare con grande efficienza. Soprattutto seppe mettere in opera una tecnica nuova, veloce, mista e discontinua.
I murali dell'Appartamento Borgia, come hanno dimostrato i recentissimi restauri, sono solo in parte ad affresco. Pinturicchio e i suoi lavoravano sulla preparazione ad affresco come sulla mestica di una pittura su tavola applicando stucchi dorati anche d'alto rilievo e miriadi di bottoni in cera anch'essi dorati. Intervenivano poi con vernici e lacche trasparenti così da dare all'insieme il lucente splendore che stupì e intimidì Carlo VIII di Francia in visita al Papa l'1 gennaio 1495. Uno splendore che oggi possiamo soltanto immaginare.



(©L'Osservatore Romano 27 agosto 2010)
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