Dubbi dalla comunità intellettuale sulla proposta di introdurre in Italia il reato di negazionismo

La storia non è vera per legge


Gaetano Vallini

Negare la Shoah è un fatto gravissimo e vergognoso, ma punire per legge chi sostiene questa tesi - e quindi di fatto stabilire ciò che è storicamente vero attraverso una norma giuridica - non è la strada giusta. Anzi, rischia di essere controproducente: in democrazia la censura non è un mezzo corretto, e si finisce per far diventare martire chi vi incappa. È questa, in sintesi, la condivisibile reazione degli storici alla proposta di introdurre in Italia il reato penale di negazionismo lanciata il 15 ottobre su "la Repubblica" dal presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, dopo le dichiarazioni di Claudio Moffa. Questi, a conclusione di un master all'università di Teramo, aveva sostenuto, tra l'altro, che "non c'è alcun documento di Hitler che dica di sterminare tutti gli ebrei".
Una posizione, quella della maggior parte degli storici, in controtendenza rispetto al quasi unanime apprezzamento del mondo politico. Infatti, la proposta di Pacifici ha subito trovato anche il sostegno dei presidenti di Senato e Camera, che si sono detti pronti a sostenere e a velocizzare l'iter di un eventuale disegno di legge che introduca il reato di negazionismo.
David Bidussa sul numero di domenica de "l'Unione informa", bollettino dell'Unione delle comunità ebraiche italiane diffuso in rete da "Moked", il portale dell'ebraismo italiano, sostiene che "una legge contro il negazionismo non sarebbe né una scelta intelligente, né una scelta lungimirante. Non aiuta né a farsi un'opinione, nè a far maturare una coscienza civile. L'Italia ha bisogno di una pedagogia, di una didattica della storia, di un modo serio e argomentato di discutere e di riflettere sui fatti della storia. Non servono leggi che hanno il solo effetto di incrementare la categoria dei martiri". D'accordo con Bidussa si dice, nell'edizione odierna della stessa testata, Anna Foa, ribadendo quanto già espresso su "Avvenire" di domenica in un editoriale in cui sosteneva che ai negazionisti "vada in primo luogo impedito di propagandare le loro idee attraverso i media e, soprattutto, l'insegnamento". "Non ci servono leggi - scrive oggi la storica - per mandare in galera i bugiardi, con il rischio reale di trasformarli in martiri della libertà di pensiero. Ci serve serietà di studio, capacità di trasmettere, di suscitare interesse in quanti ci ascoltano. Ci serve creare un clima in cui le bugie si confutino da sole, in cui la memoria della Shoah sia fondata sulla conoscenza e non sulla retorica". E continua: "L'unica cosa che non ci serve è riempire le galere di mentitori e far pensare al mondo che per farci credere abbiamo bisogno della scorta della polizia".
Non dissimile la linea di Sergio Luzzatto che su "Il Sole 24 Ore" di domenica si dice contrario a una penalizzazione del negazionismo, "non foss'altro perché il negazionismo è male culturale e sociale" e che per questo va "affrontato con anticorpi culturali e sociali, non attraverso la repressione giudiziaria". Spostando la riflessione sulle responsabilità educative - e precisando che "in democrazia la scienza e la cultura selezionano da sole, senza intervento della politica, l'attendibile dall'inattendibile e il rigoroso dal ciarlatanesco" - Luzzatto sostiene che "porre limiti alla libertà d'insegnamento è comunque sbagliato. Beninteso: laddove certe lezioni universitarie sfociassero sull'incitazione all'odio razziale o sull'apologia di crimini contro l'umanità, queste lezioni assumerebbero un rilievo penale già contemplato e perseguito nel nostro ordinamento. Ma al di fuori di questo, un sistema educativo dovrebbe, piuttosto, tutelarsi contro la tara dei cattivi maestri. Oggi il problema non è sapere cosa sproloqui dalla cattedra un docente di Teramo: il problema è sapere chi lo ha nominato professore ordinario in un'università italiana".
Anche per Giovanni Sabbatucci la Shoah "va studiata con gli strumenti dello storico" e non con quelli della giustizia, anche se, come precisa in un articolo pubblicato sempre domenica su "Il Messaggero", è "una soluzione già adottata in alcuni Stati europei (Austria e Germania fra gli altri, per comprensibili motivi)". "Negare la possibilità di esprimere un'opinione, sia pure la più aberrante, non rientra - per lo storico - nella logica e nelle regole di uno Stato liberale. Altra cosa è la possibilità di rivolgersi al giudice da parte di chi si ritenga offeso o danneggiato da quelle opinioni. E altra ancora il diritto-dovere della comunità scientifica e delle autorità accademiche di sanzionare con i propri strumenti (fino alla rimozione dall'insegnamento) chi propini ai suoi studenti evidenti falsità".
"Si tratta, come evidente, di un terreno scivoloso, dove è facile trascorrere dalla critica alla censura. Ma - conclude Sabbatucci - è altrettanto evidente che nessuna comunità scientifica può sopravvivere senza un codice di controllo sull'attività dei suoi membri. E nessuna comunità civile può tenersi insieme senza un patrimonio di valori condivisi e senza una sanzione morale per chi intenda violarli".



(©L'Osservatore Romano 18-19 ottobre 2010)
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