Il racconto della creazione e l'esegesi contemporanea

Quanta vita
in quei primi versetti


Dal 6 al 10 settembre il Pontificio Istituto Biblico a Roma sarà la sede della quarantunesima Settimana biblica nazionale organizzata dall'Associazione biblica italiana. I lavori saranno dedicati a Genesi, 1-11 e alle sue interpretazioni canoniche. Pubblichiamo quasi integralmente la relazione introduttiva di uno dei curatori del convegno.

di Ermenegildo Manicardi

I biblisti italiani si interrogano in questi giorni su un caso particolarmente interessante di teologia biblica. Come va letto teologicamente il messaggio di Genesi, 1-11, tenendo conto della composizione letteraria e storica di questi primi capitoli della Bibbia, delle loro dibattute successive stratificazioni, delle riprese che il messaggio di questi testi ha sperimentato in diversi libri dell'Antico Testamento e, non meno incisivamente, nei testi cristiani del Nuovo Testamento?
La domanda cruciale della Settimana sarà senz'altro:  quale apporto specifico può offrire l'esegesi contemporanea alla comprensione di un testo letto, nel passato e nel presente sotto ottiche culturali e teologiche diversissime? Accenniamo ad alcune domande che sorgono al riguardo.
Come può essere stabilito convincentemente e solidamente il messaggio dei primi undici capitoli della Bibbia tenendo conto delle diverse stratificazioni, che talvolta rappresentano già esse stesse delle sintesi di teologie non identiche? In particolare come muoversi con fecondità nel "girotondo delle ipotesi" (Jean Louis Ska) letterarie e storiche, che hanno rinnovato e reso complesse ipotesi ritenute a lungo per consolidate?
Fino a che punto testi dell'Antico Testamento, ritenuti successivi a Genesi, 1-11 rileggono il testo genesiaco influenzati e plasmati dalla teologia che emerge da essi? Non accade forse anche il contrario, che cioè sia piuttosto il testo di Genesi, 1-11 a essere riproposto in nuova luce e assumere esso stesso nuovi significati? È evidente che queste domande si intrecciano necessariamente e faticosamente con le ipotesi storico-critiche legate alla formazione del testo.
In prospettiva ancora più ampia:  che cosa significa parlare di teologia biblica a riguardo del testo citato, se questa sezione decisiva delle Scritture è letta davvero alla luce dell'intera tradizione biblica? Come tenere conto della lunga e ramificata tradizione biblica? Si deve forse privilegiare la lettura interna all'ebraismo? Oppure la riflessione va estesa, necessariamente e con coraggio, anche ai molteplici livelli dei testi cristiani dei Vangeli e del Nuovo Testamento? Non si deve considerare con maggiore nettezza la venuta di Cristo e lo stesso messaggio di Gesù come l'elemento che completa il disegno divino iniziato con la creazione? Non è forse in questo senso che il Nuovo Testamento, raccordando Genesi e Apocalisse, conclude annunciando "cieli nuovi e terra nuova" (cfr. Apocalisse, 21, 1-8)? Non si dovrebbe inoltre anche domandare se e in che modo le tradizioni di Genesi, 1-11 hanno influito sulla nascita dell'islam, segnando di conseguenza anche le attuali impostazioni teologiche mussulmane?
Le domande che poniamo, in certo senso, sono ovvie, ma è altrettanto vero che esse portano a percepire l'urgenza di lavorare nel cantiere complesso della teologia biblica di Genesi, 1-11 con più generosità, austerità, precisione e anche con maggiore apertura.
In una prospettiva più sintetica, mi permetto di indicare come stimolo al dibattito di questi giorni tre questioni che forse meritano una considerazione speciale. Nella riflessione teologica - e ancora più nella cultura odierna e nel vissuto concreto di tanti credenti - pesa ancora molto il fatto che Genesi, 1-11 si presenti e sia presentato come un testo narrativo, che propone eventi concreti raccontabili. Se anche ciò non fosse vero a livello del genere letterario nel tempo della produzione dei testi stessi, è pur vero che per molti secoli, anche nella tradizione cristiana occidentale, le affermazioni di Genesi, 1-11 sono state lette come resoconto di una storia concreta. A fronte della visione del cosmo maturata nell'epoca moderna, per una lettura teologica cristiana odierna, come va presentata e che importanza ha la dimensione storica di Genesi, 1-11 o invece - come oggi per lo più si tende a pensare - la dimensione mitica di questi testi?
Molti sono ancora oggi legati all'idea che la creazione debba essere presentata come "creazione dal nulla". Se però fosse vero che la Bibbia insiste piuttosto sull'idea di un'azione ordinatrice divina, che trasforma il caos e lo destina in un cosmo vivibile per l'uomo, questo non aprirebbe forse strade nuove nella relazione tra un pensiero teologico autenticamente biblico e i diversi modelli dell'immagine attuale di un mondo in continua evoluzione? La teologia classica riconosce volentieri che la creazione non è un evento dato una volta per tutte e che si tratta di un atto continuo di Dio, di un suo intervento permanente che mantiene nell'essere tutte le cose. La visione evolutiva, così importante nella comprensione attuale del cosmo, non ci spinge forse a riflettere di più su questo punto, valorizzando - ovviamente senza concordismi fondamentalistici - la non insistenza della Bibbia sulla creazione dal nulla? Lungo questa strada si riuscirebbe anche a collocare meglio nella linea della creazione molti elementi teologici del Nuovo Testamento. Forse è davvero troppo scarso lo scavo sul contributo che gli scritti neotestamentari possono dare a una "teologia biblica canonica" della creazione:  penso per esempio alla benedizione che, aprendo la Lettera agli Efesini, ricorda che Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo prima della creazione del mondo.
Forse bisogna stare attenti a non ridurre il brano citato al semplice tema della creazione. C'è inoltre anche il rischio per la teologia cristiana di vedere il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento solo a livello dell'antropologia, semplicemente nei termini:  Dio è intervenuto nella creazione per salvare gratuitamente l'uomo peccatore. Tutta la questione riguarda davvero soltanto il cosiddetto homo lapsus? In realtà, per la concorde e variegata testimonianza del Nuovo Testamento, l'evento Cristo ha toccato le strutture della realtà stessa nella sua universalità. Il capitolo viii della Lettera ai Romani è da vedere in tutta la sua straordinaria forza cosmica:  è il capitolo dello Spirito di Dio ma, al tempo stesso, è anche il capitolo del cosmo e della "creazione tutta". Gerd Theissen recentemente ha descritto bene la convinzione dei primi cristiani a riguardo della forza della croce di Gesù e della sua risurrezione. Essi ritenevano che "La potenza che aveva dato alla realtà tutto il suo ordine e la sua struttura fondamentale aveva definito in modo nuovo, nel ruolo di Cristo, la realtà" (Vissuti e comportamenti dei primi cristiani, p. 355).
Iniziando la Settimana biblica 2010 ci appare evidente che l'importantissima sezione biblica di Genesi, 1-11 non può rappresentare da sola tutta la teologia scritturistica canonica della creazione. Studiando, in entrambi i Testamenti, il modo in cui il testo è stato recepito dalla tradizione biblica complessiva si scopre, con piacere e con frutto, che nei testi divinamente ispirati si trova più vita e più vitalità di quanto l'uso teologico abitudinario permetta di cogliere.



(©L'Osservatore Romano 6-7 settembre 2010)
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