Nel «Vercelli Book» una delle più antiche testimonianze della letteratura britannica

Quel cuore anglosassone che batte in Piemonte


di Silvia Guidi

Un pezzo di Old Anglia a Vercelli, una mostra ricca di tesori librari e paleografici di inestimabile valore, che può essere letta come un commento visivo e documentario a margine della recente visita del Papa in Gran Bretagna; "Percorsi straordinari", allestita nelle sale del Palazzo arcivescovile fino al 31 ottobre,illustra le testimonianze dei rapporti che fin dal medioevo legarono la città piemontese al mondo anglosassone, dai codici che attestano il culto locale di san Tommaso Becket - come il Sacramentario xlii scritto sul finire del dodicesimo secolo, donato alla cattedrale durante la festa di santa Caterina del 1194 - al celebre Vercelli Book, uno dei quattro codici che ci permettono di entrare in contatto con la prima produzione poetica anglosassone, e l'unico esemplare conservato al di fuori delle isole britanniche.
Il volume arrivò a Vercelli, con ogni probabilità, nel dodicesimo secolo, lascito di un pellegrino destinato a una delle strutture ospedaliere cittadine, o più probabilmente, dono di un vescovo. Vergato nel decimo secolo, verosimilmente da un'unica mano in più riprese, racchiude ventitré omelie e sei componimenti poetici; l'intero corpus dei poemi è anonimo, tranne I Fati degli apostoli ed Elena che contengono l'acrostico runico di Cynewulf, uno dei più antichi poeti anglosassoni conosciuti.
I testi sono redatti in un dialetto sassone occidentale identificato solo nel 1822 da Friedrich Blume nel corso del suo viaggio di studio in Italia; lo studioso tedesco stava cercando alcuni testi giuridici nella Biblioteca capitolare e si è imbattuto per caso nel codice. Fu Karl Maier, dodici anni dopo, a trascrivere i testi e a studiarne le caratteristiche paleografiche e codicologiche.
I legami tra la diocesi vercellese e il mondo anglosassone sono stati talmente profondi da creare non solo echi di gusto formale nelle opere, ma anche una rete di strutture volte a cementare queste connessioni. Sulla via verso le grandi mete dei pellegrinaggi religiosi, prima fra tutte Roma, erano frequenti le soste dei pellegrini nei centri predisposti alla loro accoglienza. Alcuni di questi erano stati fondati appositamente per i viaggiatori stranieri, come l'Ospedale di Santa Brigida degli Scoti, realizzato nel X secolo, dedicato principalmente ai pellegrini inglesi, e quello intitolato a santa Maria, fondato nel 1262 da Simone Fasana presso la parrocchia di San Tommaso, che si occupava di accogliere francesi e inglesi. L'Ospedale di Santa Brigida degli Scoti, ora Palazzo Berzetti di Buronzo, si affacciava sull'attuale piazza D'Angennes, quindi in posizione privilegiata vicino alla sepoltura di sant'Eusebio.
A testimonianza della florida attività della struttura sono confluite nell'Archivio capitolare fonti scritte tra cui le tre pergamene esposte, databili al 1162, 1174 e 1175 che evidenziano la pratica delle donazioni da parte di fedeli e pellegrini come atto penitenziale di riscatto e devozione. La testimonianza dei "romei" provenienti dall'area anglosassone si riscontra anche attraverso le annotazioni di necrologi in un Messale contenuto nel codice lxii donato alla cattedrale di Sant'Eusebio dall'arciprete Mandolo, di cui si conserva il testamento datato 30 aprile 1210; a margine del giorno 11 gennaio si legge il necrologio Paschen Scotigena riferibile a un anno imprecisato ante XII secolo.
"Il Vercelli Book è un testo essenziale per comprendere le radici cristiane dell'Inghilterra - ha spiegato Massimo Introvigne in un incontro sulla mostra che si è svolto nel Seminario arcivescovile - la presenza a Vercelli di questo libro, casuale o se si preferisce provvidenziale, è dovuta a un intreccio di strade che portavano monaci e pellegrini dalla lontana Gran Bretagna a Roma e ritorno, già di per sé un elemento che mostra l'unità spirituale dell'Europa del medioevo. I temi che tratta sono profondamente religiosi e cristiani e nello stesso tempo profondamente britannici ed europei. Le storie dei santi e dei primordi della cristianità intrecciano elementi biblici e altri che derivano dai poemi epici celtici, non giustapposti ma fusi insieme armonicamente. Dalle sue pagine esce viva una cultura che è insieme celtica e cristiana, formata nei monasteri".
Quella stessa cultura evocata dal Papa durante la sua visita in Gran Bretagna attraverso la figura del benedettino san Beda (672-735), la fonte da cui ricaviamo qualche notizia sui primi grandi poeti cristiani in lingua inglese, Cynewulf e Caedmon. I loro testi più antichi sono conservati proprio nel Vercelli BookI Fati degli apostoli, Elena e forse Andreas per Cynewulf, Il sogno della croce per Caedmon, senza peraltro che le attribuzioni siano del tutto sicure.
"Nel primo poema del libro, sant'Andrea, il santo patrono della Scozia - continua Introvigne - la cui crux decussata o croce diagonale su cui fu martirizzato costituisce la bandiera scozzese ed è parte della britannica Union Jack, cerca di salvare l'apostolo san Matteo che è stato rapito dai cannibali mirmidoni. Del leale equipaggio della sua nave, un tipico comitatus di uomini, come s'incontra tanto spesso nella letteratura celtica e britannica, fanno parte un timoniere e due marinai, che sono in realtà Gesù e due angeli sotto mentite spoglie. Ma sant'Andrea non lo sa, e annuncia loro il Vangelo. Gesù gli concede prima il dono dell'invisibilità, grazie al quale sant'Andrea riesce a penetrare nelle terre dei mirmidoni, poi la forza, quando è scoperto, di resistere alle loro torture e infine di convertire i cannibali al Vangelo e liberare san Matteo. Anche questo poema - continua Introvigne - ci fa vedere come nasce l'Europa nei monasteri:  le radici della storia sono greche e derivano dagli Atti di Andrea nel quarto secolo, con un'ovvia eco omerica, ma la materia è rielaborata con l'andamento fiero e quasi militare delle epopee celtiche, su una base che rimane quella della storia della salvezza cristiana. I cannibali rappresentano, come il drago ucciso da san Giorgio, il paganesimo con i suoi sacrifici umani; sant'Andrea sconfigge i suoi nemici, ma non li distrugge, li converte".
Elena, il capolavoro di Cynewulf è invece una classica storia di inventio di una reliquia, anzi della reliquia per eccellenza, la Santa Croce, da parte di sant'Elena (250-330 circa), madre dell'imperatore Costantino (272-337). "L'episodio è storico, ma il poema è deliziosamente anacronistico - spiega Introvigne - perché Elena è trasfigurata in una tipica eroina della mitologia celtica". Forse il testo del Vercelli Book che ha avuto la maggiore influenza nella formazione della cultura britannica è The Dream of the Rood, talora tradotto come Il sogno della croce. Rood è il legno dell'albero da cui è tratta la Vera Croce, oggetto di una visione in cui il legno stesso appare, parla e racconta la storia della crocifissione dal punto di vista della Croce stessa. "Un albero che vive e parla è un elemento tipico del folklore celtico, e se ne ritrovano le tracce ancora nell'opera di Tolkien, ma i tentativi moderni di ridurre The Dream of the Rood a un testo pagano non possono che fallire. Contrapporre la radice celtica e quella cristiana del poema è, anche qui, un errore. I due elementi vivono e compongono un gioiello della poesia europea proprio in quanto stanno insieme".
I rapporti tra Vercelli e il mondo anglofono non si limitano al medioevo:  nel 1787 un avvocato della Virginia, appassionato di architettura e di agronomia attraversò "per tre settimane la regione del riso al di là delle Alpi, da Vercelli a Pavia". Un grand tour in Italia a fini aziendali, oltre che culturali:  l'obiettivo di Thomas Jefferson, che quattordici anni dopo sarebbe diventato il terzo presidente degli Stati Uniti d'America, era scoprire il segreto per cui il riso del Piemonte era di qualità superiore a quello della Carolina, come scrive lo stesso Jefferson nella lettera indirizzata a John Adams il 1° luglio 1787.



(©L'Osservatore Romano 18-19 ottobre 2010)
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