Una lettura filosofica e teologica del gioco del football

Due calci in Paradiso


di Gaetano Vallini

Il calcio come metafora della vita. Fin qui nulla di nuovo. Ma se a questo si aggiunge che il calcio mette in campo la libertà dell'uomo, quella che può fare del suo ideale una realizzazione compiuta nella forma di una convivenza possibile, il discorso si fa ancora più impegnativo. Diventa addirittura arduo se dalla sociologia e dalla filosofia si passa nientemeno che alla teologia, attribuendo al gioco più popolare del mondo una visione escatologica, una sorta di utopia attraverso la quale riuscire a scorgere un indizio di paradiso. Un'enormità. Eppure è ciò che sostiene Bernhard Welte (1906-1983), uno dei maggiori filosofi della religione, in un saggio del 1978 dal titolo "La partita come simbolo della vita. Riflessioni filosofico-teologiche sul gioco del calcio".
Oggi quel testo, tratto da una conferenza, viene riproposto da Morcelliana, insieme con un altro breve lavoro del 1982 su "L'esistenza nel simbolo del gioco", nel volumetto Filosofia del calcio (Brescia, 2010, pagine 65, euro 8). E così facendo si porta la speculazione sul football a un livello ben superiore e impegnativo di quello che trova quotidianamente spazio sui mezzi di informazione.
"Il gioco della palla - scrive in un'ampia introduzione Oreste Tolone, che ha curato anche la traduzione dei due saggi - non è soltanto un modo per tirare un calcio a una sfera e imprimerle una traiettoria imprevista, introducendo così nel mondo una variabile impazzita; non è solo una testimonianza della creatività irriducibile dell'uomo. Giocando l'uomo aspira a una realtà diversa, superiore, di cui fa esperienza proprio in un rettangolo di gioco, al cui interno vigono leggi e norme del tutto speciali".
Partendo da questa base, per giungere alla sua teoria Welte fa sintesi di molteplici letture filosofiche del calcio. Il quale non è solamente retaggio di un passato arcaico in una società ormai evoluta. Così come non è solo un'astuzia della vita, che ne utilizza le energie come strumento pedagogico per le nuove generazioni; e neppure una trovata della società per contenere l'aggressività derivante dalla progressiva interdizione della violenza. Non è, infine, un mero strumento politico all'interno di una società di massa sempre più sensibile alla spettacolarizzazione degli eventi. Per il filosofo, sintetizza Tolone, "il calcio, oltre a essere tutto questo, potrebbe rappresentare un modo singolare di delineare mondi alternativi, di ipotizzare regni diversi da quello vigente, nei quali si affermino forme di convivenza più avanzate, pacifiche, o addirittura in grado di anticipare in terra il regno di Dio".
Ma come arriva Welte a una conclusione tanto suggestiva quanto sorprendente? Inserendosi nella linea interpretativa di Eugen Fink, secondo il quale il gioco del calcio appare come "un'oasi dell'eternità, una sospensione improvvisa della realtà in cui il comportamento non è più direzionato, finalizzato, né afflitto dalla tensione verso l'avvenire". Così, la partita di calcio "ha la caratteristica di un'estasi, di una redenzione temporanea, nella quale, per un attimo, l'uomo attinge direttamente alla quiete e alla creatività di un altro mondo".
Anche secondo Welte il calcio è una metafora della vita, di cui si sentono parte e protagonisti sia gli atleti in campo sia gli spettatori. Al pari della vita, la partita è un evento unico, che continua a riproporsi nel tempo ogni volta come se fosse il solo ad avere senso e come se fosse l'ultimo, la sfida definitiva, caricandosi di un valore che va molto al di là del significato oggettivo dell'incontro. Tutto ciò ha origine nella parentela che il calcio - archetipo del comportamento umano - ha con il mito e rintraccia un senso nell'affascinante simbolo dell'ordine continuamente desiderato e richiesto, profondamente radicato nella natura umana.
"Il gioco - spiega ancora il filosofo - sembra insegnare che c'è un orizzonte di conflitti legittimi". Però, aggiunge, esso sottostà a una regola, per così dire a un rituale, che ha una sua precisa funzione:  garantire parità di possibilità a entrambi i contendenti attraverso norme oggettivabili. "Tale rituale normativo - afferma Welte - da un lato fornisce alla gara e alle sue situazioni conflittuali una forma dotata di senso. Soprattutto, però, distingue una forma di disputa agonistica significativa da una forma insensata e cattiva". Insomma, le norme servono a contenere l'agonismo, anima del combattimento, evitando che degeneri. L'autore vede in questo lo specchio di una dialettica della storia che continua "a volersi rappacificare senza poterlo fare mai del tutto". Così, aggiunge, "l'archetipo mitico su cui l'intera vicenda storica è e deve essere misurata diventa, almeno in quanto gioco, realtà".
Tutto ciò "permette e addirittura richiede - sostiene il filosofo - un'interpretazione teologica". Il gioco, in tale ottica, sarebbe "un'espressione del principio di speranza", ovvero "di una forma di vita che, nella sua natura pacificata, non dovrebbe essere monotona per mancanza di vivaci conflitti, e che nella sua vivacità e audacia non dovrebbe mai essere ostile. Non è questa - si chiede Welte - un'anticipazione di ciò che nella Bibbia viene profetizzato come il regno di Dio?"
Tuttavia in questa visione escatologica occorre avere chiaro un concetto:  tutti i tentativi di attuare la speranza, non solo il gioco, "rimarranno dal canto loro sempre anticipazioni e la speranza non verrà mai completamente soddisfatta all'interno della storia. La speranza, per poter rimanere tale, deve sperare al di là di ogni storia. La speranza e la sua anticipazione esigono una reale configurazione della storia:  richiedono e necessitano di uomini nella storia, ma rimandano in conclusione al di là di ogni storia, nel mistero, che è più grande di tutto ciò che è umano e che tuttavia è il solo capace di rendere del tutto umana, nell'uomo, ogni cosa:  nel mistero di Dio e del suo regno, nel quale speriamo e per il quale preghiamo".
Dopo aver letto una tale interpretazione, affascinante e impegnativa, quasi azzardata, viene spontaneo ripensare a tante partite di calcio considerate epiche, consegnate alla moderna mitologia, e ai leggendari eroi che vi presero parte. Allora come non leggere in esse qualcosa che va oltre l'agire umano per collocarsi nella sfera dell'insondabile? Come non vedere nelle imprese degli atleti più dotati di classe e creatività, di istinto e di intelligenza, una scintilla di divinità? Come non riconoscere in un gesto tecnico sublime o in un gol meraviglioso, affidati per sempre agli almanacchi e ai manuali del calcio, un soffio di soprannaturale?
Con un solo dubbio, ora:  c'era davvero qualcosa di trascendente nella famosa "mano di dio", quella con la quale l'argentino Maradona segnò una rete storica all'Inghilterra ai mondiali del 1986?



(©L'Osservatore Romano 1 settembre 2010)
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