Caratteristiche delle sepolture nei primi secoli del cristianesimo

I compagni dell'ultimo viaggio


di Fabrizio Bisconti

Attorno alle tombe dei martiri, dislocate nelle catacombe romane e nelle necropoli paleocristiane dell'intero mondo tardoantico, sorgono dei "cimiteri satellite", che si innervano, senza rispettare il fronte di sfruttamento delle aree sepolcrali, nelle immediate vicinanze delle memorie, talché si verranno a creare i cosiddetti retrosanctos, dei settori cimiteriali che, talora, devastano i precedenti contesti, proprio per quella tensione devozionale, che è ben sintetizzata da una iscrizione romana di incerta origine:  quod multi cupiunt et rari accipiunt, un'espressione, quest'ultima, che dichiara un desiderio forte, ma non sempre esaudibile.
La convinzione che dai corpi santi e dalle loro reliquie si sprigionasse uno spirito salvifico, che va a interessare i corpi sepolti in prossimità dei martiri, santificandoli e garantendo loro l'unione con Dio, si propone come un dato reale utile a spiegare la costruzione di altri "cimiteri satellite" collocati nei sopraterra delle catacombe romane e, cioè, le cosiddette basiliche circiformi, così definite per la loro pianta, caratterizzata da navate avvolgenti, che girano in senso continuo intorno a quella centrale. Si tratta di ben sei basiliche:  quelle dei Santi Pietro e Marcellino, sull'antica via Labicana, quella di Sant'Agnese sulla Nomentana, quella di San Lorenzo sulla Tiburtina, quella di San Sebastiano sull'Appia, quella di Papa Marco sull'Ardeatina e quella anonima sulla Prenestina. Queste basiliche, assieme a quelle di Pietro e di Paolo, rappresentano le più importanti manifestazioni monumentali della politica religiosa di Costantino, che sembra così salvaguardare, con una imponente corona di santuari, il suburbio romano, fornendo, allo stesso tempo, una serie di contenitori funerari per rispondere alla pressante richiesta delle sepolture ad sanctos da parte dei fedeli cristiani. Tutte le basiliche circiformi, infatti, costituivano dei vasti cimiteri comunitari coperti, capaci di contenere migliaia di tombe; tutte erano costruite nei pressi di una catacomba, anche se leggermente defilate dalla sede delle sepolture dei martiri, ove nacquero, anzi, altre basiliche ad corpus. La presenza della tomba di un santo costituiva, insomma, la protezione più efficace per i numerosi fedeli sepolti in queste chiese; anche per i più abbienti e per gli appartenenti agli alti livelli della mappa sociale cristiana, titolari di ricchi mausolei addossati alle basiliche.
In tutto questo processo di trasformazione dei contesti funerari attorno ai sepolcri dei martiri, questi ultimi sembrano appena sfiorati dall'imponente e stravolgente fenomeno delle sepolture ad sanctos. Le tombe sante in Occidente, durante i primi secoli, godono di una sorta di proibizione di ogni tipo di monumentalizzazione, per cui anche i segni del culto sono appena percepibili, ridotti a semplici graffiti tracciati dai pellegrini o alla costruzione di organismi più o meno complessi per i pasti funebri, come nella memoria apostolorum sulla via Appia. Per il resto, le tombe sante sono appena segnalate, come accade con i trofei di Pietro e Paolo, descritti da Eusebio, basandosi sulla testimonianza dell'uomo di chiesa Gaio che, al tempo di Papa Zefirino, vide due semplici edicole, in corrispondenza delle tombe dei principi degli apostoli (Historia Ecclesiastica 11, 25-27), secondo quanto hanno poi dimostrato gli scavi di San Pietro, che hanno individuato, al centro e agli esordi dell'interminabile itinerario costruttivo e cultuale, un sobrio organismo timpanato situato sulla tomba dell'apostolo, scavata nel suolo.
Anche procedendo nel tempo, le tombe dei martiri non conobbero rifacimenti e monumentalizzazioni troppo importanti. I primi interventi in questo senso sono dovuti al Papa Damaso che, com'è noto, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del iv secolo, con l'intento di rilanciare la devozione popolare verso la memoria dei martiri, anche per ricomporre i pericoli della mancata coesione interna dovuti all'affaire ariano e alle lotte intestine, coadiuvato da un impegnato entourage di presbiteri, ridisegna la mappa cultuale del suburbio romano. Gli interventi sono sobri, finalizzati ad alimentare un pellegrinaggio che, intanto, si era organizzato prima a livello locale e poi più esteso, creando degli itinera ad sanctos a senso unico, con gradus descensionis et ascensionis, dove le tombe dei martiri costituivano la meta di un pellegrinaggio tutto giocato sulla pratica dell'ex contactu, ossia del devoto gesto che permetteva di toccare concretamente quei sacri sepolcri. Le tombe dei martiri vennero soltanto restaurate, lievemente decorate, quasi mai ad affresco (con l'unica eccezione dei sepolcri dei Santi Felice e Adautto a Commodilla), quasi sempre con le celebri iscrizioni filocaliane, che vanno intese come vere e proprie autentiche pontificie, talora con prospetti architettonici schiacciati sulle pareti in cui si aprivano i sepolcri, come nel caso della tomba di San Gennaro, nella spelunca magna di Pretestato, talvolta con sbiancature dei cubicoli, creazione di nuovi lucernari, decorazione in mosaico o in opus sectile.
A fianco degli interventi damasiani si può spesso apprezzare l'intervento evergetico di alcuni rappresentanti della gerarchia ecclesiastica o della ricca aristocrazia laica romana, che proprio in quel tempo diviene sponsor della costruzione di molti edifici di culto. È verosimile che alcune tombe monumentali sistemate in vicinanza delle sepolture martiriali e progettate contestualmente alle ristrutturazioni damasiane debbano essere riferite proprio a quegli evergeti che, forse, avevano partecipato anche finanziariamente a quelle imprese:  la loro generosità poteva assicurare una tomba privilegiata situata vicino alle spoglie del santo. La promozione del culto innescò, dunque, un rapporto diretto con i martiri e in questo senso si muove anche l'iconografia, a cominciare dall'affresco in cui Petronilla introduce in paradiso Veneranda nelle catacombe di Domitilla, fino a quello in cui Cominia e Nicatiola sono rappresentate nell'aldilà assieme a san Gennaro nelle catacombe napoletane di Capodimonte. Tra i martiri e i defunti si stabilisce una sorta di amicizia religiosa, un intimo rapporto inter pares, che qualifica i santi come patroni, intercessori e protettori:  essere vicini a loro, essere rappresentati in loro compagnia, significa rompere la barriera tra cielo e terra e porre su un medesimo piano i defunti ordinari e i santi, come ci fa comprendere, ormai nel vi secolo, l'affresco della Madonna Regina attorniata dai martiri Felice e Adautto e dalla vedova Turtura nelle catacombe di Commodilla.
Il problema delle sepolture ad sanctos, che interessa tutte le più alte personalità della Chiesa del tempo, si innesta in quello altrettanto interessante del pellegrinaggio. I due fenomeni si sfiorano e si sovrappongono. La sepoltura dei martiri diviene il più ambito centro di interesse del culto cristiano, sia quando viene considerato meta di quella che Peter Brown definisce "terapia della distanza" e dunque - come si diceva - oggetto da toccare per essere santificati e per santificare, sia quando viene preso come punto di riferimento per sistemare le sepolture dei defunti d'alto rango. La "tomba privilegiata" produce, dunque, le "tombe privilegiate".
La dinamica cultuale e funeraria sin qui descritta può essere controllata studiando il complesso di Cimitile a Nola, laddove, attorno alla tomba del confessore Felice, proprio per la committenza di Paolino, agli esordi del v secolo, si viene a creare un complesso che il comune viaggiatore poteva scambiare per una città:  quarum [basilicarum] fastigia longe adspectata instar magnae dant visibus urbis (Carmina, 18, 179-180). Attorno alla memoria sorgono ben quattro basiliche per lo più funerarie, per assolvere alla grande richiesta delle sepolture ad sanctos, ma vengono costruiti anche un battistero, dei monasteri, dove Paolino si ritira con la moglie Terasia, dei cortili, dei portici, un ospizio per i poveri, un acquedotto per le esigenze di coloro che si recavano in pellegrinaggio nel celebre santuario campano (Carmina 32, 21, 27, 28).
Nello stesso frangente, situazioni analoghe, anche se non così imponenti, si verificano in altri centri dell'Occidente cristiano e, segnatamente, a Milano, dove la forte personalità di Ambrogio guida con invenzioni, ristrutturazioni, progetti ex novo la cristianizzazione di una città che, per la presenza di ben quattro memorie extramuranee, può essere considerata, come Roma, protetta dai martiri. L'area più importante parve, sin dall'età preambrosiana, quella detta sintomaticamente ad martyres, dove Ambrogio rinvenne i corpi di Gervasio e Protasio, le cui reliquie furono solennemente sistemate nella nuova basilica, da poco costruita a Porta Romana (Epistulae, 21, 15). Un gesto, questo, dai mille significati:  da quello immediato di ordine politico-religioso, che sottolinea, con un miracolo, la strenua resistenza ambrosiana dinanzi al fronte ariano, a quello puramente agiografico, più largo e teorico, talora poetico, che troverà i momenti più alti nelle pie ballate del poeta iberico Prudenzio. Nell'area occidentale del cimitero ad martyres si concentrano le attività ambrosiane:  dalla costruzione della basilicula dei Santi Nabore e Felice, in cui fu deposto il vescovo Materno, alla basilica martyrum, dove Ambrogio fece deporre Gervasio e Protasio e preparò la propria sepoltura (Epistulae, 22, 2 e 13), al sepolcro di san Vittore, su cui sorgerà l'attuale complesso di san Vittore in coelo aureo,  presso  cui  Ambrogio  depose  il  fratello Satiro.
La sepoltura ad sanctos e il pellegrinaggio vengono guardati come attraverso le lenti di un binocolo, nel senso che si propongono come due aspetti di un unico fenomeno che produce due situazioni parallele e contigue. E questa duplice articolazione potrebbe essere controllata in altri santuari del Mediterraneo, come a Tebessa, dove nacque un grande centro di pellegrinaggio, che raddoppiò addirittura la città, attorno alla tomba di santa Crispina; come nei loca sancta salonitani, di Marusinac, dove troviamo un caso veramente interessante. Qui, nel 304, la nobildonna Asclepia creò una memoria, che sarebbe poi divenuta meta di pellegrinaggi, sulla tomba del martire Anastasio, in un edificio, che era stato adibito anche a ospitare la sua stessa tomba e quella della sua famiglia:  la nobildonna sottrae così la "tomba privilegiata" del santo alla comunità, per inglobarla e renderla cosa privata della sua famiglia.
Tutte queste testimonianze letterarie ed epigrafiche illuminano un mondo cristiano lontano, primitivo, dove confluiscono i riti, i culti e, forse, le superstizioni delle culture e delle civiltà del Mediterraneo, ma ci parlano di un'evoluzione dei gesti e degli atteggiamenti di un "popolo nuovo", che ricarica semanticamente le abitudini funerarie del passato, trasformando le usanze in forme di un culto, che genera i fenomeni della intercessione, del culto, della devozione e che avvicina, rompendo ogni barriera, i defunti ordinari, i martiri, i santi, che diventano gli abitanti del mondo dell'attesa, della resurrezione che verrà.



(©L'Osservatore Romano 11 novembre 2010)
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