La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi nel concerto per il Papa in Vaticano

Sgomento e riflessione di fronte al mistero


Sabato 16 ottobre nell'Aula Paolo VI in Vaticano si terrà alle 18, alla presenza dei padri sinodali, un concerto in onore di Papa Benedetto XVI offerto dal maestro Enoch zu Guttenberg che dirigerà l'orchestra tedesca Die Klang Verwaltung e il Chorgemeinschaft Neubeuern. Sarà eseguita la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi per soli, coro e orchestra. Le parti soliste saranno affidate a Susanne Bernhard (soprano), Gehild Romberger (mezzosoprano), Reto Rosin (tenore) e Yorck Felix Speer (basso). Pubblichiamo alcuni stralci del libretto di sala.

In Verdi la naturale alterezza del tratto e la brusca decisione dei modi e dei giudizi sembrano essere l'aspetto esteriore, biografico, del suo genio drammatico, severo e senza sorriso. Il capolavoro conclusivo della vita creativa, il Falstaff, smentisce solo in parte questa impressione, che tutte le opere maggiori confermano:  né la smentisce l'ironica luce che passa sul volto di Verdi in qualche fotografia dell'estrema vecchiaia. Per quel che sappiamo della sua vita, e non è poco, nelle sue relazioni personali, negli affetti, nelle amicizie, dominavano una riservatezza e un distacco che imponevano soggezione. Perfino sua moglie, Giuseppina Strepponi, la "Peppina", la donna straordinaria che, amata da lui e rispettata, guidò e accompagnò in silenzio tutta la sua vita, non lo chiamava per nome (e soprattutto mai in pubblico):  anche per lei egli era "Verdi".
Si comprende, perciò, come il compositore, che pur mantenne legami di amicizia anche duraturi e non sdegnò, a periodi, la vita mondana d'obbligo per un artista internazionale della sua statura, sia sempre stato cauto e controllato nel mostrare ammirazione o anche simpatia. Ma la tenace serietà, che a volte poteva essere anche scostante, nasceva da un'austera, e perfino sconsolata, concezione della vita, che gli ha ispirato le pagine più alte della sua musica.
Nel 1868 una meschina vicenda di invidie e di indifferenza, con cui era stato offeso un suo generoso progetto, aveva perfino oscurato l'umore di Verdi e la sua disposizione al mondo. I rapporti personali tra Rossini e Verdi, nati dal rispetto e dalla stima, erano stati cordiali, però non calorosi né frequenti. Ma Rossini, quando voleva, sapeva essere arguto e amabile. Verdi non lo era mai, tuttavia certo si compiaceva dei segni di amicizia e di ammirazione del più anziano collega.
Nella villa di Sant'Agata, per esempio, conservava in cornice un delizioso biglietto che Rossini gli aveva spedito da Parigi nel 1865:  "Rossini, ex-compositore e pianista di quart'ordine, all'illustre compositore Verdi, pianista di quint'ordine". Quando Rossini morì, il 13 novembre 1868, Verdi, pur estraneo come era a ogni ostentazione, sentì in sé il dovere di sollecitare, con la sua autorità indiscutibile, un riconoscimento nazionale. Propose così a Ricordi che i maggiori musicisti italiani del momento collaborassero, ognuno con un brano e senza alcun compenso, alla composizione collettiva di una Messa da celebrarsi a Bologna. Si discusse, si formò un comitato (allora come oggi), i compositori scelti (oltre Verdi dodici, ormai tutti dimenticati) consegnarono il loro brano - e poi il progetto finì in nulla. Sdegnato e molto amareggiato Verdi chiuse in un cassetto il Libera me per soprano, coro e orchestra.
Ma cinque anni dopo, nel 1873, allorché la sua anima fu colpita e quasi atterrita per la scomparsa "dell'unica" persona che egli aveva più che ammirato venerato, Alessandro Manzoni, Verdi riprese quella sua pagina così profondamente raccolta e tragica, perché fosse conclusione di una Messa tutta sua, compiuta espressione del suo ossequio e del suo turbamento. Ai funerali di Manzoni Verdi non aveva partecipato - per lui troppa folla, ufficialità, prevedibile retorica - ma qualche giorno dopo, il 29 maggio, aveva scritto all'amica contessa Clarina Maffei:  "Con lui finisce la più pura, la più santa, la più alta delle glorie nostre! Molti giornali ho letto! Nessuno ne parla come dovrebbe. Molte parole ma non profondamente sentite. Non mancano però i morsi. Persino a Lui! Oh, la brutta razza che siamo!".
C'era stato qualcosa di misterioso e di delicato nel sentimento che Verdi aveva provato per Manzoni, un sentimento che superava molto la naturale ammirazione per il maggior romanziere e intellettuale italiano. C'era un desiderio di credere, malgrado tutto, nella dignità della natura umana, che allora solo Manzoni in Italia rappresentava, e nella vera nobiltà spirituale, c'era una timidezza filiale inattesa nell'orgogliosissimo Verdi:  e nella pena per la morte del poeta c'era una troppo profonda angoscia, che ci fa appena intendere quanto dolenti fossero, fin dalla prima giovinezza, la solitudine e la diffidenza nell'anima del musicista.
Lo sgomento e la disperazione nella musica della Messa nascono soprattutto da questo legame di spiriti così intenso ed enigmatico. In un giorno del maggio 1867 la Maffei, che era anche amica di Manzoni, aveva fatto in modo che il poeta incontrasse almeno Giuseppina Strepponi.
Quando la Peppina consegnò a Verdi il ritratto di Manzoni con dedica ("A Giuseppe Verdi, gloria d'Italia, un decrepito scrittore Lombardo") e gli raccontò dell'incontro, egli diventò "rosso, smorto e sudato; si cavò il cappello, lo stropicciò in modo che per poco non lo ridusse in focaccia. Più (e ciò resti fra noi) il severissimo e fierissimo orso di Busseto n'ebbe pieni gli occhi di lacrime" (lettera della Strepponi alla Maffei del 21 maggio 1867).
Alla fine, dopo tante attese ed emozioni, il 30 giugno 1868, Verdi entrò nella casa di via Morone e i due geni si conobbero di persona. "Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate? Io mi gli sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini. Dicono che non lo si deve, e ciò sebbene veneriamo sugli altari tanti che non hanno avuto il talento né le virtù di Manzoni, e che anzi sono stati fior di bricconi" (lettera di Verdi alla contessa Maffei del 7 luglio 1868).
L'anno dopo, per la festa di san Giuseppe, Manzoni spedì un biglietto di auguri a Verdi, un segno sicuro dell'impressione che quell'incontro doveva aver prodotto anche nel vecchio e appartato poeta:  "A Verdi - Alessandro Manzoni - eco insignificante della pubblica ammirazione per il gran Maestro, e fortunato conoscitor personale delle nobili e amabili qualità dell'Uomo". Era il 1869, per quattro anni non ci furono tra loro altre occasioni di incontri né di relazioni. Poi Manzoni morì.
Il 22 maggio 1874, a un anno dalla morte, in onore e ricordo dell'uomo venerato, Verdi diresse nella chiesa di San Marco a Milano la sua Messa da Requiem (sarebbe giusto Messa di Requiem, ma il titolo scelto da Verdi è l'altro). Tra le molte che egli ha creato, è questa la narrazione più drammatica del nostro sgomento in faccia al destino e al mistero della morte. E fu anche l'unica volta in cui il fortunato conoscitore poté esprimere in mezzo a tanto dolore e furore degli uomini anche le nobili qualità di un uomo.
La Messa da Requiem di Verdi non fu ideata nelle regole e nei tempi della liturgia e non può accompagnare un ufficio funebre. Dunque, la critica che in passato è stata fatta, essere questo Requiem troppo teatralmente drammatico, è incongrua del tutto. Con la piena forza della sua passione Verdi ha concepito intenzionalmente non una cerimonia ma una "rappresentazione", tragica e lirica, tumultuosa e riflessiva, simbolica e diretta, dei nostri sentimenti sulla morte e di fronte a essa. Qui l'escatologia torna a essere solo condizione di vita, sofferto pensiero esistenziale, malinconia, speranza, paura:  ma nell'oscurità di là dal confine della vita nulla si scorge, nulla si sa.
Anche se questo Requiem non è adattato, come dicevo, alla celebrazione di una messa, esso ne rispetta le parti tradizionali, qui sette, Introitus con il Kyrie eleison, Sequentia del Dies irae in nove parti, Offertorium (Domine, Iesu Christe, rex gloriae, libera animas omnium fidelium defunctorum), il Sanctus, l'Agnus Dei, la Communio con il Lux aeterna (Lux aeterna luceat eis, Domine, cum sanctis tuis in aeternum), il Responsorium finale (Libera me, Domine, de morte aeterna in die illa tremenda), che dovrebbe essere una preghiera e una benedizione (ed è tutto altro).
La musica inizia con una frase assorta che discende verso il silenzio (la minore, quattro battute, violoncelli in pianissimo e con sordina):  da lontano, nella dilatazione del tempo e dello spazio, rispondono quietamente gli altri archi e il debole mormorio del coro, requiem, requiem, come di una folla china e confusa che implora sillabando. In marcato contrasto con l'invocazione sottomessa il Te decet hymnus afferma con forza, in stile arcaizzante, la maestà del Signore in Sion et in Ierusalem, cioè nella casa dei Santi. All'indeciso sentimento degli oranti risponde l'oggettiva evidenza del rito tradizionale. Sin dall'inizio Verdi ha fissato con precisione i modi espressivi che guidano lo stile di tutto il suo Requiem.
Esso procede, infatti, per accentuate contrapposizioni di forme, di toni, di coloriti, spesso con scarti di ricercata efficacia, in una vera immaginazione spaziale (ma non teatrale), creata da riverberi, lontananze, echi. La fremente invenzione, sciolta dalle necessità dei tempi e delle misure sceniche, si sviluppa con libertà di proporzioni e di stili per esaltare ogni concetto, il senso di ogni parola o per drammaticamente contrastarli (nel Lux aeterna non c'è luce!). Se le grandi arcate sonore del Kyrie eleison, di alcune parti del Dies irae, di tutto il Libera me finale, ci danno nel primo ascolto la più forte impressione, è vero poi che la più intensa poesia si raccoglie in particolari di forte pathos, nei passi, cioè, in cui la concitazione tragica si placa nello smarrimento dell'ignoto o nella speranza (la candida e antica cantilena dell'Agnus Dei) e nella malinconia (lo strano colorito esotico ed agreste di Inter oves locum praesta cantato dal tenore, il mesto duetto Recordare, Jesu pie per soprano e mezzosoprano); o, infine, nella pietà per la condizione umana.
Alla fine tutto si estingue nel silenzio, verso il quale, già nell'inizio della Messa, discendeva, come ho detto, la bella frase, in la minore, dei violoncelli. Al termine della cerimonia il magnifico testo cristiano dice Libera me, Domine, de morte aeterna, invocando da Dio la difesa contro il regno infero, ma per Verdi la mors aeterna è la mors immortalis del grande poeta latino, è la dissoluzione, il nulla, senza speranza. Il cupo mormorio Libera me, libera me con cui il Requiem si conclude, è l'eco attonita della paura.
Queste ultime battute sono in do maggiore, il tono relativo del grigio, sfumato la minore di avvio, ed esprimono una certezza.



(©L'Osservatore Romano 16 ottobre 2010)
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