Sulle sollecitazioni di Muti dalle colonne del "Corriere della Sera"

Musica sacra specchio dei tempi


Bisogna alzare il livello artistico nella liturgia e più in generale nella società

di Marcello Filotei

Gli strimpellatori sono sempre esistiti. L'elevazione di onesti dilettanti a ruoli che non competerebbero loro, in ambito sacro e profano, rende conto dello stato dell'arte in Italia, e non solo. Riccardo Muti sul "Corriere della Sera" di lunedì 20 si chiede se il diffuso basso livello della musica liturgica sia "un segno di decadimento della società o di coloro che dovrebbero sovrintendere a questo messaggio?". La domanda, che sollecita un dibattito necessario, rischia però di far passare in secondo piano la questione principale che sembra essere:  come elevare il livello della musica liturgica, garantendo al contempo la partecipazione, in varie forme, dell'assemblea?
Retorica e banalità sono sempre in agguato quando si toccano certi argomenti. È certamente necessario diffondere il più possibile il canto gregoriano, i mottetti, le messe, gli Stabat mater e quanto di più sublime hanno prodotto i secoli che hanno preceduto quelli in cui viviamo. Ma se la Chiesa si pone l'obiettivo di riconquistare quel ruolo di mecenatismo che sembra avere perduto, non può limitarsi a rispolverare durante le funzioni antichi capolavori, che peraltro quasi nessuno conosce e apprezza, e deve invece porsi il problema di un bilanciamento tra le esigenze dei compositori di oggi e le necessità della liturgia. E allora la questione assume il carattere drammatico che gli compete:  lo stato della musica liturgica è lo stesso di quello della musica più in generale.
Per essere chiari, nella musica liturgica, come in quella d'arte, non mancano oggi esempi di altissimo livello, e non sono mancati in passato esperimenti ottimamente riusciti come quello di commissionare a compositori contemporanei brani originali da utilizzare durante le funzioni. La diffusione di questi lavori, però, è limitatissima, perché limitatissima è la capacità di recezione, o meglio la "necessità" di alzare il livello artistico nella liturgia, e più in generale nella società. Le sale da concerto sono semivuote - non certo quando dirige Muti che, fortunatamente, è una delle felicissime eccezioni - e il pubblico vuole riascoltare in eterno quello che già conosce; molte volte ai concerti si va più per partecipare a un evento mondano che per ascoltare. In poche parole, la musica colta ha perso quasi del tutto il suo ruolo sociale.
Il naturale bisogno di elevamento spirituale, in ambito sacro e profano, è soddisfatto in gran parte, soprattutto in Italia, dalla musica cosiddetta leggera, che appare spesso di una estrema pesantezza. E allora certo potremo chiedere agli studenti di conservatorio di suonare gli organi delle chiese, come suggerisce Muti. Sarebbe sempre meglio di ascoltare dilettanti maltrattare chitarre, ma rimarrebbe aperta la questione centrale:  perché in pochi si lamentano del basso livello delle "esecuzioni". La risposta è drammaticamente semplice e fastidiosamente elitaria:  troppo pochi distinguono un pessimo chitarrista da un dignitoso organista.
Ed ecco ancora la retorica in agguato:  la crisi della musica liturgica è parte in Italia della crisi della musica tout court e l'unica soluzione di lungo periodo è innalzare il livello culturale del Paese. Sembra una strada senza uscita e invece l'uscita c'è, ma ci vuole tempo e una pianificazione non limitata alla necessità di vincere le prossime elezioni. Si cominci a fare quello che si può:  si diffonda il più possibile la musica colta e l'arte in generale. Senza falsi pudori, senza vergognarsi di dire che non tutto è uguale a tutto.



(©L'Osservatore Romano 20-21 dicembre 2010)
[Index] [Top][Home]