In Calabria il decimo Congresso nazionale di archeologia cristiana

Le pietre parlano come i libri
(a volte anche di più)


di Carlo Carletti

"Martiri, santi, patroni:  per una archeologia della devozione":  è il tema del X Congresso nazionale di archeologia cristiana, che si terrà presso il Campus dell'università della Calabria (ad Arcavacata di Rende) dal 15 al 18 settembre.
Il fenomeno della santità, nei suoi molteplici esiti, continua tuttora a proporsi come un produttivo terreno di indagine storica, sollecitata non soltanto dalla acquisizione di nuovi dati archeologici o dall'approfondimento di fonti scritte precedentemente trascurate, ma anche dalla avvertita esigenza di una rilettura critica della storiografia del passato,  legata essenzialmente agli indirizzi di ricerca maturati nell'ambito dell'illuminismo inglese del XVIII secolo.
Si deve infatti a David Hume e Eduard Gibbon la prima compiuta analisi storica sulle problematiche connesse all'emergenza di un culto riservato a "defunti eccellenti" (i martiri), interpretato - però unilateralmente - come deriva incolta e irriflessa dell'originario monoteismo cristiano verso forme che, almeno sul piano formale, si proponevano come una ricaduta verso il politeismo pagano. La causa remota di tale deriva veniva individuata nell'insanabile conflitto tra un ideale "superiore", che tendeva alla purezza monoteistica e l'incapacità o la difficoltà di penetrare una concezione così alta, che, soprattutto nel "volgo" - per usare un termine tipicamente illuministico - poteva condurre a uno squilibrio percettivo nei confronti del sacro e delle sue forme devozionali e cultuali.
Di qui una persistente e irreversibile tensione tra le istanze più elevate di una minoranza elitaria e le "credenze" di un volgo massificato e impersonale incapace di penetrare e accogliere l'ideale monoteista:  una dinamica teorizzata nella teoria dei "due piani" e nel concetto di "religiosità popolare".
Ma le indagini successive, e soprattutto la revisione del bollandista Hyppolite Delehaye, condussero a un sensibile ridimensionamento di questo impianto interpretativo:  con argomenti decisivi - e questa è la grande eredità lasciata da Delehaye - fu riconsciuta la diretta ascendenza del culto dei santi da quello dei martiri e l'assoluta specificità del concetto del martirio, proprio della tradizione cristiana dei primi secoli, non sempre peraltro rimasta immune da contaminazioni e discrasie di diversa natura, come già indicato dalla critica illuministica.
Gli sviluppi successivi, anche sulla scorta dei metodi e dei modelli elaborati nell'ambito delle cosidette "scienze umane" (sociologia, psicologia, antropologia culturale, semiologia), hanno contribuito a definire più lucidamente la storia del culto dei martiri anche in rapporto al succedersi dei mutamenti e delle trasformazioni intervenute nella società tardoantica e medioevale.
Nell'ambito di questi nuovi indirizzi un ruolo centrale e indubbiamente propulsivo occupano le indagini condotte da Peter Brown, che per la comprensione del culto dei santi - rapidissimo e quasi tumultuoso a partire soprattutto dalla metà del iv secolo - attribuisce un ruolo determinante alla emergenza degli scompensi culturali, materiali e spirituali, che cominciarono a intervenire nel mondo romano all'inizio della tarda antichità.
Oggi, in seguito a un positivo processo di sintesi critica e di ulteriore approfondimento della diversa natura e della variabilità dei fattori che agiscono nella formazione e nella affermazione (o nella rarefazione) del culto dei santi, quando si parla del variegato universo della santità si preferisce usare la significativa definizione di "discorso agiografico".
Un vero e proprio concetto storiografico che bene esprime la molteplicità degli aspetti e dei momenti dialettici (si tratta sempre e comunque di una relazione - variamente percepita - tra umano e divino), che in tutte le loro forme caratterizzano e definiscono un fenomeno ultramillenario tuttora vitale e radicato:  si tratta pur sempre di un processo relazionale che, in un definito contesto storico-culturale, coinvolge e condensa la duplice dimensione verticale (umano-divino) e orizzontale (individuo-gruppo-istituzione). In queste indagini, indubbiamente migliorative, non sempre però - va riconosciuto - è stata riservata la giusta attenzione alle numerosissime e spesso macroscopiche testimonianze della "cultura materiale".
Affiora ancora oggi in non pochi settori dell'indagine storica una sorta di inconscia gerarchia delle fonti di conoscenza, che induce a considerare le testimonianze archeologiche come "ancellari" o di puro "supporto", rispetto a una presunta maggiore autorità implicitamente attribuita alla documentazione scritta letteraria e documentaria. Evidentemente non scontata - come sarebbe legittimo pensare - è la ovvia presa d'atto che tutte o quasi le forme esterne di un culto si collocano in un luogo fisico, in un ambiente determinato, in un contesto monumentale, all'interno del quale poi la dimensione devozionale si traduce in scritture esposte, in immagini, nell'oggettistica devozionale e votiva, nei dispositivi per le pratiche cultuali.
Non è così casuale che gli studiosi di archeologia cristiana si siano proposti di rileggere, approfondire (anche sulla scorta di nuove scoperte) e valorizzare sul piano della ricostruzione storica, un patrimonio sterminato quale quello che si è andato sedimentando in Italia, nel periodo della genesi e del primo sviluppo del culto dei martyres, sancti, boni, benedicti, come recita un'antica iscrizione del v secolo (Inscriptiones christianae urbis Romae, x, 26350).
Gli esiti derivati direttamente o indirettamente dall'esercizio di questa pratica cultuale coinvolgono in Italia ambiti diversi di aggregazione umana, lasciando tracce indelebili e spesso di lunghissima durata, tuttora visibili nelle città e nelle campagne, nella topografia, nella toponomastica, nella urbanistica, nelle strutture architettoniche, nella produzione figurativa ed epigrafica, nei manufatti mobili come gli ex voto o gli oggetti di devozione. Dall'attenzione e dall'approfondimento riservato a queste non residuali testimonianze, quasi spontaneamente scaturisce il concetto progettuale di una "archeologia della devozione" che, nell'ambito della cultura materiale tardo antica e altomedievale, vuole anche significare un definito - ma non autoreferenziale - indirizzo di ricerca.
I lavori del congresso saranno introdotti da tre relazioni di carattere storiografico, che tracciano il diagramma delle ricerche sul fenomeno della santità, attraverso le confluenti ma non omologhe esperienze maturate nell'ambito della ricerca storica e archeologica:  "Loca sanctorum:  la costruzione di una geografia sacra tra tardoantico e altomedioevo", "Martiri e santi nell'area meridionale tardoantica", "Forme di devozione tra tarda antichità e altomedioevo:  bilancio storiografico sulle indagini archeologiche in Italia".
La parte centrale e specifica dei lavori del convegno si articolerà in una serie di relazioni di base - integrate da comunicazioni di supporto - che entrano nello specifico di temi e problemi, che riguardano le diverse e molteplici testimonianze monumentali e archeologiche, che nella loro complessità già nel 1930 Delehaye aveva efficacemente definito come loca sanctorum.
Lo spettro tematico è ampio e tocca sostanzialmente tutte le manifestazioni materiali connesse al culto dei santi e dei martiri:  la dislocazione sul territorio delle aree cultuali (città e campagna) anche in relazione al fenomeno della circolazione delle reliquie; l'eredità del passato e nel contempo gli elementi di novità funzionali - in termini di strutture e organismi monumentali - alle esigenze della pubblica fruizione e della pratica cultuale che, in breve tempo, consolidandosi in vera e propria prassi liturgica, sviluppa specifici dispositivi, arredi, manufatti; i processi di formazione e di sviluppo di una "iconografia agiografica", nel cui ambito si elaborano e si consolidano modelli e stereotipi figurativi, proponendosi nel tempo come veri e propri "traccianti" di indirizzi devozionali. Infine lo sviluppo precoce - già dalla metà del iii secolo - di una vera e propria epigrafia martiriale, che si muove sul duplice piano delle committenze alte - laiche ed ecclesiastiche (titoli dedicatori e votivi) - e delle manifestazioni grafiche estemporanee e spesso autografe (i graffiti), che conservano intatta una cospicua campionatura della fruizione individuale del "patrimonio" di santità sedimentato nei santuari tardoantichi e altomedievali, appunto nei loca sanctorum.
Un'intera giornata del congresso sarà poi dedicata alle comunicazioni e alla presentazione di poster che proporranno aspetti particolari connessi al tema generale e, soprattutto, le sintesi di nuove scoperte archeologiche intervenute nell'ultimo decennio, con particolare attenzione naturalmente al territorio della Calabria.
Il progetto di questo decimo Congresso nazionale di archeologia cristiana è stato congiuntamente concepito e organizzato dal Dipartimento di Archeologia e storia delle arti dell'università della Calabria e dal Dipartimento di Studi classici e cristiani dell'università di Bari "Aldo Moro", in piena sintonia e collaborazione con i docenti delle università italiane, della Scuola di specializzazione del Pontificio Istituto di archeologia cristiana e con gli specialisti della Pontificia Commissione di archeologia sacra, l'istituzione - allo stato attuale - depositaria della tutela e della conservazione del più grande deposito in assoluto di memorie archeologiche e monumentali connesse al culto dei martiri.
La concreta realizzazione di questa iniziativa congressuale non sarebbe stata possibile se non fosse intervenuta la disponibilità dell'università della Calabria, che con spirito di generosa ospitalità e di alta sensibilità culturale ha voluto mettere a disposizione dei partecipanti al congresso l'intero spazio universitario:  la sede di Arcavacata di Rende - una realtà senza uguali in Italia - che, con i suoi grandi spazi e le sue articolate e funzionali infrastrutture, consentirà di svolgere al meglio un incontro di studio residenziale. Analoghe sensibilità e accoglienza sono state poi concretamente dimostrate dalla regione Calabria, dalla Provincia di Cosenza, dalla Amministrazione comunale di Rende, dalla Fondazione Carical. Ai lavori (il programma in dettaglio è disponibile sul sito www.xcnac.it) parteciperanno circa centoventi studiosi, con la presentazione di ottanta interventi.



(©L'Osservatore Romano 11 settembre 2010)
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