"In un mondo migliore" di Susanne Bier

Facile la vendetta
ma il perdono è necessario


di Gaetano Vallini

È davvero la violenza, sviscerata in forme e circostanze diverse con il suo strascico di vendette, la vera protagonista del bel film In un mondo migliore della regista danese Susanne Bier? O non è piuttosto il perdono, che irrompe a conclusione della storia, a esserne il vero centro gravitazionale? Del resto la vicenda narrata si presta a più di una lettura, affrontando temi delicati, come l'elaborazione del lutto e l'incomunicabilità genitori figli, e difficili, come quello della crisi di coppia, che a sua volta racconta di adulti che fanno fatica a trovare la propria collocazione in un mondo sempre sull'orlo di una violenza insensata che non risparmia neppure i giovanissimi.
In un mondo migliore - vincitore del gran premio della giuria e di quello del pubblico al festival di Roma, candidato all'Oscar per la Danimarca - è la storia di Anton, medico che opera in un campo profughi in Africa (probabilmente nel Darfur, anche se questo non viene mai detto), quotidianamente costretto a confrontarsi con la morte e l'ingiustizia. E mentre la sua coscienza è combattuta tra il dovere di salvare ogni vita e la pulsione a ripulire quel luogo già piagato da chi causa altro inaccettabile dolore, contemporaneamente, in un'apparentemente tranquilla cittadina danese, suo figlio Elias, dodicenne timido e bersaglio del bullo della scuola, trova sostegno e coraggio in un'intensa ma pericolosa amicizia. Il nuovo compagno si chiama Christian, coetaneo appena arrivato da Londra dopo la morte prematura della madre; una perdita che il ragazzo non riesce ad accettare e che lo incattivisce al punto da fargli odiare il padre, che accusa di quella morte, e da renderlo oltremodo aggressivo. Solitudine, fragilità e dolore saranno la miscela esplosiva di un'amicizia che si trasformerà in una pericolosa alleanza mossa dal risentimento e da una ricerca di vendetta che metterà a rischio la vita stessa dei due adolescenti.
Con questo film Bier, formatasi alla scuola di Lars von Trier, prosegue nel suo personale lavoro di scavo nei sentimenti umani iniziato con Non desiderare la donna d'altri, Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti, confermando particolare sensibilità nel cogliere e rappresentare le dinamiche affettive e relazionali più profonde. Ma stavolta punta più in alto, non fermandosi al livello dei rapporti interpersonali, ma utilizzandoli per affrontare alcune criticità dell'oggi. Ecco, allora, emergere la crisi di un modello educativo, che diventa il rovescio della medaglia, ovvero della crisi etica, con la possibilità di una morale adattabile alle circostanze; un'ambiguità che fa da sfondo a tanta violenza gratuita e inspiegabile, ma che nella sua irrazionalità pure trova sostegno, se non persino giustificazione, in un sistema in cui prevaricazione e prepotenza vengono troppo spesso tollerate. E non è casuale l'uso di due piani - quello degli adulti e quello dei ragazzi - per rappresentare la violenza, resa ancor più perfida nei secondi, dei quali si mette in discussione l'innocenza. Così come è pensata la scelta della Danimarca, che la regista vuole restituire a una realtà meno idilliaca di quanto non appaia nell'immaginario collettivo.
Strutturato come un film a tesi, nel quale alcune risposte sono già contenute nelle domande e alcune scelte narrative sembrano rispondere solo a questa esigenza, In un mondo migliore mostra passione civile e tensione morale - merce sempre più rara nel cinema - raccontando la storia esemplare di una normalità che sfocia nel dramma per poi ricomporsi. Una storia ben diretta e ben interpretata che ci dice come il male a volte covi dentro e che dall'esterno venga solo la scintilla che lo innesca. Ma ancor di più una vicenda in cui si sostiene quanto sia facile e devastante imboccare la strada della vendetta, spiegando tuttavia anche come il passo verso il perdono sia non solo possibile ma si configuri come l'unica possibilità per ricominciare a vivere. Tanto per gli adulti, quanto per i ragazzi. Per costruire un mondo migliore, appunto.



(©L'Osservatore Romano 13-14 dicembre 2010)
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