Pubblicati gli atti del convegno per il quarantesimo anniversario dell'«Humanae vitae»

Paolo VI avvocato della persona umana


Intento dell'enciclica non è quello d'imporre pesi perché il Pontefice è ben consapevole dei problemi delle singole persone

Sono appena stati pubblicati nel volume Custodi e interpreti della vita. Attualità dell'enciclica "Humanae vitae" gli atti del convegno che si è tenuto dall'8 al 10 maggio 2008 - in occasione del quarantesimo anniversario dell'enciclica - presso la Pontificia Università Lateranense. Nel volume, curato da Lucetta Scaraffia (Roma, Lateran University Press, 2010, Dibattito per il Millennio, 15, pagine 253, euro 35), è compreso un testo poco noto scritto nel 1995 dal cardinale Ratzinger. Lo anticipiamo insieme ad alcuni stralci dell'introduzione.

di Joseph Ratzinger

Con la convocazione e l'apertura del concilio Vaticano II, Giovanni XXIII aveva lasciato in eredità al suo successore Paolo VI il compito di una riforma generale della Chiesa. Quando il concilio ebbe inizio, la fase della ricostruzione postbellica volgeva alla fine. Le distruzioni, che la dittatura anticristiana di Hitler aveva lasciato, parlavano un linguaggio eloquente. Esse avevano impresso un nuovo orientamento ai fondamenti cristiani dell'Europa e suscitato una volontà comune di risvegliare a nuova vita questo continente tormentato e smembrato. Nella necessità dell'ora era nata un'intesa nel pensiero e nell'azione, che si dissolse nel momento in cui fu completata nell'essenziale l'opera di ricostruzione. Lo sforzo di rinnovamento della Chiesa non può essere compreso prescindendo da questo contesto sociale e dai suoi cambiamenti. Nella prima fase postbellica la Chiesa appariva come il baluardo dell'umanità nella coscienza di coloro che avevano sperimentato il dominio della disumanità. Era la realtà sicura che aveva tenuto e aveva dato buona prova di sé. Pertanto essa poteva uscire dal ghetto in cui era stata cacciata nel diciannovesimo secolo:  il liberalismo e l'idea da esso ispirata degli stati nazionali non erano più - così in ogni caso sembrava - in contraddizione con la Chiesa. Lo spirito della modernità e la Chiesa non si guardavano più con ostilità, ma camminavano l'uno verso l'altro.
Il Vaticano II era cominciato in questo clima ottimistico della riconciliazione finalmente possibile fra epoca moderna e fede; la volontà di riforma dei suoi padri ne era plasmata. Ma già durante il concilio questo contesto sociale cominciò a mutarsi. L'epoca moderna non continuò a rimanere nella specifica situazione degli anni del dopoguerra. L'anno 1968 fu il segnale della svolta:  un mondo veramente nuovo e l'uomo nuovo dovevano essere generati dalle forze proprie della ragione e della potenza umana. Gli avvenimenti del 1968 significarono per così dire una rivolta dell'epoca moderna contro se stessa:  proprio la società liberale, organizzata in modo democratico e borghese, appariva ora come il carcere dell'insensatezza e del vuoto, che doveva essere infranto per trovare la libertà vera, assoluta e la vita piena.
La riconciliazione fra epoca moderna e fede, che in qualche modo era stata un'idea conduttrice del Vaticano II, era così messa in discussione nella sua forma concreta. Quell'epoca moderna, con la quale si era cominciato a riconciliarsi, ora non doveva più esserci. La rivoluzione iniziatasi si rivolgeva contro di essa, per realizzare la vera novità, il progresso definitivo. Questo dramma adombrò necessariamente la recezione del concilio e suscitò le note posizioni contrapposte. Chi non aveva pensato a una riforma in modo deciso a partire dal contenuto della fede e dei suoi criteri riteneva anche ora di non poter restare in ritardo rispetto al nuovo e poteva facilmente perdere il terreno sotto i piedi. Vi erano però anche gli altri, che ora dichiaravano come fallita l'impostazione stessa del concilio e nelle resistenze contro di esso ritenevano di vedere la salvezza. Guidare la navigazione fra Scilla e Cariddi fu il difficile compito toccato a Paolo VI. In uno sforzo quasi sovrumano egli ha lottato per restare fedele alla vitalità e al dinamismo interiore della fede sottolineati dal concilio:  la fede non è mai formula congelata del passato, ma significa sempre il vero progresso. Essa infatti va incontro a Cristo, che non è solo l'Alfa, ma anche l'Omega della storia. "Le opere di Cristo non vanno all'indietro, ma in avanti", ha detto una volta san Bonaventura. La fede è sempre l'autentica novità e ha qualcosa da dire in ogni tempo; in ogni epoca può parlare nella sua lingua. Il miracolo di Pentecoste non implica solo la possibilità sincronica delle molte lingue e culture di un periodo, ma anche il miracolo diacronico, la forza di parlare nelle lingue di ogni presente e futuro. Ma in tale sviluppo vivente rimane sempre l'unica fede nell'unico Signore. Perciò il Papa considerò come suo compito quello di difendere e di mettere in luce questa entità della fede invece di dissolvere il messaggio in un semplice contrappunto o ripetizione delle ideologie che vengono e che vanno. Nella confusione delle dittature essa aveva dato buona prova di sé proprio per la sua non disponibilità a lasciarsi corrompere:  si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Se molti classificano il pontificato di Papa Montini come contraddittorio, come dialettica irrisolta fra progresso e tradizione, essi trascurano ciò che più lo caratterizza, quest'unità interiore della sua azione, che proviene dall'immutabilità e dal dinamismo dell'amore a Cristo.
Retrospettivamente appare assai significativo che Paolo VI abbia pubblicato proprio nell'anno fatale del 1968 due grandi documenti, che sono una testimonianza della sua capacità di comprensione e della fermezza della sua azione a partire dalla fede. Vi è innanzitutto la Professione di fede, che egli ha consegnato alla Chiesa il 30 giugno 1968 a conclusione dell'anno della fede da lui proclamato; vi è poi l'enciclica Humanae vitae del 25 luglio dello stesso anno. Merita rileggere questi documenti 25 anni dopo. Essi corrispondono a un determinato momento e alle sue sfide, ma vanno molto al di là del momento storico e appartengono al patrimonio permanente della Chiesa, anzi, se li rimeditiamo adesso - dopo tutto quel che è avvenuto - notiamo quanto essi siano attuali e adatti al momento presente.
Veniamo ora al secondo grande documento dell'anno 1968, all'enciclica Humanae vitae. Raramente un testo della storia recente del Magistero è divenuto tanto un segno di contraddizione come questa enciclica, che Paolo VI ha scritto a partire da una decisione di coscienza profondamente sofferta. Due obiezioni fondamentali vengono sollevate contro il testo, una procedurale e una contenutistica. Dal punto di vista della procedura si rileva che il Papa avrebbe deciso contro la maggioranza della commissione di studio appositamente costituita e si sarebbe collocato in tal modo su di un terreno poco stabile; dal punto di vista del contenuto viene rimproverato all'enciclica che la sua affermazione centrale riposerebbe su di un concetto di natura superato, essa avrebbe mescolato biologia ed etica.
Il problema del rapporto fra maggioranza della commissione e decisione definitiva del Papa tocca questioni di fondo, che vanno molto al di là della problematica dell'enciclica Humanae vitae. Qui si dovrebbero porre problemi come i seguenti:  quando una maggioranza è veramente rappresentativa? Chi deve rappresentare? Come può farlo? Senza che il problema possa venire qui discusso in tutta la sua ampiezza, possiamo al riguardo dire quanto segue:  una commissione, che dà un parere sulla dottrina della Chiesa, non deve in ogni caso rappresentare la maggioranza dei pareri dominanti, ma l'esigenza interiore della fede. La verità non viene decisa a maggioranza; davanti alla questione della verità ha termine il principio democratico. Nella Chiesa inoltre non conta mai solo la società attualmente presente. In essa i morti non sono morti, perché come comunione dei santi essa va al di là dei confini del tempo presente. Il passato non è passato, e il futuro proprio per questo è già presente. Detto anche con altre parole:  nella Chiesa non vi può essere nessuna maggioranza contro i santi, contro i grandi testimoni della fede che caratterizzano tutta la storia. Essi appartengono sempre al presente, e la loro voce non può essere messa in minoranza. La responsabilità nei confronti della continuità della dottrina ecclesiale aveva perciò giustamente per Paolo VI un'importanza maggiore di una commissione di sessanta membri, il cui voto era da tenere in considerazione, ma non poteva costituire l'ultima istanza di fronte al peso della tradizione.
Chi legge serenamente l'enciclica, troverà che essa non è affatto impregnata di naturalismo o biologismo, ma è preoccupata di un autentico amore umano, di un amore, che è spirituale e fisico in quella inseparabilità di spirito e corpo, che caratterizza l'essere umano (in particolare il n. 9). Poiché l'amore è umano, per questo motivo ha a che fare con la libertà dell'uomo, e pertanto deve essere amore, che ama l'altro non per me, ma per se stesso. Per questo fedeltà, unicità e fecondità sono ancorate nella essenza interiore di questo amore. A Paolo VI sta a cuore difendere la dignità umana dell'amore umano e coniugale. Perciò la libertà - che nella sua essenza è libertà moralmente ordinata - è al centro delle sue riflessioni:  il Papa ritiene la persona umana capace di una grande cosa:  capace di fedeltà e capace di rinuncia. Per questo motivo egli non vuole che il problema della fecondità responsabile - il controllo delle nascite - sia regolato in modo meccanico, ma che venga risolto in modo umano, cioè morale, a partire dallo spirito dell'amore e della sua libertà stessa. Se si volesse fare un rimprovero al Papa, non potrebbe essere quello del naturalismo, ma al massimo quello che egli ha un'idea troppo grande dell'essere umano, della capacità della sua libertà nell'ambito del rapporto spirito-corpo. Chi ha conosciuto anche solo globalmente la figura di Paolo VI, sa che non gli mancavano la sensibilità pastorale e la conoscenza dei problemi delle singole persone. Intenzione dell'enciclica non è quella di imporre pesi; il Papa si sente piuttosto impegnato a difendere la dignità e la libertà dell'uomo contro una visione deterministica e materialistica. Egli parla nella prospettiva dell'eternità, nella sua responsabilità davanti alla totalità della storia. Sotto questo punto di vista egli non poteva parlare altrimenti, e a partire da questa prospettiva si deve leggere l'enciclica:  come arringa in favore dell'umanità dell'amore e in favore della dignità della sua libertà morale. Qui si manifesta come Paolo VI anche in questo punto, proprio in questo punto, parli come avvocato della persona umana; come la fede, che lo ispirava, difende la persona umana, anche là ove essa la sprona.



(©L'Osservatore Romano 22-23 novembre 2010)
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