Il presidente della Rai risponde sulla lirica in televisione

Caro "Osservatore"
ho discettato a lungo con il duca


di Paolo Garimberti

Prendo spunto dall'intelligente e stimolante articolo di Marcello Filotei Se il duca parla a Garimberti per fare una serie di considerazioni che partono proprio dalla splendida esperienza di Rigoletto a Mantova, che vorrei condividere con i lettori de "L'Osservatore Romano". Mi piacerebbe duettare con Filotei, all'evidenza appassionato melomane. Userò anch'io il libretto di Francesco Maria Piave che è alla base dell'opera di Giuseppe Verdi, per rispondere alle questioni sollevate. Mi approprio solamente per un attimo delle parole del duca nella quinta scena del primo atto:  "È detto; ma il farlo?". Caro Filotei, col Duca abbiamo passeggiato e discettato a lungo, e da tempo conveniamo che la Rai vive in un paradosso perenne di cui è facile parlare, ma che non è semplice risolvere rapidamente.
Fuori da battute e da metafore:  quando l'azienda di servizio pubblico fa cultura nel senso proprio del termine viene criticata perché gli ascolti non sono alti; quando invece fa ascolti alti con altro genere di programmi ci si lamenta che non faccia cultura. La dimostrazione che siamo un paradosso unico? Rigoletto è andato in diretta anche su France Télévisions e su Bbc (France Télévisions ha raccolto il 9 per cento). Né a Parigi né a Londra qualcuno si è sognato di attaccare il servizio pubblico per i risultati del Rigoletto. Cosa che invece in Italia è puntualmente avvenuta senza tenere conto, a dire il vero, che in questo caso anche gli ascolti - di sicura soddisfazione - hanno premiato la scelta della Rai e la capacità artistica di un cast eccezionale. E poi, una domanda quasi provocatoria:  quanti teatri bisognerebbe riempire in Italia per far vedere Rigoletto a quasi tre milioni di persone? E non voglio entrare qui nel merito del dibattito sui rapporti tra televisione, cinema e lirica. Inevitabilmente un'opera lirica concepita e creata per la televisione è un evento diverso dalla mera ripresa televisiva di un'opera realizzata in teatro.
Un altro paradosso tutto italico? Se la Rai non avesse un'anima ibrida, di un servizio pubblico che deve recuperare dagli introiti pubblicitari le risorse necessarie per competere sul mercato, non sarebbero possibili operazioni colte come quelle del ciclo de "Le vie della musica", la cui prossima realizzazione, insieme al produttore Andrea Andermann, sarà La Cenerentola di Gioacchino Rossini. La pubblicità - sono convinto che per molti lettori questa potrà essere una sorpresa - serve in parte per coprire le spese di programmazione di servizio pubblico, come appunto il Rigoletto. Ogni anno ci vogliono circa duecento milioni di euro di proventi pubblicitari, oltre a tutto il canone, per pagare programmi di servizio pubblico, così come individuati nel Contratto di servizio con il Ministero. Discorsi complicati:  i soldi del canone non bastano per fare tutti i programmi di servizio pubblico che ci vengono richiesti.
Il problema naturalmente non è la coesistenza tra programmi popolari e programmi colti, visto che è una condizione comune a tutti i servizi pubblici europei. La questione - e su questo il duca, Filotei e io siamo tutti d'accordo - è la necessaria coerenza e continuità nella programmazione di qualità. Coerenza e costanza che invoco sin dal giorno del mio insediamento e che spero di vedere tradotte presto in realtà grazie anche alla nuova "potenza di fuoco" che stiamo acquisendo con il passaggio al digitale terrestre:  stiamo passando da tre a tredici canali. Sono convinto che questo consiglio di amministrazione, che come me è sensibile ai temi di qualità e cultura, troverà il modo di "trovare un posticino per qualche milione di italiani che si ostina - per citare ancora Filotei - ad ascoltare Verdi, Puccini, Donizetti e Rossini". L'impegno invero è trovare un posticino sui nuovi canali digitali della Rai non solo per la musica, ma per tutte quelle passioni e tradizioni culturali che non sempre hanno trovato in passato adeguato spazio sul servizio pubblico vecchia maniera ovvero analogico.
Concludo sottolineando che come presidente della Rai sono particolarmente orgoglioso che l'azienda abbia attivamente sostenuto questa produzione di "notevole livello culturale" - cito qui le parole dei numerosi ospiti stranieri che Mantova ha accolto in questi giorni - mobilitando in questa occasione una complessa ma efficace macchina organizzativa e mettendo in campo le sue energie migliori, tra cui l'Orchestra sinfonica nazionale della Rai, con un impiego eccezionale di professionisti, tecnici e di mezzi produttivi di alta qualità. Questa è la Rai che amo, quella che sa emozionare chi la guarda e chi ci lavora.



(©L'Osservatore Romano 9 settembre 2010)
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