Paolo VI e la transizione verso la democrazia

L'amico della Spagna


di Vicente Cárcel Ortí

Nei quindici anni di pontificato di Paolo VI era frequente leggere su determinati giornali:  "Il Papa chiede fedeltà agli spagnoli", "Il Papa promuove il rinnovamento del cattolicesimo spagnolo".
Entrambe le cose erano vere, ma forse entrambe erano diverse facce della stessa verità. Di fatto chi seguiva con serietà il pensiero di Paolo VI sulla Spagna sapeva molto bene che non si poteva ridurre alla sola parola "fedeltà", ma che bisognava aggiungere "rinnovamento". Sapeva, invece, che questo messaggio poteva essere abbastanza ben riassunto nella frase:  "rinnovamento sulla fedeltà".
Si direbbe che Paolo VI si preoccupasse di sottolineare il suo amore per la Spagna e per gli spagnoli. Forse perché conosceva le stupide falsificazioni e le presentazioni unilaterali di alcuni fatti - sebbene confusi - che plasmarono in milioni di spagnoli l'immagine di un "Montini antispagnolo"? Forse. Quel che è certo è che nelle sue parole, nei suoi gesti e nelle sue dimostrazioni di interesse, Paolo VI non risparmiò mai toni di affetto:  "Dite al popolo spagnolo quanto lo amiamo, con quanta benevolenza lo benediciamo"; "Sentiamo un affetto profondo, sincero, cordiale, paterno per il popolo spagnolo". Queste furono alcune delle sue affermazioni.
Paolo VI esortò a conservare i valori profondi della tradizione spagnola. Questo mandato non poteva essere più radicale provenendo da Paolo VI:  non c'è vero rinnovamento laddove non si costruisce su una tradizione; rinnovare non è rompere con il passato. Paolo VI lo disse mille volte di fronte a tutta la Chiesa e lo ribadì agli spagnoli affermando che il compito postconciliare doveva partire dal "non rinnegare il passato storico e neppure rompere con le tradizioni in quel che esse hanno di essenziale e di venerando".
Paolo VI sottolineò che oltre a mantenere la tradizione bisognava anche aggiornarla, e non esitò un attimo nel rendere "omaggio a tali tradizioni", ricordando subito dopo che "per renderle fattibili, per conservarle nella loro efficacia, bisogna liberarle da ciò che di transitorio e di caduco vi è in esse". Sottolineò anche che bisognava "unire alla custodia del patrimonio tradizionale la ricchezza dei nuovi sviluppi".
L'ambasciatore Garrigues raccontò sul giornale madrileno "Ya" dell'8 agosto 1978 che Paolo VI voleva visitare la Spagna, e se non lo fece fu per motivi politici generati dal regime spagnolo di allora. L'errata identificazione Spagna-Governo fatta da alcuni fece sì che le difficili relazioni fra la Santa Sede e il governo venissero interpretate come inimicizia del Papa con la Spagna.
Il primo ministro degli Affari esteri della democrazia José María de Areilza, riferisce nelle sue memorie che un cattolico integralista, ispiratore della resistenza a Paolo VI, gli diceva di tanto in tanto:  "Non illuderti, finché Montini sarà Papa non ci sarà concordia".
Per quarant'anni fu chiamato "nemico della Spagna" chiunque in qualche modo dissentiva dal regime. Uno dei "nemici ufficiali della Spagna" fu Paolo VI, o Montini, come dicevano con disprezzo i media politici. L'aspetto grave della questione fu che percentuali altissime del popolo spagnolo credettero alla storia; una storia assurda e ridicola perché l'amicizia e l'amore di Paolo VI per la Spagna, per tutta la nazione, fu, naturalmente, grande e innegabile, come le sue riserve riguardo al regime.
Grazie a Paolo VI cominciò la "transizione della Chiesa" con una lunga e complessa operazione che passò per un profondo rinnovamento dell'episcopato per far sì che, fedele alla sua tradizione, la Chiesa potesse lentamente liberarsi di un passato storico che le impediva di agire in sintonia con i tempi e di prepararsi a un futuro pieno di incognite.
Il destino di Paolo VI - nato in un tempo di grandi divisioni - fu di essere "dilaniato" dagli uni e dagli altri. E se ciò era una falsificazione per qualunque uomo, lo era ancora di più per un uomo che, per la sua vocazione di Padre di tutti, sembrava aver scelto come motto della sua vita il desiderio di equilibrio.
Paolo VI fu tenacemente promotore del rinnovamento conciliare della Chiesa, l'ispiratore della progressiva separazione fra la Gerarchia e lo Stato e il rinnovatore attento dei membri che componevano l'episcopato, in una direzione non politica, bensì pastorale.
Paolo VI seguì con passione il cammino delle diocesi spagnole; soffrì per la crisi dell'Azione Cattolica - definì una "tragedia" le dimissioni forzate dei consiglieri nel 1966 - e si rallegrò di tutte le notizie che gli pervenivamo sulla positiva applicazione del Concilio. Credette sempre radicalmente nella profondità del cattolicesimo ispanico, che era, per lui, uno dei più radicati - se non il più radicato - dell'Europa e anche del mondo. Soffriva sapendo che la Spagna ufficiale non lo amava e avrebbe fatto qualunque cosa per evitare ciò. Progettò vari viaggi in Spagna; lo trattenne dal compierli solo la paura che la sua visita fosse strumentalizzata politicamente.
La prosecuzione del concilio Vaticano ii, prima decisione importante presa dal nuovo Pontefice, ebbe profonde ripercussioni sulla politica spagnola. Il 29 settembre 1963 Paolo VI inaugurò la seconda sessione conciliare "con un discorso importante e abile. Era evidente - commentò l'allora ministro Manuel Fraga - che ciò avrebbe influito profondamente su un regime come quello nostro di allora". In effetti, l'applicazione del messaggio conciliare all'indipendenza della Chiesa dal potere temporale provocò forti tensioni fra lo Stato da una parte e la conferenza episcopale dall'altra, poiché non era possibile mantenere più a lungo la simbiosi che si era creata dalla fine della guerra civile (1936-1939). E sebbene negli ambiti governativi c'erano persone sinceramente disposte a collaborare al rinnovamento ecclesiale, queste molto presto rimasero isolate perché il regime si oppose alle aperture che riteneva pericolose  per  la  propria sopravvivenza.
Lo stesso avvenne negli ambiti ecclesiastici dove quanti si opponevano alla nuova mentalità del Vaticano ii si ritrovarono sempre più ridotti a una minoranza "integralista", con scarsa influenza sociale - sebbene con un grande sostegno ufficiale - minoranza alla quale fece da contrappeso l'estremismo "progressista" dei chierici che perseguivano obiettivi politici protetti dai privilegi concordatari, dei quali abusavano. Ma questi due gruppi, forze o correnti, furono minoritari per quel che riguarda i vescovi e il clero in generale, e anche tra i laici più impegnati. La Chiesa dovette muoversi nell'ultimo decennio del regime fra questi due fuochi e perciò il cammino risultò tanto difficile, poiché era praticamente impossibile mantenere una duplice fedeltà:  al regime e al Vaticano ii.
I vescovi furono, nella quasi totalità, moderati, si dedicarono ai loro impegni apostolici e vissero lontani dagli intrighi politici e pertanto dai pericolosi progressismi che cercavano di abbattere il regime. Con buon discernimento e sensatezza furono i primi a compiere la grande impresa di ricostruzione e di definitiva riconciliazione, seguendo fedelmente le direttive date dal Papa. Tutto ciò provocò strappi, malintesi, fraintendimenti, incubi frequenti e sofferenze per tutti.
Paolo VI provava un affetto sincero per la Spagna. In questo il suo atteggiamento fu molto simile a quello di Pio XII. Aveva, come Papa Pacelli, un'idea un po' romantica della religiosità spagnola che per entrambi si riassumeva nella famosa esclamazione:  "Oh, la cattolica Spagna!". Apprezzava profondamente la tradizione cattolica ispanica e provava un'ammirazione enorme per santa Teresa - che proclamò dottore della Chiesa nel 1967 - sebbene il suo tipo di spiritualità, come pure la sua cultura, più che spagnoli e persino più che italiani, erano chiaramente francesi. Ebbe grandi amici spagnoli e più di chiunque altro ammirò il vescovo di Malaga, Ángel Herrera, che creò cardinale.
L'atteggiamento di Paolo VI rispetto alla Spagna fu molto chiaro e coerente:  distinguere il regime politico dal popolo spagnolo, per il quale ebbe sempre molti gesti e parole di ammirazione e di amore.
Il 22 giugno 1963, il giorno dopo la sua elezione, visitò il cardinale primate Pla y Deniel, che era a letto malato, nel Pontificio Collegio spagnolo, a Palazzo Altemps. Da quel momento il magistero di Paolo VI è pieno di testi riferiti alla Spagna e agli spagnoli in diverse occasioni. I vescovi, da parte loro, seguendo fedelmente il magistero del Papa e del concilio Vaticano ii, cercarono prudentemente di applicare la dottrina conciliare, segnalando un cammino di riforma e di evoluzione pacifica e trasformando la gerarchia ecclesiastica in arbitro moderatore della transizione politica, a un livello a cui quest'ultima non aveva mai aspirato.
Il 20 novembre 1975, due giorni prima della sua proclamazione ufficiale come re, il Principe di Spagna, Juan Carlos di Borbone, inviò a Paolo VI il seguente messaggio:  "Santissimo Padre, in questo momento importantissimo per la Storia della Spagna, al cui servizio consacro la mia vita, il mio pensiero e il mio cuore rendono omaggio di filiale devozione al Vicario di Cristo. Con l'aiuto di Dio, mi propongo di guidare risolutamente il mio popolo lungo il sentiero della giustizia e della pace, e, per il maggiore successo di questa nobilissima impresa, chiedo, devotamente e fiduciosamente, le ferventi preghiere di Vostra Santità allo Spirito Santo, affinché mi assista nell'impegno con la sua luce e la sua forza. Nel farvi partecipe di questi sentimenti, mi compiaccio nel reiterarle, Santissimo Padre, la mia ferma adesione alla Cattedra di Pietro, e vi chiedo per me e per la Nazione spagnola la benedizione apostolica. Di Vostra Santità devotissimo figlio, Juan Carlos, Principe di Spagna". (Insegnamenti di Paolo VI, xiii, pp. 1308-1309).
Paolo VI rispose immediatamente:  "Altezza, abbiamo ricevuto il messaggio con cui Vostra Altezza ha voluto manifestarci la sua filiale devozione e adesione alla vigilia dell'assunzione delle sue nuove responsabilità. Desideriamo esprimere il nostro sincero ringraziamento per questo gesto delicato, e nello stesso tempo formuliamo i migliori voti per la missione di Vostra Altezza, confidando che questa possa svolgersi in un clima di pace e di giustizia e possa così contribuire al progresso della Spagna nella concordia fra tutti i suoi figli. Per queste intenzioni assicuriamo anche la nostra supplica costante al Signore, specialmente in questo Anno Santo del rinnovamento e della riconciliazione, affinché Egli protegga i destini della Spagna e le conceda, come pure a Vostra Altezza, l'abbondanza delle sue benedizioni. Paulus pp. vi". (Ibidem).
Nella sua prima allocuzione agli spagnoli - la mattina del 22 novembre 1975 - il re Juan Carlos i, subito dopo la proclamazione ufficiale dinanzi alle Cortes, dedicò alla Chiesa un breve e rispettoso paragrafo nel quale disse:  "Il Re, che è e si sente profondamente cattolico, esprime la sua più rispettosa considerazione per la Chiesa. La dottrina cattolica, particolarmente radicata nel nostro popolo, conforta i cattolici con la luce del suo magistero. Il rispetto e la dignità della persona, che il principio di libertà religiosa presuppone, è un elemento fondamentale per l'armoniosa convivenza della nostra società" (Ecclesia, n. 1767, p. 4).
Il 10 febbraio 1977, ormai al tramonto del suo pontificato, Paolo VI ricevette in visita ufficiale Sua Maestà il Re di Spagna. Il 2 settembre 1977 Paolo VI ricevette in udienza il presidente del Governo, Adolfo Suárez. "L'Osservatore Romano" di sabato 3 settembre diede grande risalto a questa visita, pubblicando in prima pagina una grande fotografia del Papa con Suárez e il testo integrale del discorso del Pontefice in lingua castigliana.
Alle cordiali parole di Paolo VI Suárez rispose esprimendo profonda gratitudine per quell'udienza e dicendo che era molto emozionato poiché era la prima volta che salutava il Papa, e che era "immensamente contento" di potergli esprimere la sua filiale venerazione, personalmente e a nome di tutto il popolo spagnolo, che rappresentava in quel momento.
Il Papa ebbe parole di fiducia per la Spagna e d'incoraggiamento per i suoi giovani governanti. La Santa Sede guardava alla Spagna con lealtà e amicizia e con questa stessa lealtà e amicizia desiderava affrontare i problemi esistenti. La Chiesa non voleva difendere privilegi né esigere concessioni particolari, voleva solo compiere fedelmente la sua missione, la quale, soprattutto di fronte ai giovani, non doveva mai dare la sensazione di essere un peso da sollevare.
Fra i problemi specifici il Papa indicò in primo luogo quello della "sicurezza sociale del clero", cosa che il Governo aveva già risolto positivamente in una recente riunione del Consiglio dei Ministri. E continuò facendo riferimento alla necessità di dare una "sicurezza giuridica" all'istituzione familiare, affinché non fosse esposta all'arbitrio e alla velleità dei gruppi, poiché la Chiesa difendeva il vincolo sacro del matrimonio, non per renderlo più difficile, ma per onorarlo e renderlo stabile.
Paolo VI realizzò un ingente lavoro a favore della Spagna con lucidità e coraggio. E questo bisogna riconoscerlo ora che si celebrano trentacinque anni dall'inizio della democrazia costituzionale, poiché talvolta si confondono troppe cose e si falsifica il passato, il che significa direttamente falsificare e compromettere il futuro. A volte prevalgono la compiacenza e la paura, perché non si osa dire la verità, e si accetta ciò che è intellettualmente o moralmente inaccettabile.



(©L'Osservatore Romano 25 novembre 2010)
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