Un convegno a Roma su etica e finanza

Il vero senso
della ricchezza


di Luca M. Possati

"È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio". Ma quale ricco si salva? Forse colui che abbandona tutto e si fa povero? No, al contrario:  colui che diventa ancora più ricco perché "la vocazione operativa dell'uomo è la produzione di valore, e se la ricchezza non viene creata, non può essere distribuita". Parte dal capitolo decimo del vangelo di Marco, Ettore Gotti Tedeschi, presidente del consiglio di sovrintendenza dell'Istituto per le Opere di Religione (Ior), lanciando una provocazione che ha il gusto di una sfida. "Non è scritto da nessuna parte che la ricchezza sia una cosa sbagliata e la povertà positiva:  il denaro è solo un mezzo, non va idolatrato". La confusione tra fini e strumenti ha prodotto la crisi e "il capitalismo è diventato un segno di contraddizione". Dobbiamo ripartire dalla persona e dalle leggi naturali dell'economia contro il nichilismo imperante e accecante. Dobbiamo tornare a porci, in tutta la sua densità, la domanda di Clemente Alessandrino:  Quis dives salvetur?
L'occasione per raccogliere questa sfida è stato il convegno tenutosi all'Auditorium di via Veneto, mercoledì, organizzato dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena e da "L'Osservatore Romano". Insieme a Gotti Tedeschi, sono intervenuti nomi illustri della finanza italiana, tra cui Gabriello Mancini, presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Marco Parlangeli, direttore generale della stessa fondazione, Giuseppe Guzzetti, presidente dell'Associazione delle casse di risparmio e fondazioni di origine bancaria (Acri), e Pietro Modiano, presidente della Carlo Tassara spa e Nomisma. Cornice tematica è stato il rapporto tra etica e finanza, problema su cui, come ha ricordato il direttore del nostro giornale aprendo i lavori, "l'attenzione della Santa Sede cresce progressivamente dal 1891, l'anno della Rerum novarum", e nella fase attuale Benedetto XVI e il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, hanno dimostrato "una sensibilità senza precedenti".
La sensibilità del Papa per le questioni economiche ha radici lontane perché il vero capitalismo è nato nel medioevo cristiano, in quel mondo che ha saputo cogliere e utilizzare le leggi economiche naturali. La forma originalis si è però modificata nel tempo - ha detto il presidente dello Ior - con l'avvento del protestantesimo, del marxismo e dell'utilitarismo. Un filo continuo lega questa evoluzione spirituale ai crolli dei giganti di Wall Street nel settembre 2008. "La crisi attuale nasce da una perdita del senso della vita e delle leggi naturali", ha spiegato Gotti Tedeschi. Due fenomeni hanno trascinato il nostro mondo nell'abisso:  il nichilismo e lo scontro tra le etiche religiose e laiche. Perciò il capitalismo è divenuto un segno di contraddizione:  "Vuole migliorare la vita umana, ma è finito per confondere i fini con i mezzi". Il vero problema è che "oggi non c'è più coincidenza tra la produzione della ricchezza e le capacità imprenditoriali" e quindi, parafrasando Galbraith, "la ricchezza è in mano a troppi imbecilli". Negli ultimi venticinque anni speculazione, corruzione e sregolatezza hanno spaccato il mondo in due, tra Paesi produttori ma non consumatori e Paesi consumatori ma non produttori. Le tre dimensioni dell'homo oeconomicus - produzione, consumo e risparmio-investimento - sono state travolte e scisse. "Abbiamo sfruttato la delocalizzazione - ha detto Gotti Tedeschi - ma non siamo stati capaci di creare una vera strategia industriale".
E allora? Il ricco si può salvare se riscopre il senso vero della vita umana, che coincide con quella che Clemente di Alessandria chiamava "la scelta del Salvatore".
Da un punto di vista laico la risposta è molto diversa. Anche perché - ha replicato Modiano - "nella finanza i comportamenti che definiamo etici sono spesso sanzionati". Chi può dire se un derivato è buono o cattivo? "La finanza avanza aggirando la norma:  se sfidi la legge crei profitto". Come acqua e olio, etica e mercato si escludono a vicenda:  il ricco resta ricco, e per forza anti-etico. "Senza un sistema di valori prevalgono automaticamente i predatori - ha sottolineato Modiano - ma con un tale sistema non è detto che non prevalgano mai". Lo spiegava già Adam Smith:  "Non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione ch'essi fanno dei propri interessi".
Interessi, appunto. Ma la ricerca del profitto annichilisce ogni prospettiva valoriale? In questa crisi "è venuto meno qualsiasi sistema di valori perché abbiamo commesso un errore culturale, ovvero abbiamo assolutizzato delle convenzioni", ha aggiunto Modiano. La fede in un libero mercato quale condizione necessaria e sufficiente del progresso si è sgretolata:  la concorrenza selvaggia ha finito per produrre soltanto cieco monopolio. E citando il paragrafo 38 della Caritas in veritate il presidente della Carlo Tassara ha messo in rilievo la necessità di un sistema fondato sull'equilibrio di tre dimensioni:  mercato, Stato e società civile.
Tra etica e finanza, infine, il diritto naturale. Il confronto tra laicismo e cattolicesimo rischia di restare in sospeso se non ci si spinge più in là, verso questo terreno comune. Il dibattito sul diritto naturale precede il cristianesimo stesso e mette in questione un concetto determinante:  la responsabilità. Concetto determinante se si vuole rivalutare il senso originario dell'economia, quel "fare economia - come ha ricordato Guzzetti - che è la capacità di usare al meglio le risorse che abbiamo, con sobrietà". In momenti difficili - ha aggiunto Parlangeli - "dobbiamo ridare centralità all'uomo". Si apre così una nuova strada, imboccata la quale ricchezza e povertà diventano - citando ancora Clemente - adiaphora:  indifferenti.



(©L'Osservatore Romano 22 ottobre 2010)
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