John Henry Newman poeta

La freccia scintillante
che colpì Chesterton


di Enrico Reggiani

Tra i contemporanei di John Henry Newman, il poliedrico intellettuale londinese Walter Pater (1839-1894) elogiò la musicalità della sua scrittura accostandola a quella di Cicerone e la perfezione della sua elaborazione teorica ed espositiva. Sul versante novecentesco, invece, come testimonia lo scrittore svizzero Jacques Mercanton (1910-1996), il dublinese James Joyce (1882-1941) lo celebrò come "il più grande degli scrittori di prosa" e lo rievocò in un episodio dell'Ulisse (1922), attribuendogli il ruolo di "fulcro che sostiene tutto il resto".
Il successo della ricezione in Italia della sua prosa in traduzione - già, in traduzione, e questa non sempre accurata - conferma gli apprezzamenti dei prestigiosi esponenti della cultura europea di cui s'è appena detto. Infatti, come ricorda don Primo Mazzolari (1890-1959), le versioni italiane delle opere più significative della sua ciclopica produzione in prosa (siano esse riferibili alla sua attività omiletica, alla sua riflessione teologica, e così via) ebbero particolare diffusione e "notorietà polemica, ai primi del nostro [ventesimo] secolo, per colpa o merito del modernismo".
Fu, tuttavia, soprattutto la sua prosa narrativa che, fin dagli anni immediatamente successivi alla pubblicazione in lingua originale, trovò facile accesso e grande favore presso il pubblico dei lettori italiani:  il suo primo romanzo (Loss and Gain. The Story of a Convert, 1848) venne proposto già nel 1848 dall'editore milanese Natale Battezzati con il titolo Perdita e Guadagno ovvero storia di un convertito, nella traduzione di un non identificato A. S.; il secondo (Callista. A Sketch of the Third Century, 1855) attese probabilmente solo un anno dopo l'apparizione in lingua originale prima di manifestarsi nella traduzione italiana di Callista:  scene del terzo secolo, ancora sulla scena editoriale milanese per i tipi di Carlo Turati Tipografo-Editore (1856) e a cura del bolognese Marco Aurelio Zani de' Ferranti (1800-1878).
Non si può certo dire che analoga sorte critica sia toccata alla produzione poetica di colui che Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) definì "freccia scintillante". Anche la presenza in Italia della poesia di Newman in traduzione è stata finora assai diseguale:  a differenza dell'ampio e pregevole Dream of Gerontius (1865) - sogno colto e ispirato di un'anima carica d'anni che sente vicina la morte, disponibile fin dai primi decenni del novecento ad esempio nella versione del salentino monsignor Gaetano Bacile (1844-1931) - il resto delle sue poesie ha goduto di una diffusione soltanto frammentaria e per lo più centrata sul celeberrimo The Pillar of the Cloud, altrimenti noto come Lead, Kindly Light (1833), variamente reso in italiano - tra gli altri - dal lucano don Giuseppe De Luca (1898-1962) come "Guidami, Luce Cortese" e dal veneziano Emilio Teza, linguista di fama mondiale e professore di letterature comparate (1831-1912), come "La Colonna della Nuvola".
Dunque, se questa è la situazione della presenza della poesia di Newman in Italia, particolarmente apprezzabile è, in concomitanza con le attuali celebrazioni newmaniane, l'apparizione di un volume dedicato, appunto, a Newman poeta e curato con competenza da Luca Obertello (Milano, Jaca Book, pagine 160, euro 18):  tale volume ripropone in edizione aggiornata un testo davvero pionieristico che lo stesso studioso aveva portato alle stampe nel 1967 per la padovana Liviana Editrice e che rappresentava il primo, coraggioso tentativo di proporre ai lettori italiani una scelta antologica tanto del pensiero del cardinale sulla poesia, quanto delle sue fatiche creative in quest'ambito letterario.
In questa nuova veste editoriale, inaugurata da un'introduzione ritoccata nelle sue linee essenziali, la parabola di Newman poeta si presenta in modo più ordinato dal punto di vista cronologico rispetto all'edizione precedente:  al giovanile Saggio sulla poesia (1828), seguono infatti sia un'Antologia poetica di testi brevi che spaziano dal 1826 al 1862, sia la traduzione integrale del Sogno di Geronzio (1865).
Spiace soltanto che la revisione di questo importante sforzo culturale di Obertello non l'abbia anche arricchito dei testi in lingua originale (un'edizione con testo a fronte sarebbe forse stata utile in svariati contesti formativi), emendato da alcune incertezze e incongruenze traduttive (relative, ad esempio nel Saggio, al rapporto tra plot, fable e fiction; alla resa del termine character; all'oscillazione sia tra critical e scientific, sia tra economy e harmony) e integrato qua e là con qualche, sparuto dato critico aggiuntivo che le moderne tecnologie rendono assai più bibliograficamente accessibile che in passato (su tutti, ancora nel Saggio, l'oggi agevole identificazione dell'autore di una celebre quartina di versi che Newman cita in nota:  tali versi, tratti dalla poesia All Saints' Day, vanno attribuiti a John Keble (1792-1866), uno dei maggiori esponenti dell'Oxford Movement e autore de The Christian Year. Thoughts in verse for the sundays and holidays throughout the year, pubblicato nel 1827 e definito dallo studioso Michael Wheeler "il più popolare volume di poesia del xix secolo").
Il volume curato da Obertello dimostra comunque in modo adeguato che la produzione poetica di Newman non è un frutto periferico e dilettantistico del suo genio, ma deriva in realtà da una specifica competenza del cardinale inglese, a lungo scandagliata dalla sua intelligenza, coltivata nelle profondità del suo animo ed esercitata dalla sua penna con ragguardevole coerenza e continuità:  la preziosa consuetudine di una vita, si potrebbe dire, che riemerge costantemente in innumerevoli luoghi e momenti del suo pensiero, della sua opera e della sua testimonianza. La poesia è pienamente inscritta nella cattedrale del "pensiero fortissimo" (come ebbe a definirlo Edmondo Berselli nel 2004, commentando un intervento dell'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra) del cardinale Newman. La imagination vi riveste un ruolo centrale:  "Il cuore è comunemente raggiunto, non mediante la ragione, ma mediante l'immaginazione, per mezzo di impressioni dirette, con la testimonianza di fatti ed eventi, con la storia, con descrizioni" (si legge inizialmente in Tamworth Reading Room, 1841; poi anche in Grammar of Assent, 1870).
Nell'attivazione dell'immaginazione, il peso delle parole va ben al di là del semplice "gioco linguistico" e assume un valore compiuto dal punto di vista antropologico ed epistemologico, che abbraccia la totalità dell'esperienza dell'essere umano:  infatti, come egli indicò fin dal Saggio sulla Poesia del 1828 (il cui titolo originale è in realtà Poetry, with reference to Aristotle's Poetics), "una parola ha il potere di comunicare un mondo di conoscenze all'immaginazione, e di agire come un incantesimo sui sentimenti; non v'è necessità alcuna di un'invenzione narrativa prolungata, - spesso non c'è spazio per essa".
Il rilievo di quel valore trascina con sé una responsabilità forse inaudita per i poeti dei nostri giorni, che però, proprio per questo, vale la pena di richiamare sinteticamente riportando un altro passo del saggio del giovane (e anglicano) Newman a mo' di conclusione di questo breve contributo:  "L'essenza della poesia è l'invenzione. (...) Essa delinea quella perfezione che viene suggerita dall'immaginazione, e alla quale, come a un limite, tende in realtà il presente sistema della Divina Provvidenza. Inoltre, restringendo l'attenzione a una sola serie di avvenimenti e a una scena d'azione, pone confini definiti alla confusa esuberanza della natura reale; mentre, componendo abilmente le circostanze, rende visibile la connessione di causa ed effetto, completa la dipendenza reciproca delle parti e armonizza le proporzioni dell'intero. (...) Ne segue che la mente poetica è una mente piena delle forme eterne della bellezza e della perfezione; queste sono il suo materiale di pensiero, il suo strumento e il suo mezzo di osservazione:  queste colorano ogni oggetto al quale dirige il suo sguardo".



(©L'Osservatore Romano 20-21 settembre 2010)
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