Lo spettacolo degli U2 all'Olimpico di Roma

Quei bravi (ex) ragazzi


di Giuseppe Fiorentino e Gaetano Vallini

Non è certo consuetudine che una rockstar, durante un concerto, inviti i fan radunatisi per l'occasione a pregare. Lo ha fatto venerdì sera, allo stadio Olimpico di Roma, Bono, leader degli U2. Verso la fine del megaspettacolo, ultima tappa del tour europeo, intonando le note di Walk on, il cantante ha chiesto ai 75.000 presenti di pregare per Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e leader dell'opposizione birmana da anni agli arresti domiciliari. Un invito non casuale per un artista che non disdegna citazioni bibliche e aperti richiami alla fede. Lo show della rock band irlandese - probabilmente il gruppo più famoso e seguito al mondo - dimostra che l'impegno a favore dei diritti umani e contro la povertà non necessariamente deve scadere nel politicamente corretto. I buoni sentimenti possono anche essere trasmessi con la forza dirompente del rock, che a sua volta non deve per forza essere considerato "cattivo" o trasgressivo a tutti i costi, come alcuni invece si ostinano a ritenere.
Nella musica e nella vita pubblica gli U2, e in particolare Bono, si sono sempre distinti per l'attenzione verso cause umanitarie, come il sostegno alla campagna per l'azzeramento del debito estero dei Paesi poveri. Così alcuni dei loro brani più famosi sono diventati veri e propri inni a sostegno di chi difende i propri diritti. L'arcinota Sunday Bloody Sunday - eseguita all'Olimpico in una versione ruggente e trascinante - ha ad esempio smesso di essere solo la canzone del dramma irlandese per divenire un canto di chi lotta contro ogni forma di oppressione politica ed economica.
A Roma, Bono cita anche Roberto Saviano, il suo impegno civile contro la criminalità organizzata. Poi, come consuetudine in questo tour mondiale, quasi al termine del concerto, sul maxischermo che sovrasta la struttura del palco - una sorta di artiglio ipertecnologico alto 45 metri - va in onda un video di Desmond Tutu, un altro Nobel per la pace, che ricorda la lotta all'apartheid in Sud Africa e lancia un messaggio contro la povertà, a sostegno delle campagne sanitarie nel sud del mondo.
Un'attenzione a tutto campo, dunque, che a John Lennon, antesignano dei rocker impegnati e che proprio oggi avrebbe compiuto settant'anni, non sarebbe dispiaciuta. Anche se probabilmente si sarebbe trovato a disagio in uno show con tanta tecnologia. È vero che l'uso di maxischermi ed effetti speciali ha fatto da tempo il suo ingresso nelle arene della musica popolare, ma forse il tour degli U2, significativamente denominato "360", sancisce definitivamente la morte del concerto rock comunemente inteso, per proporre uno spettacolo che esplora tutte le possibilità multimediali offerte attualmente dalla tecnologia.
Quell'artiglio piantato al centro dello stadio, una sorta di astronave aliena, ha sbarcato sulla terra il futuro della musica dal vivo. Uno show in cui la musica, pur rimanendo preponderante, è solo una parte. Tutto è studiato, nulla è lasciato al caso, forse neppure le emozioni di chi assiste. C'è una regia che detta i tempi seguendo un rigido copione. Ne perde sicuramente la spontaneità, ma l'effetto complessivo è di grande impatto. E del resto la musica degli U2 - ormai cinquantenni - rimane di ottimo livello, ribadendo un punto fermo:  che si può fare grande rock con una chitarra, un basso, una batteria e una voce.
All'Olimpico se ne è avuta una ulteriore conferma. Il gruppo si è presentato in splendida forma, proponendo i classici del repertorio, da It's a Beautiful Day a One, passando per Magnificent, Vertigo fino a Where the Streets have no Name e With or Without You. Soprattutto David "The Edge" Evans con il suo inconfondibile stile - da virtuoso ma mai appariscente - regge gran parte dell'edificio sonoro, mentre la sezione ritmica, affidata ad Adam Clayton e a Larry Mullen, propone alla perfezione il classico binomio basso e batteria diventato un po' il marchio di fabbrica del gruppo. Su tutto spicca la voce di Bono, al secolo Paul Hewson, che non mostra mai cedimenti né incrinature, ma che, rassicurante, si dispiega lungo tutto l'arco dello show, concedendosi anche, come in occasione dell'accenno di Amazing Grace e Miss Sarajevo, sortite in territori poco frequentati dai rocker.
Il pubblico ha dimostrato di gradire, partecipando con entusiasmo alle oltre due ore di spettacolo. Inutile negarlo, i concerti rock sono dei moderni riti di massa. Decine di migliaia di persone che si incontrano nel nome della musica e, come in questo caso, dell'impegno civile, non necessariamente danno vita a un fenomeno deprecabile. Ci sono altri riti collettivi, che si consumano davanti agli schermi televisivi, apparentemente più rassicuranti, ma che invece veicolano messaggi spazzatura improntati all'individualismo e all'edonismo. Almeno per una sera è stato salutare spegnere il televisore per affidarsi alla forza buona del rock irlandese.



(©L'Osservatore Romano 10 ottobre 2010)
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