Il progetto di unione politica del Vecchio Continente non deve dimenticare i suoi ideali originari

Dietro le note
dell'"Inno alla gioia"


Il 3 novembre, nella Sala Marconi di Radio Vaticana, viene presentato il libro curato da Cosimo Semeraro I padri dell'Europa. Alle radici dell'Unione Europea (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 94, euro 9). Anticipiamo alcuni stralci dell'intervento dell'Ambasciatore capo delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede.

di Yves Gazzo

L'Inno alla Gioia di Friedrich Schiller, scritto nel 1785, è una poesia vivace che celebra la fratellanza, l'unione del genere umano, la riconciliazione e Dio. Il compatriota di Schiller, Ludwig van Beethoven, l'ha usata come base per la composizione del movimento finale della sua Sinfonia n. 9, completata nel 1824.
Nel 1985 una versione strumentale dell'opera di Beethoven, arrangiata da Herbert von Karajan, è diventata l'inno ufficiale dell'Unione europea.
Considerate le sfide e le critiche con cui deve ripetutamente confrontarsi gli scettici potrebbero sostenere che l'Inno alla gioia di Schiller sia un prisma piuttosto inappropriato attraverso il quale guardare la posizione politica, economica e sociale dell'Unione, ora che ci apprestiamo a entrare nella seconda decade del ventunesimo secolo.
Per i padri fondatori dell'Europa, che avevano ancora i penosi ricordi degli orrori delle due guerre mondiali, perseguire i valori e la pace era una fonte di forte entusiasmo.
Non dimentichiamoci che i nostri valori sono stati conquistati con fatica. In molte parti del mondo, questi valori devono essere ancora completamente rivendicati da molti popoli che sottostanno a Governi oppressivi.
Se l'Unione vuole realmente avere un ruolo globale, i nostri valori dovrebbero essere una fonte di gioia da difendere.
Il Trattato di Lisbona sottolinea la necessità di un'Unione europea più democratica e più vicina ai cittadini. Oggi però un concetto machiavellico della politica come ricerca manipolativa del potere sfortunatamente ha messo da parte l'antica originale cultura greca della politica come ricerca di una vita "bella". Gli sforzi per riaccendere la passione e l'entusiasmo e il fatto di rivolgersi direttamente ai nostri cittadini saranno cruciali per il successo futuro del progetto europeo.
Ma cosa significa essere un "buon europeo"?
Questa è la grande domanda che non può essere definita da un parlamento o dalla politica o dal discorso di un ambasciatore a una tavola rotonda. È una domanda che riguarda la società, una domanda su cui i cittadini europei devono riflettere e discutere.
In questo contesto ci chiediamo:  se i valori sono intrinsechi al progetto europeo, che posto ricopre la religione? Le società europee sono diventate meno omogenee e più pluraliste. Ciò ha portato a una riconsiderazione del ruolo della religione pubblica in Europa.
I religiosi deplorano la misura in cui la religione sia stata relegata nella sfera privata. Altri vedono troppa religione nella sfera pubblica. In breve, "l'anima dell'Europa" è diventata il soggetto del dibattito e della contestazione.
Inquadrare il dibattito come un conflitto cosmico tra un'anima "laica" e una "religiosa" ci porterà soltanto a false dicotomie, esagerazioni e dialogo mancato. Molta della confusione deriva dal fatto che il concetto di laicità ha significati diversi per persone diverse.
Sotto l'aspetto della libertà di religione, della libertà di coscienza, dei diritti umani e della separazione istituzionale tra la Chiesa e lo Stato, l'Europa deve essere laica. La maggior parte dei leader religiosi probabilmente concordano sul fatto che questa sia una cosa buona.
L'Unione europea persegue il bene comune di tutti i suoi cittadini, siano essi cristiani, ebrei, musulmani o atei; oggi i tribunali sono tenuti a decidere sempre di più su questioni che, in passato, nessuno avrebbe persino immaginato di porre. I cittadini non religiosi si sentono minacciati e quelli religiosi si sentono discriminati e relegati nella sfera privata. È interessante notare come i tribunali si trovino sempre più spesso a dover tracciare i confini pratici tra laico e religioso.
In questa atmosfera pesante, il dialogo è più importante che mai. Il dialogo sulla religione, l'ateismo e la verità deve avvenire all'interno della società civile visto che l'Unione europea non ha mandato per farlo. Le rivendicazioni sulla verità religiosa e filosofica non possono essere giudicate dai tribunali o legiferate dai politici.
Tuttavia, in linea con l'articolo 17 del Trattato di Lisbona, l'Unione si impegna a mantenere un "dialogo aperto, trasparente e regolare con le chiese e le comunità di convinzione su questioni politiche di comune interesse (articolo 17.3)". Se l'Unione viene vista solo come un mucchio di istituzioni senza valori e senza anima, non avrà successo.



(©L'Osservatore Romano 2-3 novembre 2010)
[Index] [Top][Home]