Il cardinale Antonio Poma a un secolo dalla nascita e a venticinque anni dalla morte

Pastore nel campo di Dio


di Eliana Versace

Anni fa, il teologo ambrosiano monsignor Giuseppe Colombo ricordando il primo centenario della nascita del suo omonimo Giovanni Colombo:  arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979, scriveva:  "Un episcopato si caratterizza per il modo col quale un vescovo reagisce e affronta la nuova epoca storica, perché le epoche storiche non sono tutte uguali ma si differenziano:  vi sono epoche tranquille e vi sono epoche inquiete che scuotono la società, imprimendo svolte e modificando i valori. La società del tempo di Colombo fu indubbiamente una società inquieta. (...) Quasi nessuno se ne è accorto, evidentemente in gran parte per il modo col quale lo stile di Colombo l'ha gestita (...) A ogni modo tra l'episcopato di Montini e quello di Martini, l'episcopato di Colombo fu il più duro, controverso e difficile da governare". La valutazione formulata dal teologo di Venegono potrebbe ugualmente adattarsi anche all'episcopato del cardinale Antonio Poma che nello stesso tormentato periodo, per quindici anni, tra il 1968 e il 1983, guidò la diocesi di Bologna e per dieci anni - tra il 1969 e il 1979, in quella che resta ancora oggi una delle gestioni più lunghe - presiedette l'ancor giovane Conferenza Episcopale Italiana (Cei), contribuendo in modo determinante a dotarla dell'attuale fisionomia.
Nei mesi scorsi, in occasione della duplice ricorrenza del centenario della nascita - il 12 giugno del 1910 a Villanterio, in provincia di Pavia - e del venticinquesimo della morte avvenuta il 24 settembre 1985 a Bologna - la diocesi felsinea ha ricordato il suo pastore dedicandogli una consistente mostra fotografica - curata dal suo segretario particolare, monsignor Claudio Righi - che resterà aperta fino all'inizio di ottobre presso la basilica di San Petronio.
Con Giovanni Colombo, che lo aveva preceduto alla guida della Cei durante un periodo di presidenza temporanea e collettiva (insieme ai presuli Ermenegildo Florit e Giovanni Urbani), Poma condivideva, oltre alla comune matrice lombarda, anche la medesima esperienza di educatore e formatore di sacerdoti, esercitata da entrambi come docenti, e poi rettori, dei seminari diocesani, rispettivamente a Milano e Pavia. Dopo gli studi teologici condotti a Roma, presso il Pontificio Seminario lombardo, e la successiva ordinazione sacerdotale, avvenuta nell'aprile del 1933, Antonio Poma rientrò infatti nella sua diocesi d'origine, divenendo segretario particolare e principale collaboratore dell'allora vescovo di Pavia, Giovanni Battista Girardi, affiancando a questo impegno - e all'insegnamento in seminario - anche il ruolo di assistente del locale Movimento Laureati di Azione Cattolica. Nel 1951, l'appena quarantenne Poma fu nominato vescovo dal Papa Pio xii e inviato a Mantova come ausiliare dell'Ordinario diocesano, Domenico Agostino Menna, che si trovava in precarie condizioni di salute, e al quale il sacerdote pavese succedette dopo soli tre anni, l'8 settembre 1954. Durante questo periodo di intensa collaborazione col vescovo Menna, originario di Brescia, il giovane Poma ebbe modo di conoscere monsignor Giovanni Battista Montini, al quale era avvicinato anche dalla comune amicizia con i padri oratoriani bresciani Paolo Caresana e Carlo Manziana. Col futuro Pontefice, negli anni successivi, Poma avrà frequenti occasioni di incontro e confronto, nell'ambito della conferenza episcopale lombarda, che Montini, in qualità di arcivescovo di Milano, presiedette per otto anni, dal 1955 fino al giugno 1963. Ma già nell'ottobre del 1955, Poma accolse a Mantova Montini, agli inizi del suo servizio episcopale milanese, invitandolo a predicare alla Missione al Popolo, indetta nella sua diocesi.
Tutto l'episcopato mantovano di Antonio Poma fu comunque caratterizzato da un intenso impegno missionario e da una preponderante ansia evangelizzatrice espressa con chiaro intento già nella scelta del motto episcopale:  Dei agricultura. Il richiamo paolino (1 Corinzi, 3, 9-11) - adottato in ricordo dei luoghi originari, nella campagna pavese, e ispirato anche dall'ambiente bucolico virgiliano che la destinazione mantovana prefigurava - ben indicava nel giovane arcivescovo la necessaria dedizione alla comunità cristiana e l'assidua operosità "nel dissodare, seminare, irrigare, coltivare, donare le proprie energie pastorali" per far fruttificare "il campo di Dio". Negli anni mantovani questa azione si concretizzò con la capillare assistenza religiosa estesa a ogni quartiere della città e a ogni borgo della diocesi attraverso la fondazione di nuove Chiese e parrocchie, la costruzione del nuovo seminario, la creazione di una scuola sociale per la formazione dei giovani cattolici; con il costante sostegno prestato dall'arcivescovo all'Azione Cattolica e alle Acli e con la promozione del culto di san Pio x, il Pontefice canonizzato nel 1954, che era stato vescovo di Mantova e al quale proprio Poma consacrò un santuario in città. Nello stesso periodo, per volontà di Paolo VI, l'arcivescovo di Mantova fu scelto per rappresentare la Santa Sede presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e, sempre per desiderio del Pontefice bresciano, nel 1963 Poma fu annoverato tra i membri della commissione conciliare De doctrina fidei et morum. Non sorprende dunque che nel 1967 Papa Montini, in pieno accordo col cardinale Giacomo Lercaro - e vincendo le sincere e ripetute titubanze di Poma, motivate dai seri problemi di salute cui era stato soggetto sin da giovane - lo nominasse coadiutore, con diritto di successione, dell'arcivescovo di Bologna.
Poma inaugurò il suo episcopato bolognese nel febbraio dell'anno successivo, a seguito delle dimissioni rassegnate da Lercaro. Come il suo predecessore, anche il nuovo arcivescovo si impegnò nell'edificazione delle nuove chiese - iniziativa promossa e sostenuta con cura incessante dal cardinal Lercaro durante i lunghi anni del suo ministero petroniano - e la costituzione di nuove parrocchie, nonché incentivando la qualificazione teologica e pastorale dei laici con l'apertura di una scuola diocesana di teologia; provvide in seguito alla costruzione di una nuova casa della carità e istituì una mensa della fraternità per i più bisognosi. Applicando le disposizioni conciliari, Poma avviò inoltre a Bologna la creazione degli organismi partecipativi del laicato cattolico quali i consigli presbiterali e pastorali, riorganizzò la curia istituendo i vicariati episcopali e le delegazioni arcivescovili, e inviò alcuni sacerdoti in Tanzania, inaugurando la missione della Chiesa di Bologna in terra africana. Tutto il suo magistero bolognese - come traspare dal vaglio della copiosa e accurata produzione di lettere pastorali, notificazioni, discorsi e omelie, nonché dai contenuti dei programmi pastorali diocesani - fu comunque ispirato dal costante riferimento ai dettami del Vaticano ii, del quale Poma amava sintetizzare gli esiti con la triplice espressione diaconia, communio, martyrium, ossia, "servizio, comunione, testimonianza". E al cardinale Michele Pellegrino, il patrologo che negli stessi anni guidò la diocesi di Torino, il quale gli aveva chiesto come racchiudere in una sola parola il nucleo del concilio, Poma rispose individuando proprio nella "comunione" l'elemento più importante. In questo senso l'arcivescovo dedicò molta attenzione anche alla preparazione dottrinale del suo clero promuovendo la "tre giorni" di incontri, che sarà annualmente svolta, a partire dal settembre 1969, e i corsi residenziali invernali, entrambe iniziative finalizzate all'aggiornamento dei sacerdoti.
Nell'autunno del 1969 - il 4 ottobre, giorno in cui i bolognesi celebrano il loro patrono, san Petronio - fu resa nota la decisione di Paolo VI di nominare l'arcivescovo di Bologna - divenuto nel frattempo cardinale - alla presidenza della Cei, dopo l'improvvisa morte del patriarca di Venezia, Giovanni Urbani che aveva mantenuto l'incarico nel triennio precedente. Nata nel 1952, come coordinamento dei presidenti delle Conferenze episcopali regionali, la Cei riunì per la prima volta insieme tutti i vescovi italiani solo in occasione del Concilio, il 14 ottobre 1962, in quella che, per tale ragione, Poma definì nel suo diario del Concilio, "giornata storica".
Poma condusse un lungo periodo di presidenza, in assoluta fedeltà al Pontefice, il quale - nonostante i problemi di salute, anche molto gravi, che colpirono l'arcivescovo di Bologna - non volle privarsi della collaborazione dell'antico amico, e gli rinnovò l'incarico per ben tre volte, prorogandolo in ultimo, nel maggio 1978, con la formula ad nutum Summi Pontificis. Il nuovo presidente della Cei avviò una vera attività collegiale dei vescovi italiani, necessaria e indispensabile per dare un volto realmente nazionale alla Chiesa cattolica italiana e uniformare in tal modo un tessuto ecclesiale rimasto ancora prevalentemente legato a una dimensione locale e particolare. Promosse quindi una pastorale organica e congiunta in tutta la penisola, attraverso i Piani pastorali focalizzati su "Evangelizzazione e Sacramenti" e, in seguito, su "Comunione e comunità", tematiche, come si è visto, su cui Poma aveva incentrato la sua azione episcopale già a Mantova e Bologna.
Ma gli anni della presidenza Poma furono turbati e tormentati dalle frequenti manifestazioni di dissenso e contestazione alle istituzioni, giunte a lambire, in maniera imprevedibile, e a dileggiare con toni spesso esasperati e dissacratori, anche la Chiesa, fin nei massimi vertici. La dolorosa vicenda dell'introduzione della legge sul divorzio e la successiva campagna referendaria, con l'affermazione - dalle proporzioni inattese - dello schieramento divorzista, insieme alle sempre più frequenti defezioni di frange di cattolici che abbandonavano la Chiesa per abbracciare l'ideologia marxista, furono affrontate con grande equilibrio dal presidente della Cei. Poma incoraggiò la comunità cristiana a valutare questi avvenimenti seguendo "il metodo dell'anamnesi, della diagnosi e della terapia". In questo contesto sociale maturò l'idea del grande convegno ecclesiale, svolto a Roma nell'autunno del 1976, "Evangelizzazione e promozione umana", che fu effettivamente organizzato dall'allora segretario della Cei, monsignor Enrico Bartoletti, ma che era stato fortemente voluto e incoraggiato proprio dal cardinale Poma. Coadiuvato da Bartoletti e poi, dopo l'improvvisa morte di questi, dal successore Luigi Maverna, già assistente nazionale dell'Azione Cattolica - che con Poma condivideva le origini pavesi - l'arcivescovo di Bologna diede alla Cei una nuova sede, l'attuale, visitata e benedetta dal Pontefice Paolo VI nel maggio 1974, operò il rinnovamento completo di tutta la catechesi, ristrutturò la Pontificia Opera di Assistenza (Poa), dando, in tal modo, vita alla Caritas, seguì con paterna e vigile attenzione l'Azione Cattolica Italiana, incoraggiandone il rilancio (saranno poi i dirigenti nazionali di allora dell'Ac a promuovere la prima edizione dei principali interventi e discorsi rivolti da Poma alla Chiesa italiana).
Il cardinale Poma svolse un ruolo decisivo anche nelle vicende che portarono alla nascita del quotidiano cattolico nazionale "Avvenire". Sin dall'inizio del suo mandato, infatti, egli - che già a Bologna aveva seguito la turbolenta liquidazione de "L'Avvenire d'Italia" - garantì il suo indispensabile sostegno ad "Avvenire", in obbediente ossequio ai desideri del Papa, anche attraverso un costante contatto e una fedele collaborazione con la Santa Sede nei dieci anni in cui fu presidente della Cei.
Gli ultimi anni della presidenza Poma furono scossi dalle continue violenze dei movimenti contestatari - il cardinale, nel 1977, dovette portare a termine la processione eucaristica, che concludeva il Congresso eucaristico diocesano, affrontando, in piazza San Petronio, il corteo aggressivo e i cori blasfemi di migliaia di autonomi radunati nello stesso luogo - e dagli attacchi terroristici subiti dal Paese, che colpirono nella maniera più sanguinosa proprio la città di Bologna, con le drammatiche stragi del treno Italicus, nel 1974, e della stazione cittadina, nell'agosto di trent'anni fa.
Sarà Giovanni Paolo II - che aveva conosciuto Poma durante il Concilio, rendendogli poi visita da cardinale diverse volte a Mantova e Bologna - ad accogliere quelle dimissioni ripetutamente inoltrate negli anni precedenti e ostinatamente respinte da Paolo VI, che nell'arcivescovo di Bologna aveva trovato un indispensabile collaboratore. Poma lasciò la presidenza della Cei nel 1979 e concluse il suo episcopato bolognese l'11 febbraio 1983, dopo aver ospitato, alcuni mesi prima, Giovanni Paolo II in visita apostolica alla sua diocesi.
Alla luce di quanto ricordato, possiamo quindi comprendere e condividere pienamente anche il giudizio espresso dal cardinale Giacomo Biffi - successore di Poma sulla cattedra petroniana - il quale, commemorando il predecessore nel quinto anniversario della morte, scrisse:  "La via della Chiesa nella storia è sempre irta e penosa, ma gli anni dell'episcopato bolognese di Antonio Poma sono stati segnati in modo tutto particolare dalla fatica e dalla croce. (...) Ebbene, alla violenza della bufera egli ha opposto sempre e soltanto la serenità della fede. Di una fede che non teme nessuna insidia e nessuna aggressività perché sa che il Signore c'è ed è sempre il più forte".



(©L'Osservatore Romano 24 settembre 2010)
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